La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]
- Автор: Черри Кэролайн Джэнис
- Серия: Lega e Confederazione #3
- Год: 1989
- Язык: итальянский
- Год: Club degli Editori
- Переводчик: Roberta Rambelli
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La lega dei mondi ribelli [Downbelow Station - it]». Краткое содержание книги:
Vincitore del premio Hugo per il miglior romanzo in 1982.
Nominato per il premio Locus in 1982.
— Risponderà l’Europe — mormorò Signy, e dopo qualche istante l’ufficiale addetto alle comunicazioni dell’Europe rispose, chiedendo un breve rinvio.
— A tutti i comandi — si sentì finalmente sul canale di emergenza che Signy stava ascoltando da ore. Era la voce bassa di Mazian. — Conferenza in sala riunioni immediatamente. Lasciate il comando ai vostri luogotenenti e venite qui.
— Graff. — Signy si alzò di scatto. — Prenda il comando. Di, mi dia dieci uomini di scorta, subito.
Altri ordini stavano arrivando dall’Europe; cinquanta militari di ciascuna nave sui moli, in assetto da combattimento; il comando della Flotta veniva passato ad interim al secondo dell’Australia, Jan Meyis; i caccia-ricognitori delle navi attraccate dovevano rivolgersi alla direzione della stazione e chiedere istruzioni per l’avvicinamento. Adesso toccava a Graff occuparsi di quei dettagli. Mazian aveva qualcosa da dire: le spiegazioni tanto attese.
Signy Mallory andò nel suo ufficio; si trattenne solo per infilare in tasca una pistola, raggiunse l’ascensore e scese nel corridoio d’accesso. Si trovò fra le truppe che Graff stava inviando sul molo… in assetto da combattimento dal momento in cui avevano incominciato ad avvicinarsi alla stazione, s’erano dirette verso il portello prima ancora che gli echi della voce di Graff si fossero smorzati nei corridoi d’acciaio della Norway. Di era con loro; e gli uomini della sua scorta si staccarono dagli altri e si accodarono quando lei li superò.
Tutto il molo era sotto il loro controllo. Uscirono nello stesso istante in cui stavano arrivando le truppe delle altre navi, e gli uomini del servizio di sicurezza della stazione arretrarono confusi davanti all’efficiente avanzata delle truppe corazzate, che sapevano esattamente quale perimetro delimitare, occupandolo senza indugi. Gli operai si dispersero, senza sapere dove ci fosse bisogno di loro. — Al lavoro! — gridò Di Janz. — Passare qui i tubi dell’acqua! — Gli operai si decisero subito… non rappresentavano una minaccia, erano troppo vicini e troppo vulnerabili, in confronto alle truppe. Signy fissava le guardie armate della sicurezza al di là delle linee, e i grovigli semibui dei cavi e delle scale mobili che potevano nascondere un cecchino. La sua scorta la circondò, al comando di Bihan. Si avviò rapidamente, passando davanti alle navi attraccate, dove i cordoni ombelicali, le scale e le rampe si estendevano a perdita d’occhio lungo la curva ascendente del molo, come immagini riflesse in uno specchio, e interrotte soltanto dagli archi divisori delle sezioni e dall’orizzonte… dov’erano attraccati i mercantili. Le truppe si schierarono lungo l’intero percorso fra la Norway e l’Europe. Signy seguì Tom Edger, il comandante dell’Australia, e la sua scorta. Gli altri comandanti sarebbero venuti dopo di lei al più presto possibile.
Raggiunse Edger sulla rampa d’accesso dell’Europe, e proseguirono insieme. Keu dell’India arrivò quando erano all’ascensore, e subito dopo venne Porey dell’Africa. Non parlarono; erano tutti taciturni, forse presi dagli stessi pensieri e dalla stessa rabbia. Non facevano ipotesi. Ognuno di loro prese con sé soltanto un paio di guardie, e tutti salirono in silenzio con l’ascensore, e percorsero il corridoio fino alla sala del consiglio; i passi risuonavano pesantemente, lassù, nei corridoi ben più spaziosi di quelli della Norway; tutto era su scala più ampia. Ma l’ambiente era deserto: solo pochi militari dell’Europe montavano di guardia.
Anche la sala del consiglio era vuota; non c’era segno di Mazian, ma le luci brillavano per annunciare che erano attesi intorno a quel tavolo circolare. — Fuori — ordinò Signy alla sua scorta, che uscì con le altre. Signy Mallory e gli altri comandanti presero posto secondo l’ordine di anzianità. Prima Tom Edger, poi lei, tre posti vuoti, quindi Keu e Porey. Arrivò Sung della Pacific, e occupò la nona sedia. Poi venne Kreshov dell’Atlantic, e sedette sulla quarta, di fianco a Signy.
— Lui dov’è? — chiese finalmente Kreshov, spazientito. Signy alzò le spalle e incrociò le braccia sul tavolo, fissando Sung senza vederlo. Tanta fretta… e poi l’attesa. Ritirati dalla battaglia, tenuti in un lungo silenzio… e adesso attendevano ancora di sentirsi spiegare perché. Fisso il viso di Sung, una maschera classica un po’ invecchiata che non tradiva mai l’impazienza; ma gli occhi erano cupi. I nervi, si disse. Erano esausti. Erano stati bruscamente richiamati dal combattimento, avevano viaggiato nell’iperspazio e adesso… questo. Non era il momento per dare giudizi impegnativi o profondi.
Alla fine Mazian entrò, tranquillo, passò accanto a loro e prese posto all’estremità del tavolo, a testa bassa, scosso quanto loro. La sconfitta? si chiese Signy, con un nodo alla bocca dello stomaco. E poi Mazian alzò la testa e lei vide le labbra contratte e comprese che non era così… trattenne il respiro in uno scatto di rabbia. Riconosceva quella tensione, la maschera… Conrad Mazian recitava, inscenando le sue apparizioni come inscenava imboscate e battaglie, recitava di volta in volta la parte del raffinato o dell’individuo volgare. Questa era l’umiltà, la faccia più falsa di tutte; un abito sobrio, senza ostentazione di gradi; i capelli ingrigiti dal ringiovanimento erano immacolati, la faccia magra, gli occhi tragici… soprattutto gli occhi mentivano con la facilità di quelli di un attore. Signy osservò il gioco delle espressioni, la fluidità meravigliosa che avrebbe incantato un santo. Mazian si preparava a manovrarli. Lei strinse le labbra.
— State bene? — chiese loro. — Tutti quanti?
— Perché siamo stati convocati? — chiese subito Signy; trovò un contatto diretto con quegli occhi, e un riflesso di collera. — Che cosa non si poteva dire per comunicatore? — In tutta la sua carriera non aveva mai discusso un ordine di Mazian. Ma adesso lo fece, e vide l’espressione di collera trasformarsi in un’altra che sembrava quasi d’affetto.
— Sta bene — disse Mazian. — Sta bene. — Girò gli occhi intorno a sé… c’erano ancora posti vuoti. Erano nove, e due erano in servizio di pattuglia. Lo sguardo si fissò su ognuno di loro, in successione. — C’è qualcosa che dovete sentire — disse Mazian. — Qualcosa di cui dobbiamo tenere conto. — Premette vari pulsanti sulla consolle davanti a sé, attivò gli schermi sulle quattro pareti, che mostravano immagini identiche. Signy vide gli stessi schemi che aveva visto per l’ultima volta a! Punto Omicron e, con un sapore amaro in bocca, vide l’area allargarsi, le stelle note rimpicciolire. Non c’era più il territorio dell’Anonima; non era più sotto il loro controllo; c’era soltanto Pell. Nell’inquadratura più ampia, poterono vedere le Stelle delle Retrovie. Non Sol. Ma anche questo entrava nel conto. Signy sapeva bene dove sarebbe apparso, se lo schema si fosse allargato ancora. Ma non si allargò.
— Cosa significa? — chiese Kreshov.
Mazian lasciò che continuassero a guardare.
A lungo.
— Che cosa significa? — ripeté Kreshov.
Signy respirò: si avvertì un certo sforzo, in quel silenzio. Il tempo sembrò fermarsi, mentre Mazian mostrava loro, nel silenzio, ciò che era già impresso nelle loro menti.
Avevano perduto. Un tempo quello era il loro dominio, e avevano perduto.
— Da un solo mondo abitato — disse Mazian, quasi in un bisbiglio, — da un solo mondo abitato, l’umanità si è estesa nello spazio. Una fascia ristretta, spinta all’indietro dalla Confederazione… le Stelle delle Retrovie; Pell… e le Stelle delle Retrovie. Con il personale di Pell… è possibile tenerlo.