La casa che uccide [Smart House - it]
- Автор: Вильгельм Кейт Л.
- Год: 2004
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Жанр: Триллеры
Электронная книга - «La casa che uccide [Smart House - it]». Краткое содержание книги:
Constance annuì con serietà. «"Ogni cosa a suo tempo."»
«"Non si trova il bandolo della matassa."»
Constance rise. «Sei "un lupo in veste d’agnello".»
«Accidenti!» esclamò Charlie fermandosi. Davanti a loro un’onda particolarmente grande si era infranta contro la scogliera. Gli scogli che si protendevano verso il mare a nord dell’insenatura venivano coperti dalla marea che guadagnava rapidamente terreno. Le onde si abbattevano contro di essi sollevando in alto spruzzi d’acqua e di schiuma. «Da queste parti la marea quando arriva non perde tempo» commentò Charlie, e ripresero a camminare.
«È terribilmente difficile spostare un cadavere» disse Charlie dopo un istante. «L’espressione "a peso morto" non è nata per caso. Ma perché ucciderlo e gettarlo giù dalla scogliera? Perché cancellare le impronte? È vero, prima che Milton morisse chiunque sarebbe potuto entrare e uscire dalla sua camera. L’assassino avrebbe potuto organizzare una messinscena, altrimenti perché sparargli un colpo in testa quando ormai era già spacciato?»
«Forse voleva assicurarsi che nessuno fingesse di credere a una morte accidentale.»
Charlie si fermò di colpo conficcando le dita nel braccio di Constance. «Gesù, ci sono!»
Con una certa sorpresa Constance si voltò a guardarlo. Immobile fissava le onde che s’infrangevano sugli scogli neri.
Charlie tornò indietro. «Abbiamo camminato abbastanza. Camminare, correre, fa male alle articolazioni, alle ginocchia. Andiamo.»
Ripercorsero la strada a passo svelto. Di tanto in tanto Charlie borbottava qualcosa a bassa voce, mentre in altri momenti canticchiava quasi impercettibilmente. In casa loro vigeva una regola non scritta, per cui chiunque poteva borbottare tutto il tempo che voleva senza essere interrotto. Talvolta, quando non era chiaro se la persona stesse borbottando o semplicemente conversando a un volume troppo basso, era consentito domandare: "Stai borbottando?". Constance non ebbe difficoltà a riconoscere che in quel momento Charlie stava borbottando e si guardò bene dall’interromperlo.
Sotto la veranda di mattonelle rosse incontrarono Beth. «Salve» disse Constance. «Niente bridge?»
Beth si avvicinò trascinando i piedi. «A Maddie non sembra importare molto che si giochi o meno, e poi oggi non riesco a concentrarmi sulle carte. Stanno eseguendo nuove perquisizioni. Non possiamo nemmeno andare nelle nostre camere. Cosa stanno facendo?»
Prima che Constance potesse parlare Charlie le diede una breve stretta al braccio e si ritrasse. «Vedo se riesco a sapere qualcosa» disse. «Arrivederci, signore» e si allontanò lentamente.
«Ovvio che è difficile concentrarsi in questo momento» disse Constance. «Le racconto una storia. C’era una volta una bella principessa i cui genitori morirono all’improvviso lasciandola orfana.» Constance ignorò lo sguardo incredulo di Beth e disse con un sorriso: «Mi dispiace, ma è così che iniziano sempre le storie, vanno dritte al punto senza girarci tanto intorno. Allora la fata buona andò dall’infelice ragazza e le disse: "Devi andare a vivere con lo zio più vecchio finché non diventerai grande". Così la ragazza andò a vivere dallo zio.»
Constance proseguì il racconto senza badare all’espressione di Beth. L’espressione stupita e preoccupata di chi ha di fronte una pazza.
«Sin dal primo giorno lo zio picchiò la ragazza se faceva troppo rumore, o se stava troppo in silenzio, se piangeva o non piangeva per i genitori, se mangiava troppo o troppo poco. Pian piano la nipote cominciò a capire che cosa desiderava da lei e a farlo prima che la picchiasse. Quando la fata buona venne a trovarla per vedere come stava, trovò la bambina rannicchiata in un angolo che osservava lo zio, cercando di intuire cosa potesse scatenare la sua ira. La fata buona portò via la ragazza da quella casa e la condusse dal secondo zio più anziano. "Dovrai rimanere qui finché diventerai grande" le disse come la prima volta, e la lasciò nella nuova casa.
«Quello zio era sposato con una donna che non appena vide la bambina disse: ’Oh, tu sei così giovane e in forze, mentre io sono vecchia e debole e presto dovrò morire’. La ragazza rise e la zia disse: ’Oh, tu sei così felice e spensierata mentre io sono triste e piena di pensieri e presto dovrò morire’. Quando vide la ragazza correre disse: ’Oh, tu sei piena di salute e di vita mentre io sono stanca e soffro e presto dovrò morire’. Questa volta, quando la fata buona ritornò, trovò la ragazza con i capelli legati in una stretta crocchia, una gonna voluminosa che le nascondeva le giovani gambe, e la poverina camminava con la schiena curva e piegata strofinandosi spesso gli occhi per arrossarli e farli lacrimare. Ovviamente la portò subito via.»
Beth ascoltò la storia passeggiando insieme a Constance sotto la veranda e mostrandosi stranamente restia all’idea di rientrare in casa.
«Nella casa successiva la zia piangeva amaramente quando la ragazza sbagliava. "Il mio amore per te è immenso e tu mi hai ferito così tanto." Cambiò ancora casa e lo zio la trovò una compagnia così gradevole che non riusciva a sopportare di stare lontano da lei neppure per un attimo, e quando lei camminava, lui camminava, gli si arrossava il viso, si premeva una mano sul cuore e inspirava affannosamente perché gli mancava il fiato ma non si lagnava mai. Quando lei mangiava un dolce lo mangiava anche lui, sopportava dolori al petto e allo stomaco senza mai lamentarsi.
«Nella casa successiva ogni giorno la zia le prometteva che se si fosse comportata bene l’indomani avrebbe potuto avere questo o quello, ma l’indomani non arrivava mai, come il sole in una grigia giornata invernale.»
Avevano ormai percorso la veranda avanti e indietro per due volte quando Beth si fermò. «Questa storia non ha un finale, vero?»
«È chi ascolta la storia a determinarne di volta in volta la fine» spiegò Constance.
«Ha dimenticato il senso del dovere, la vergogna, l’amore e un paio d’altre cose.»
«Non le ho dimenticate, semplicemente non c’ero ancora arrivata.»
«È una storia molto bella, grazie.»
«Non c’è di che. Credo che andrò a vedere cosa sta combinando Charlie.»
Le due donne si fissarono per qualche istante con solennità, poi Beth annuì e prima di allontanarsi disse: «Davvero una bella storia. Ci vediamo dopo.»
Charlie era seduto al tavolo della sala della colazione e guardava Dwight Ericson passare in rassegna insieme a Bruce ogni singola voce dell’inventario. Avevano terminato di esaminare l’elenco delle stoviglie ed erano arrivati ai quadri e alle statue. Bruce era scuro in volto, accigliato e scortese. Dwight era estremamente paziente e non poteva fare altro, pensò Charlie, dal momento che i suoi uomini ci avrebbero messo una vita prima di trovare la bruciatura lasciata dal sigaro di Milton. Quella era la fase delle indagini che più detestava quando lavorava al dipartimento di polizia di New York, ricordò Charlie. Quella fase si fondava su un’attenta ricerca dei particolari, sulle perquisizioni, e spesso si finiva a cercare un ago in un pagliaio. Charlie provò una certa comprensione per Bruce, pensando alle enormi somme di denaro che Gary aveva speso per Smart House: diciassettemila dollari per i piatti di porcellana, altri tremila dollari per vari oggetti di porcellana, novemila dollari per l’argenteria e così di seguito. Cinquanta paia di lenzuola a venti dollari l’una. Charlie scosse la testa e ascoltò.
«D’accordo, d’accordo» disse Dwight. «Nell’inventario originale sono elencati quindici quadri e anche qui continuano a essere quindici. Vada avanti. Passiamo alle statue nell’ingresso. Non ne manca nessuna, vero?»
«Per ora no» rispose bruscamente Bruce.
«Bene, Mr Elringer. Non è stato in grado di aggiornare l’inventario delle camere da letto per cui presumo che anche l’inventario ufficiale possa essere sufficiente. Vorrei una copia del suo inventario.»