Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]
- Автор: Бенфорд Грегори, Брин Дэвид
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0182-2
- Переводчик: Сандро Сандрелли
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Nel cuore della cometa [The Heart of the Comet - it]». Краткое содержание книги:
Quella mattina si era fermata, un istante prima di lasciare il suo cubicolo, esitando accanto alla porta scorrevole, ed era tornata indietro per prendere uno stilo. Sul primo foglio di un blocco per appunti aveva scribacchiato in fretta… non una poesia, non ancora, ma un semplice abbozzo:
Quei versi misti le avevano ricordato la sua nostalgia di casa. Sentiva la mancanza di Kewani Langsthan, l'unico altro hawvaiano del primo turno, che aveva perso un braccio a causa di un'esplosione al livello A, la vigilia di Natale, e aveva dovuto venir colombarizzato subito, quando il moncherino si era infettato.
Fra i rimpiazzi non c'era nessun hawaiano. Non sapeva se rincrescersi di questo, oppure esser contenta che ai suoi compatrioti venisse risparmiato quel terribile periodo.
Comunque, le notizie dalla repubblica-isola non erano buone. L'ultima volta che aveva avuto il tempo di ascoltare le trasmissioni della Terra, la tensione era andata crescendo. Le nazioni dell'Arco del Sole Vivente avevano accusato il governo capeggiato da Ikeda di «progetti antiecologici».
Siri da quella serata, molti mesi addietro, quando aveva brevemente condiviso i ricordi di Saul della sua perduta patria, aveva sofferto di una paura profonda e continua, per la precarietà della rinascita del suo popolo.
L'abbozzo scomparve dentro il pozzo della memoria stocastica di JonVon. Forse l'avrebbe richiamato di nuovo per lavorarci sopra, se ne avesse avuto iì tempo, o se si fosse ricordata. Nel frattempo la sua macchina preferita avrebbe riecheggiato dentro di sé le sue meditazioni. A differenza dei compassati processori della Terra, e dello stolido mainframe della missione che i tecnici avevano cominciato a imballare, per trasferirlo dalla Edmund alla centrale, JonVon non si limitava semplicemente ad archiviare le cose. Lui… esso… era programmato per «ricordare» di tanto in tanto, senza venir attivato e imprevedibilmente, e a «meditare» nuove correlazioni.
Lei non aveva il tempo di dedicarsi a quel progetto con il quale aveva progettato di ammazzare il tempo in quegli anni. Ma JonVon avrebbe sempre avuto almeno un piccolo angolo di memoria dedicato ad esso, raccogliendo e organizzando dati per quando, finalmente, lei avrebbe potuto riportare la propria attenzione alla questione dell'intelligenza medesima.
Una volta o l'altra devo ricordarmi di chiedergli quello che ha appreso.
Ed ecco qua pensò, arrivando a un doppio portello sovrastato da una lampadina color ambra, accesa. L'ingresso alla Centrale di Controllo… il posto di comando delle orde d'invasori dalla Terra.
Prima di entrare, dovette sottoporsi a un'altra dannata pulizia. Un voluminoso mech torreggiava accanto al portello.
PER FAVORE PRESENTI TUTTE LE SUPERFICI ALL'ESPOSIZIONE ULTRASONICA — le intimò il mech, tenendo davanti a sé un piatto ronzante e un tubo aspirante.
Virginia sospirò e fece un passo avanti, girandosi lentamente davanti al tubo ripiegato di quella macchina improvvisata. Le armoniche delle onde sonore ad alta frequenza colpirono la sua pelle con le ottave superiori, scendendo poi fino a un basso ringhio borbottante che le fece stridere i denti.
Conosceva i codici che le avrebbero permesso di scavalcare tutto questo, naturalmente. Ma era meglio sottomettersi a quelle misure, per quanto semi-imbecilli e inutili fossero. Qualcuno avrebbe finito per accorgersene, se si fosse messa a scavalcare i regolamenti per la propria comodità.
Un basso tintinnio le disse che dei detriti venivano scossi via dai suoi indumenti, finendo dentro la bocca dell'aspiratore. Naturalmente, questo non avrebbe realmente impedito alla gente di portare in giro i germi cometari. Saul aveva detto che l'unico effetto a lungo termine della procedura sarebbe stato quello di distruggere tutti i loro indumenti, e alla fine rompere i timpani a tutti.
Il tintinnìo cessò e il tubo aspirante smise di funzionare. Virginia immaginò uno sbuffo d'aria, fibre di cotone e cellule morte della pelle: il tutto che usciva con un sospiro nello spazio.
SI PREPARI A PROTEGGERSI GLI OCCHI PER FAVORE.
Virginia fece una smorfia e sfilò gli occhialoni dalla cintura.
— Spruzza pure, MacDuff — bofonchiò, e serrò con forza gli occhi mentre il corridoio parve riempirsi d'un fulgore attinico.
Sapeva che quella era una pura idiozia. Le lampade a raggi ultravioletti erano le armi migliori che avessero contro le halleyforme, ma ne rimanevano soltanto due dozzine, e stavano esplodendo al ritmo di una o anche più al giorno! E c'erano già stati numerosi casi di bruciature solari e di ematomi della pelle.
Quello sgradevole bagliore s'interruppe, e Virginia sospirò di sollievo.
PUÒ PASSARE — annunciò il mech.
— Grazie — rispose lei, sarcasticamente, mentre la porta si apriva con un sibilo sommesso. E si trovò in mezzo a un'attività frenetica.
Voci colorate d'ansia… teste umane che scomparivano dentro i cappucci dei sintetizzatori di dati… interruttori funzionanti a mano o mech-waldo. Sì, tre settimane possono fare una bella differenza.
Ma quella corrente sotterranea di cupa paura li assillava ancora. Semmai era cresciuta.
In un angolo lontano, una mezza dozzina di sagome umane si affollavano, rannicchiata nella bassa gravità, intorno a una mappa olo. Virginia riconobbe Bethany Oakes e i suoi principali aiutanti. Un altro maledetto consulto strategico.
Olaku na alii… I capi sono loro, che il cielo ci aiuti.
Vorrei che oggi Saul non avesse dovuto scendere nelle camere interne per provare le nuove macchine. Già sento anche troppo la sua mancanza.
Virginia si fece avanti, alle spalle di Walter Schultz, l'uomo che adesso controllava il mech-1. Lei era in anticipo, ma era chiaro che quell'uomo aveva urgente bisogno di ricevere il cambio. Aveva le spalle incurvate sotto il cappuccio d'isolamento, e le mani stringevano i controlli del teleoperatore-waldo con tanta forza da essersi del tutto sbiancate.
Virginia sapeva quello che lui stava provando. Gli operatori dei mech se la vedevano quasi altrettanto brutta degli uomini nei corridoi. Non erano esposti a un diretto pericolo fisico, naturalmente, ma le ore erano peggiori, e l'intenso sforzo mentale quasi altrettanto stremante. Dai piccoli schermi, poté vedere che Walter stava manovrando quattro grandi robot tutto da solo. Aveva proprio bisogno di una pausa.
Però non sarebbe stata una buona idea strapparlo a quel lavoro tutt'a un tratto. Due giorni prima aveva battuto la spalla di Walter mentre era collegato. L'uomo si era girato verso di lei di scatto con le pupille dilatate, maledicendola bellamente e chiamandola «intrigante puttana percell».
Più tardi si era scusato, ma la frase era rimasta incisa a lettere di fuoco nella sua mente.
Gli dirò che sono qui usando una linea di comunicazione pubblica. Ma la sua mano esitò, rimanendo appesa appena sopra il pannello del microfono. Sentì Schultz che sbuffava sotto il cappuccio d'isolamento. Era difficile dire se l'uomo aveva un raffreddore o se stesse piangendo.
Oggi come oggi, avrebbe potuto trattarsi di entrambe le cose.