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La casa che uccide [Smart House - it]

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La casa che uccide [Smart House - it]
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Dwight si rivolse a Constance. «È caldo?»

«Oh, sì.» Constance versò un’altra tazza di caffè per Dwight.

Il capitano si sedette dietro al bancone del bar e fissò Charlie in modo pungente. «D’accordo, sono lo stupido del villaggio, il ruolo mi si addice perfettamente. Mi spieghi.»

«Il problema è che abbiamo a che fare con gente estremamente intelligente che ama i rompicapi, le trappole e le controtrappole. È così che si guadagnano da vivere, risolvendo degli enigmi. Enigmi informatici, ma il principio è lo stesso. Supponiamo che Bruce sia l’assassino e che sia stato abbastanza scaltro da aver intuito in anticipo di essere il principale sospettato a causa del suo ruolo e di ciò che rappresenta. Bruce si adegua alla situazione, comincia la sceneggiala dell’imitazione di Gary e fa in modo che il suo comportamento risulti sempre insulso e sgradevole, ma non gravemente offensivo. Bruce si spinge oltre e costruisce delle prove piuttosto grossolane e dilettantesche come la terra davanti alla sua porta.» Guardò Constance che, nel sentire quelle parole, aveva emesso un leggero rumore espirando o sospirando.

«Ah!» esclamò Constance. «E quello che ho pensato quando ho trovato il computer portatile nel vaso di fiori. Chiunque con un minimo d’intelligenza non avrebbe nascosto il computer in un vaso per poi lasciare in giro delle tracce di terra che portavano proprio alla porta della sua stanza. Non aveva senso, ma poi mi è sfuggito di mente e non ci ho più pensato. Il punto è che quando si esaminano le piante in quel modo non si rovescia nemmeno un granello di terra, come ti ho dimostrato quando ti ho fatto vedere quanto fosse compatta la massa di radici della gardenia.»

«Lo vede?» disse Charlie. «È proprio a cose come queste che mi riferisco. In entrambi i casi, indovinare dove si trovava la pistola era piuttosto facile. Poteva essere stato Bruce a nasconderla, ben sapendo che un bravo avvocato avrebbe smontato la tesi d’accusa degli inquirenti, oppure bisogna ipotizzare che qualcuno stia cercando di incastrarlo. La madre nasconde l’arma del delitto per conto del figlio assassino. Non mi sembra un granché come trovata, è piuttosto maldestra, anche se da un certo punto di vista interessante.»

«Charlie, sappiamo entrambi che a volte anche le persone intelligenti commettono errori terribilmente sciocchi quando si tratta di evitare un’accusa di omicidio di primo grado. Io dico che se ogni indizio è riconducibile alla stessa persona, allora per Dio è tempo di agire!»

«Non lo incrimineranno nemmeno, se lei non riuscirà a provare un coinvolgimento di Bruce nelle altre due morti in maniera un po’ più convincente di quanto abbia fatto finora. È in grado di farlo?»

«No, e lei?»

«Ci sto lavorando. Ancora niente lenzuolo?»

«No. Dove mi suggerisce di andare a cercarlo?»

Charlie sorrise amabilmente. «La spiaggia è grande, l’oceano è vasto. A che ora c’è la prossima bassa marea?»

«Se fosse stato tra quel dannato mucchio di scogli i miei uomini lo avrebbero già trovato.»

«Forse hanno guardato nel mucchio sbagliato.»

Dwight lo fissò stizzito piuttosto a lungo, poi si alzò di scatto e si allontanò.

Una volta soli, Constance disse: «C’era l’alta marea quando Milton è stato ucciso. L’assassino deve aver nascosto il lenzuolo da qualche parte in attesa di gettarlo in mare con la bassa marea, altrimenti l’acqua ritirandosi lo avrebbe portato alla luce. Forse l’ha nascosto in mezzo ai tronchi portati sulla spiaggia dalia corrente. Nessuno avrebbe potuto trovarlo prima che ritornasse a prenderlo.»

«Credo anch’io che sia andata così» disse Charlie. «Probabilmente vi ha avvolto dei sassi per appesantirlo, forse anche il portacenere, e verso l’alba, con la bassa marea, si è spinto fino al punto più estremo degli scogli e ha lanciato il lenzuolo in mare.» Charlie sospirò. «Se lo ha fatto potrebbero non trovarlo mai più, dipende dalle correnti, dalle cavità sul fondo, dalla forza con cui l’ha scagliato, insomma, da un sacco di cose.» Guardò l’ora e vide che era l’una passata. «Ti è venuta fame? Andiamo a vedere che cosa ha preparato Mrs Ramos per pranzo.»

Mrs Ramos era impegnata ad allestire un altro buffet e andava velocemente avanti e indietro passando dalla cucina alla sala da pranzo. «Dieci minuti» disse loro bruscamente.

«Abbiamo il tempo di andare a dare un’altra occhiata alla cella frigorifera» disse Charlie. Uscirono dalla porta sul retro della cucina. Lì di fronte, attraversato lo stretto corridoio, c’era un’altra porta che dava accesso alla stanza definita da Gary "La cantina per i tuberi". Charlie aprì la porta, accese le luci ed entrarono.

L’aria era fredda, umida e opprimente. Le luci al neon facevano assumere alle labbra un colore violaceo, e alla pelle un colore verdognolo e malsano. Constance rabbrividì e si strinse le braccia intorno al corpo. La prima volta quel luogo non l’aveva colpita particolarmente, mentre adesso aveva la sensazione che l’aria stessa nascondesse una nuova minaccia, e questo perché ora sapeva che l’assassino si trovava in quella casa. Charlie affrettò il passo e scese velocemente le scale, attraversò la stanza fino al montavivande. Constance pensò che anche lui doveva avvertire il suo stesso senso di oppressione. Charlie esaminò la porta del montavivande, la aprì e osservò l’interno della cabina, un cubicolo di acciaio inossidabile senza alcun elemento o particolari di rilievo. Appoggiò a terra un ginocchio, passò la mano sul pavimento della cabina e sui punti di congiunzione delle pareti, poi arretrò con un’aria corrucciata.

«Cosa stai cercando?» gli domandò Constance rabbrividendo.

«Non lo so ancora con certezza. Se lo mando su la porta si blocca automaticamente. Mi chiedo se…» Prese il coltellino tascabile, lo aprì, e con una mano lo tenne premuto contro l’intelaiatura della porta mentre con l’altra schiacciò il tasto di chiusura. La porta si chiuse contro la lama del coltello e Charlie cercò di forzarla senza riuscire a farla riaprire. Borbottò qualcosa a bassa voce e si guardò intorno. «Potresti portare qui uno di quei carrelli? Penso che in questo punto ci sia il sensore.»

Constance portò il carrello. Charlie premette il pulsante di apertura, la porta si aprì senza difficoltà e Charlie tolse la lama del coltello. «Ora vediamo se riesco a ingannare il meccanismo» disse. Rovesciò il carrello sul fianco con le impugnature di acciaio posizionate all’estremità dell’intelaiatura della porta, si mise accanto al carrello e spinse con forza. «Prova a far chiudere la porta e a mandare su il montavivande, ammesso che parta.» Si puntò saldamente contro il carrello e continuò a esercitare una pressione costante. Il meccanismo scattò e il montavivande cominciò a salire. «Perfetto!» esclamò Charlie. «Appena smetto di fare forza però potrebbe tornare giù. Dobbiamo cercare di lasciare la presa e contemporaneamente spingere il carrello sotto al pavimento della cabina. Al mio tre. Uno, due, tre, ora!» Charlie lasciò la presa e Constance diede al carrello una spinta energica mandandolo nel pozzo del montavivande. La cabina non cominciò a scendere, e se lo avesse fatto il carrello non sarebbe riuscito a sostenerne il peso, ma se non altro ne avrebbe frenato la discesa, o perlomeno fu questa la conclusione a cui giunse Charlie con una certa soddisfazione. Sorrise a Constance, si frugò in tasca in cerca della torcia portabile, si chinò appoggiando nuovamente un ginocchio a terra per guardare dentro al pozzo del montavivande.

Quando esaminò le pareti laterali fu ancora più soddisfatto. Allora avanzò un poco sporgendosi ulteriormente per dare un’occhiata più da vicino al muro di fondo, quello che confinava con l’ascensore segreto. Si era convinto che quell’ascensore fosse stato realizzato in un secondo tempo, e ora ne aveva la certezza. Quel muro era stato riposizionato, rifatto. Rispetto ai muri laterali non raggiungeva la stessa perizia nella fattura e nella rifinitura, e c’era persino una sorta di buco in fondo. Insomma, era piuttosto malfatto, pensò Charlie, e là dentro faceva anche maledettamente freddo. Si rammentò quanto lo avesse colpito l’aver trovato un muro tanto freddo la prima volta che aveva ispezionato l’ascensore segreto. In una casa così ben costruita come Smart House quel particolare era incomprensibile, e lui era stato stupido a non dare seguito a quell’intuizione. "Stupido! Stupido!" ripeté silenziosamente, e si accorse che quelle che stava fissando erano le sue dita, e in quel momento parevano incapaci di reggere saldamente la torcia. Aveva la sensazione che le dita fossero disgiunte dal resto del corpo, che fossero troppo grandi. Cercò di guardare la mano per verificare se ci fosse qualcosa che non andava, ma quell’operazione sembrava richiedergli uno sforzo eccessivo. Anche i suoi occhi erano disgiunti dal resto del corpo, pensò divertito da quell’idea.

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