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La casa che uccide [Smart House - it]

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La casa che uccide [Smart House - it]
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«Ho visto abbastanza per immaginare quello che non ho visto. È una vera follia, non credi?»

Raggiunsero il bar dove Constance aveva già preparato tazze e caffè. Mentre Charlie guardava la piscina turchese in fondo alla stanza con un’espressione accigliata, Constance versò il caffè. La cascata sollevava schizzi e brillava sotto la luce del sole, che filtrava attraverso la cupola di vetro. L’aria era opprimente e sapeva di cloro e gardenie. Cercò tra le bottiglie e prese del cognac, ne aggiunse una dose terapeutica al caffè di Charlie insieme a un cucchiaio di zucchero, lo assaggiò e fece scivolare la tazza dall’altra parte del bancone.

Restarono seduti in silenzio per parecchi minuti, finché Charlie borbottò: «Milton è in camera sua a sfogliare delle carte con il sigaro acceso. Sente bussare leggermente alla finestra, apre la porta scorrevole e fa entrare l’assassino. Milton sa qualcosa, ma probabilmente non se ne rende nemmeno conto. L’assassino inizia a parlare, poco dopo tossisce per il fumo e propone a Milton di continuare la conversazione sul balcone. Prende dalla stanza qualcosa di pesante e lo porta fuori con sé. Suggerisce di allontanarsi dalle porte, anche perché la camera di Beth è lì accanto e potrebbe sentirli. Arrivano sino alle scale e l’aggressore colpisce Milton in testa uccidendolo all’istante. Il sigaro cade ma sul momento l’assassino non se ne accorge. Corre indietro, toglie un lenzuolo dal letto, ritorna da Milton e riesce più o meno ad avvolgerlo, trascina il corpo fino al pianerottolo spostandolo dalla balconata in modo che nessuno lo possa vedere. C’è nebbia ed è improbabile che qualcuno sia andato a fare due passi, e anche se qualcuno avesse deciso di uscire a fare una passeggiata sul balcone, non avrebbe visto nulla. Fin qui tutto bene.»

Charlie assaggiò il caffè e parve sorpreso. «Questo caffè è favoloso!» disse soddisfatto, e ne bevve un altro sorso. «L’assassino risale sul balcone, vede quel dannato sigaro e lo raccoglie. Avrebbe potuto semplicemente buttarlo via, invece lo porta con sé. Sta allestendo una messinscena e il sigaro ne fa parte.» Charlie fece una pausa, socchiuse gli occhi immerso nei suoi pensieri e sorseggiò dell’altro caffè. «Torneremo su questo particolare» disse infine. «Rientra in camera di Milton e vede che il letto è sfatto. Riordina il letto, quello a cui manca un lenzuolo, ci appoggia sopra la valigetta di Milton, prepara per la notte l’altro letto ma commette un errore. Come tu hai notato, infatti, non toglie il copriletto. Mi sembra che questa ricostruzione sia verosimile, passiamo alle impronte» disse. «Le impronte… Non dovrebbe averne lasciate molte né sulle lampade, né sul portacenere o sui soprammobili di rame. Perché pulire tutto allora?» Restò nuovamente in silenzio poi espirò lentamente e disse: «Ha dovuto cancellarle perché non c’erano le impronte di Milton su quegli oggetti.»

Charlie tacque e questa volta restò immobile con lo sguardo perso nel vuoto. Constance versò a entrambi dell’altro caffè e aspettò. Sapeva che era inutile chiedergli qualcosa adesso. In quel momento Charlie si stava ponendo una serie di domande a cui cercava di dare delle risposte, probabilmente le stesse domande che gli avrebbe fatto lei.

«È il portacenere» disse infine con convinzione. «L’arma del delitto dev’essere il portacenere. O lo ha avvolto nel lenzuolo con il cadavere, oppure lo ha riportato indietro e si è reso conto che avrebbe subito attirato l’attenzione per le macchie di sangue, per i capelli rimasti attaccati o per qualche altro particolare. Forse si era addirittura rotto. L’assassino quindi è costretto a procurarsi un altro portacenere e a cancellare le sue impronte, ma questo significa anche sostituire tutte le suppellettili con altre dello stesso materiale del nuovo portacenere, le lampade, i reggilibri e ogni altra cosa, e questo spiega perché non uno di quegli oggetti abbia le impronte di Milton. Insomma, l’assassino non l’ha fatto per cancellare le proprie impronte ma piuttosto per nascondere il fatto che nessuno di quei soprammobili faceva parte dell’arredo di quella stanza. Proprio così!» Sorrise a Constance, terminò di bere il caffè e guardò il gigantesco atrio con aria compiaciuta. «Non male» disse.

«Charlie, falla finita. Vai al sodo.»

«Oh, d’accordo. Il resto è un gioco da ragazzi. L’assassino prende la pistola, va nella serra, ritorna con il carrello e lo sistema sotto il pianerottolo delle scale. Il pianerottolo si trova solo a un metro e venti dal suolo, il pianale del carrello è alto una sessantina di centimetri e non ci dev’essere voluto un granché per far rotolare la vittima dal pianerottolo fin sopra al carrello. L’assassino spinge il carrello sul ciglio della scogliera, lì spara in testa a Milton e lo fa precipitare giù.» Charlie fece un’altra pausa e aggiunse: «Non era necessaria molta forza, sicuramente non con il carrello che abbiamo visto. Con quello diventa semplice per chiunque trasportare anche un cavallo.»

«Ti butto giù dalla sedia se non completi il quadro con i dettagli! La prima domanda è: perché? Sarebbe parso ugualmente un omicidio se Milton fosse stato ritrovato sul balcone con la testa fracassata.»

«L’assassino era troppo vicino alle camere, non ha osato sparare. Per quanto la casa sia ben isolata, avrebbero sentito il colpo di pistola.»

Constance cambiò leggermente posizione, un cambiamento appena percettibile ma che non sfuggì a Charlie. All’inizio era stato lui a insistere perché Constance praticasse l’aikido, e di volta in volta la esortava persino a mostrargli cosa aveva imparato, ma poi era arrivato un giorno in cui la moglie lo aveva guardato amorevolmente e gli aveva detto che forse era meglio se non gli avesse mostrato i nuovi movimenti.

«Milton non era piccolino» si affrettò a dire Charlie. «Siamo giunti tutti alla stessa conclusione, ricordi? Non se ne sarebbe stato lì fermo ad aspettare mentre qualcuno tentava di spingerlo giù dalla scogliera, ma se parliamo di un colpo di pistola allora la situazione è diversa. Non sono state rinvenute bruciature da polvere da sparo, e questo sembrerebbe indicare che il colpo è stato sparato da una certa distanza, in realtà invece l’assassino doveva trovarsi molto vicino. Probabilmente quando troveranno il lenzuolo scopriranno anche le bruciature. Ma la cosa più importante per il nostro assassino era che venisse considerato un omicidio, che ci fosse un’arma a indicare chiaramente l’implicazione di una persona, così che gli altri potessero essere scagionati. Non un altro fatale e misterioso incidente di un uomo precipitato da un balcone o da una scogliera, ma un omicidio compiuto deliberatamente con una pistola.»

Constance stava ancora meditando su queste cose quando Dwight li raggiunse, il volto asciutto, scavato dalle rughe e contratto. «Abbiamo trovato la pistola» disse. «Sotto al materasso di Maddie Elringer. Ieri non c’era.»

«Vuole del caffè?» gli domandò Constance.

Dwight la ignorò e continuò a fissare Charlie con uno sguardo duro. I suoi occhi erano diventati ancora più chiari, quasi incolori. «Comincio a chiedermi se lei non sappia un po’ troppe cose.»

Charlie si strinse nelle spalle e si appoggiò al bancone del bar con aria indolente. «Come mai dice questo, Dwight?»

«È lei che comanda, vero? Ci ha condotto esattamente dove voleva evitando accuratamente di fornirci delle informazioni fino al momento in cui ha reputato opportuno concederne qualcuna. Cos’ha in mente? Sta lavorando solo nell’interesse di quella gente, non è così?»

Charlie rise beffardo. «Be’, lo sa che non sono qui in vacanza, e di sicuro non mi ha assunto lo stato dell’Oregon.»

«Sapeva perfettamente che quella pistola sarebbe stata ritrovata nella stanza della madre di Bruce!»

«Sbagliato, non lo sapevo affatto. Diciamo che sarei stato sorpreso se questo non fosse avvenuto. Bruce è stato incastrato, Dwight.» Il capitano arrossì leggermente, ma prima che potesse intervenire Charlie proseguì: «O è così, oppure Bruce è stato tanto astuto da prendersi gioco di un complotto.» Charlie terminò di esporre la sua ipotesi e inarcò le sopracciglia.

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