Il tempo delle metamorfosi [A Time of Changes - it]
- Автор: Силверберг Роберт
- Год: 1974
- Язык: итальянский
- Год: Fanucci Editore
- Переводчик: Maria Teresa Aquilano
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il tempo delle metamorfosi [A Time of Changes - it]». Краткое содержание книги:
Ottenuto premio Nebula in 1971.
Nominato per premi Hugo e Locus in 1972.
Disse che non avrebbe potuto considerarsi veramente mio fratello di legame se non l’avesse sperimentata. Quelle parole gli costarono molta fatica. I suoi eleganti vestiti erano fuori posto, tanto era il suo nervosismo, una linea sottile di gocce di sudore gli imperlava il labbro superiore. Andammo in una stanza in cui nessuno potesse entrare e io preparai la pozione. Quando prese il flacone mi sorrise brevemente col suo sorrisetto familiare, impudente, furbo e coraggioso, ma la sua mano tremava tanto che quasi rovesciò la bevanda. La droga agì rapidamente su tutti e due. Era una notte di pesante umidità, una densa nebbia untuosa ricopriva la città ed i suoi suburbi, avevo l’impressione che le dita di quella nebbia scivolassero nella stanza attraverso le finestre semiaperte; vidi brillanti e pulsanti fasce di nuvole afferrarci, danzare tra il mio fratello di legame e me. I primi effetti della droga disturbavano Noim, ma io gli spiegai che quelle sensazioni erano normali, il doppio battito cardiaco, la testa piena di bambagia, le acute vibrazioni dell’aria. Ormai eravamo aperti. Guardai in Noim e vidi non soltanto lui, ma anche l’immagine che aveva di se stesso, incrostata di vergogna e di autodisprezzo; c’era in Noim un fiero e bruciante odio per i difetti che immaginava di avere; e quei difetti erano molti. Si accusava di pigrizia, di mancanza di disciplina e di ambizione, di scarsa religiosità, di indifferenza verso i doveri più importanti, di debolezza, fisica e morale. Non riuscivo a capire perché mai si vedesse in quel modo, dato che il vero Noim era lì, accanto a quell’immagine, ed il vero Noim era un uomo dalla testa dura, leale verso quelli che amava, severo nel giudicare la stupidaggine, con le idee chiare, appassionato, energico. Il contrasto tra il Noim di Noim e il Noim del mondo era sorprendente: era come se egli fosse capace di valutare nel modo giusto qualsiasi cosa all’infuori di se stesso. Nei miei viaggi con la droga avevo già visto simili discordanze, le avevano tutti; l’unica eccezione era Schweiz, che non era stato educato fin dall’infanzia a negare se stesso. Ma in Noim erano più forti che in chiunque altro.
Vidi anche, come già avevo visto altre volte, la mia immagine riflessa attraverso la sensibilità di Noim: un Kinnall Darival molto più nobile di quello che io conoscevo. Come mi idealizzava! Io rappresentavo tutto quel che lui desiderava essere, un uomo d’azione e di coraggio, un uomo di potere, nemico di qualunque frivolezza, un uomo che praticava la più severa disciplina intima, e capace di grande devozione. Ma quest’immagine portava nuove tracce di ruggine: non ero forse un esibizionista, uno che disprezzava il Comandamento, uno che aveva fatto questo e quello con undici sconosciuti, e che ora trascinava il suo fratello di legame in un esperimento criminale? E poi Noim scoprì la vera profondità dei miei sentimenti per Halum e nel fare quella scoperta, che confermava dei vecchi sospetti, mutò ancora l’immagine che aveva di me, e non certo in meglio. Mostrai a Noim l’immagine che io avevo sempre avuto di lui, un uomo rapido, intelligente, vivace, gli mostrai il suo Noim ed il Noim oggettivo, mentre egli mi faceva vedere il me stesso che ora poteva scorgere, al di là di quel Kinnall idealizzato. Quelle esplorazioni reciproche durarono diverso tempo. Pensavo che quegli scambi avessero un valore immenso, dato che soltanto con Noim potevo raggiungere la necessaria profondità di prospettiva, la giusta parallasse di carattere, e lui poteva farlo soltanto con me. Avevamo dei vantaggi enormi rispetto a due sconosciuti che s’incontrano per la prima volta con la droga sumariana. Quando la malia della pozione cominciò ad abbandonarci, mi sentivo esausto per l’intensità della comunione, ma anche più nobile, esaltato, trasformato.
Ma per Noim non era così. Sembrava svuotato, raggelato. Riusciva a stento ad alzare gli occhi su di me. Era così freddo che non avevo il coraggio di parlare. Rimasi in silenzio, aspettando che si riprendesse. Finalmente disse: — È finito? Tutto?
— Sì.
— Prometti una cosa, Kinnall. Prometti?
— Cosa Noim?
— Prometti che non farai mai questa cosa con Halum! Prometti, Kinnall? Mai Mai.
54
Diversi giorni dopo la partenza di Noim, un sentimento di colpa mi spinse verso la Cappella di Pietra. Aspettando che Jidd mi ricevesse mi aggirai per le sale ed i passaggi dell’oscura costruzione fermandomi davanti agli altari, inchinandomi umilmente davanti a semiciechi studiosi del Comandamento, che tenevano discussioni teologiche in un cortile, respingendo gli ambiziosi confessori minori che, riconoscendomi, mi volevano per cliente. Tutt’intorno a me erano le cose della divinità, ma io non riuscivo a sentire la presenza divina. Forse Schweiz aveva trovato la divinità attraverso le anime degli altri; io, invece, andando a tentoni, esibendomi, avevo in qualche modo perduto l’altra fede: ma non me ne importava. Sapevo che col tempo avrei finito per ritrovare la strada della grazia dispensando amore e fiducia. Così, mi nascondevo nel tempio dei templi, come un semplice turista.
Andai da Jidd. Non mi confessava da quando Schweiz mi aveva dato per la prima volta la droga sumariana. L’omino dal naso storto me lo fece notare mentre mi porgeva il contratto. Gli impegni del Tribunale, gli spiegai, ma scosse la testa con un’esclamazione di scherno. — Dovete essere pieno da scoppiare. — Senza rispondere, mi sedetti davanti al suo specchio a guardare il volto sottile e poco familiare che vi si rifletteva. Mi chiese quale dio volessi e io gli risposi il dio dell’innocenza. Mi gettò un’occhiata strana. Le luci sante si accesero. Parlando in modo suadente, mi portò alla mezza trance della confessione. Cosa potevo dire? Che avevo ignorato la promessa da me fatta, e avevo continuato a usare la pozione per dischiudere l’anima con chiunque avesse voluto prenderla con me? Rimasi silenzioso. Jidd cercava di farmi parlare. Fece una cosa che non avevo mai visto fare a nessun confessore: si riferì alla mia confessione precedente, e mi chiese di parlare ancora di quella droga che avevo ammesso di aver usata. L’avevo presa ancora? Avvicinai il volto allo specchio, appannandolo con l’alito. Sì. Sì. Miserabili peccatori, si è stati di nuovo vinti dalla debolezza. Jidd mi chiese come avessi ottenuto la droga ed io risposi che l’avevo presa la prima volta con un uomo che l’aveva comprata da un viaggiatore che era stato a Sumara Borthan. Sì, disse Jidd, e qual era il nome di quell’uomo? Fu una mossa sbagliata: immediatamente mi misi sulle difensive. Mi sembrava che la domanda di Jidd andasse ben al di là delle esigenze di una confessione, e che comunque quel che mi chiedeva non avesse nessuna importanza, nella situazione in cui mi trovavo. Rifiutai di dirgli il nome di Schweiz e questo lo spinse a chiedermi, un po’ bruscamente, se avevo paura che infrangesse il segreto della confessione.