I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Ecumene #1
- Год: 1976
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0776-6
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
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La lontra emise un suono, ritornò sulle quattro zampe ed esaminò con interesse le scarpe di Shevek.
— La trova simpatico — disse Ini.
— Anch’io — rispose Shevek, un po’ tristemente. Ogni volta che vedeva un animale, il volo degli uccelli, lo splendore degli alberi autunnali, la tristezza scendeva in lui e dava al piacere un orlo tagliente. Egli non pensava consciamente a Takver in quei momenti, non pensava alla sua assenza. Piuttosto, era come se Takver fosse presente anche se egli non pensava a lei. Era come se alla bellezza e alla bizzarria delle bestie e delle piante di Urras fosse stato affidato un messaggio per lui da parte di Takver, che non le avrebbe mai viste, i cui antenati per sette generazioni non avevano toccato la pelliccia tiepida di un animale o visto un frullo d’ali all’ombra degli alberi.
Passò la notte in una camera da letto sotto il cornicione. Era fredda, cosa, che gli piacque dopo l’eterno surriscaldamento delle stanze dell’Università, e molto alla buona: il letto, gli armadi dei libri, una cassapanca, una sedia e un tavolo di legno verniciato. Era come a casa, pensò, dimenticando l’altezza del letto e la morbidezza del materasso, le fini coperte di lana e le lenzuola di seta, le statuine di avorio sulla cassapanca, le rilegature in cuoio dei libri, e il fatto che la stanza, e ogni cosa in essa contenuta, e la casa di cui faceva parte, e il terreno su cui la casa sorgeva, erano proprietà privata, proprietà di Demaere Oiie, anche se egli non l’aveva costruita e non ne lavava i pavimenti. Shevek lasciò perdere queste fastidiose discriminazioni. Era una bella stanza, e non era poi tanto diversa da una stanza singola di un domicilio.
Dormendo in quella stanza, egli sognò di Takver. Sognò che era con lui nel letto, che le sue braccia erano intorno a lui, i loro corpi si stringevano… ma in che stanza, in che stanza erano? Dove erano? Erano sulla Luna insieme, faceva freddo, e camminavano accanto. Era un posto piatto, la Luna, tutto coperto di neve bianco-azzurrina, sebbene la neve fosse sottile e si potesse facilmente scostarla col piede per mostrare il luminoso terreno bianco. La Luna era morta, era un luogo morto. — Non è veramente così — egli diceva a Takver, accorgendosi che era intimorita. Stavano camminando verso qualcosa, una linea lontana, di una materia che pareva mobile e luccicante come plastica, una remota, quasi invisibile barriera che attraversava il bianco pianoro innevato. Nel suo cuore, Shevek aveva paura di avvicinarsi, ma disse ugualmente a Takver: — Presto lo raggiungeremo. — Lei non gli rispose.
CAPITOLO 6
Quando Shevek venne rimandato a casa dopo una decade trascorsa all’ospedale, il suo vicino della Stanza 45 venne a trovarlo. Era un matematico, molto alto e allampanato. Aveva uno strabismo divergente, cosicché non potevi mai essere certo se fosse lui a guardare te, o tu a guardare lui. Egli e Shevek coesistevano amichevolmente, a fianco a fianco nel dormitorio dell’Istituto, ormai da un anno, senza essersi mai rivolti una frase completa.
Desar ora entrò e fissò Shevek (o i punti al suo fianco). - Niente? — chiese.
— Mi sento bene, grazie.
— Portarti il pasto dal refettorio?
— Col tuo? — disse Shevek, influenzato dallo stile telegrafico di Desar.
— D’accordo.
Desar portò un vassoio con due pasti dal refettorio dell’Istituto, e mangiarono insieme nella stanza di Shevek. Lo fece nuovamente, mattino e sera, per tre giorni, finché Shevek non si sentì nuovamente in grado di muoversi. Era difficile capire perché Desar lo facesse. Non era un tipo amichevole, e i legami di fratellanza parevano significare poco, per lui. Una delle ragioni per le quali si teneva lontano dalla gente era quella di nascondere la propria disonestà; egli era stupefacentemente pigro o francamente proprietarista, poiché la Stanza 45 era piena di cose che non aveva diritto, o motivo, di tenere: piatti della mensa, libri di biblioteche, una scatola di arnesi per scolpire il legno, presi a un deposito di forniture per artigiani, un microscopio proveniente da qualche laboratorio, otto diverse coperte, un armadio pieno di abiti, alcuni dei quali, chiaramente, non erano della misura di Desar né lo erano mai stati, altri che dovevano essere le cose che metteva addosso quando aveva otto anni, dieci. Pareva ch’egli si recasse nei depositi e nei magazzini a prendere le cose a manciate, indipendentemente dal fatto che gli occorressero o no. — Perché tieni tutte quelle cianfrusaglie? — gli chiese Shevek, la prima volta che venne ammesso nella stanza. Desar fissò accanto a lui. — Boh, la roba si accumula da sola… — rispose, vagamente.
Il campo scelto da Desar nelle matematiche era talmente esoterico che nessuno, tanto nell’Istituto quanto nella Federativa di Matematica, avrebbe potuto controllare con coscienza di causa i suoi progressi. E questo era esattamente il motivo per cui Desar l’aveva scelto. Egli aveva dato per assodato che i motivi di Shevek fossero identici. — Diavolo — disse una volta, - lavoro? Bell’incarico, qui. Sequenza, Simultaneità, sterco. — Alcune volte Shevek provava simpatia per Desar, altre lo detestava, per gli stessi motivi. Rimase con lui, però, e deliberatamente, come parte della sua decisione di cambiare vita.
La malattia gli aveva fatto comprendere che se avesse cercato di andare avanti da solo sarebbe andato incontro a un crollo totale. Lo vedeva in termini morali, e si giudicava senza pietà. Aveva continuato a tenersi per se stesso, contrariamente all’imperativo etico della fratellanza. Shevek a ventun anni non era esattamente un pedante, con la sua moralità appassionata e severa; ma essa combaciava ancora con una matrice rigida, l’Odonianesimo semplicistico insegnato ai bambini da adulti mediocri, una predica interiorizzata.
Si era comportato male. Doveva comportarsi bene. E così fece.
Si proibì la fisica cinque sere su dieci. Si offrì per il lavoro di comitato nell’amministrazione dei domicili dell’Istituto. Presenziò alle riunioni della Federativa di Fisica e dell’Unione dei Membri dell’Istituto. Si iscrisse a un gruppo che praticava la retroazione biologica e il condizionamento delle onde cerebrali. In refettorio si costrinse ad accomodarsi a tavoli grandi, invece che a piccoli tavoli, con un libro davanti.
Fu una sorpresa: pareva che gli altri fossero lì ad aspettarlo. Lo prendevano con sé, gli davano il benvenuto, lo invitavano a dividere il letto e l’allegria. Lo portarono in giro con loro, e in tre decadi egli imparò più cose su Abbenay di quante non ne avesse imparate in un anno. Si recò con gruppi di persone giovani e allegre in campi sportivi, centri artistici, piscine, feste, musei, teatri, concerti.
I concerti: furono una rivelazione, una scossa di gioia.
Non si era mai recato a un concerto ad Abbenay, in parte perché pensava alla musica come a qualcosa che si fa, piuttosto che qualcosa che si ascolta. Da bambino aveva sempre cantato, o suonato uno strumento, nei cori e nei complessi locali; l’esperienza gli era sempre piaciuta, ma egli non aveva molto talento. E lì si fermavano le sue conoscenze musicali.
I centri di apprendimento insegnavano tutte le tecniche che preparavano alla pratica di una qualsiasi arte: insegnavano canto, metrica, danza, uso della spazzola, dello scalpello, del coltello, del tornio e così via. Tutto in modo pragmatico: i bambini imparavano a vedere, parlare, ascoltare, spostare, maneggiare. Non veniva fatta distinzione tra arte e artigianato; l’arte non veniva considerata come una cosa che avesse un suo posto nella vita, ma come una tecnica fondamentale della vita, come ad esempio la parola. In questo modo l’architettura aveva prodotto, fin dall’inizio, spontaneamente, uno stile coerente, puro e semplice, dalle proporzioni sottili. La pittura e la scultura servivano prevalentemente come elementi dell’architettura e della pianificazione urbana. Per quanto riguardava le arti delle parole, poesia e narrativa tendevano ad essere effimere, legate al canto e alla danza; solo il teatro risaltava con un posto tutto suo, e solo il teatro veniva chiamato «l’Arte», qualcosa di completo in se stesso. C’erano molti gruppi teatrali regionali e itineranti di attori e danzatori, gruppi di repertorio, spesso con il loro drammaturgo fisso. Recitavano tragedie, commedie su canovaccio, mimi. Erano accolti con la felicità con cui si accoglieva la pioggia nelle solitarie cittadine del deserto, erano l’evento dell’anno dovunque giungevano. Capace di racchiudere l’isolamento e la comunalità dello spirito anarresiano, e nato da essi, il teatro drammatico aveva raggiunto una forza e una luminosità straordinarie.