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READ-E-BOOK » Научная фантастика » I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
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I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]

Электронная книга - «I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]». Краткое содержание книги:

Due pianeti gemelli, Urras e Anarres. Il primo, quasi desertico, non ha mai favorito gli insediamenti umani finché non vi sono giunti i seguaci di Odo, in contrasto insanabile con la società del benessere che prospera su Anarres. Da allora, gli Odoniani hanno creato una società di sopravvivenza, consona ai loro ideali: una «fratellanza» da cui sono esclusi i concetti di proprietà, di governo e di autorità. I contatti fra i due pianeti sono limitati e un muro chiude il porto franco in cui scendono le navi spaziali anarresiane, salvaguardando gli «anarchici», i nullatenenti di Urras, dalle idee (non meno che dai microbi) di Anarres.
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— Un’economia monetaria basata sul principio che ciascun lavoratore viene pagato come merita, per il valore del suo lavoro… non dai capitalisti che è costretto a servire, ma dallo stato di cui è un membro!

— È lui che fissa il valore del proprio lavoro?

— Perché non viene in Thu, a vedere come funziona il vero socialismo?

— Conosco già come funziona il vero socialismo — disse Shevek. — Potrei spiegarvelo, ma il vostro governo me lo lascerebbe spiegare, in Thu?

Chifoilisk spostò col piede un ceppo che non aveva preso fuoco. L’espressione del suo volto, mentre fissava le fiamme, era amara; i solchi tra il naso e gli angoli delle labbra erano assai profondi. Non rispose alla domanda di Shevek. Dopo un po’, disse: — Non intendo giocare a botta e risposta con lei. Non serve; e comunque non voglio. La cosa che devo chiederle è la seguente: sarebbe disposto a venire in Thu?

— Non ora, Chifoilisk.

— Ma che cosa può riuscire a fare… qui?

— Il mio lavoro. E poi, qui sono vicino alla sede del Consiglio dei Governi Mondiali.

— Il Consiglio? Da trent’anni il Consiglio è una creatura dell’A-Io. Non conti su di esso per salvarsi!

Pausa. — Dunque, sono in pericolo?

— Non s’è accorto neppure di questo?

Altra pausa.

— Riguardo a chi, precisamente, intende avvertirmi? — chiese Shevek.

— Riguardo a Pae, in primo luogo.

— Oh, sì, Pae. — Shevek appoggiò le mani sulla cappa scolpita, intarsiata in oro, del caminetto. — Pae è un ottimo fisico. È molto servizievole. Ma non mi fido di lui.

— Perché?

— Be’… evade.

— Sì. Un giudizio psicologico molto acuto. Ma Pae non è pericoloso per lei perché è una persona sfuggente, Shevek. Pae è pericoloso perché è un agente leale e ambizioso del Governo lotico. Fa rapporto su di lei, e su di me, con regolarità, al Ministero della Sicurezza Nazionale… la polizia segreta. Non intendo sottovalutare le sue capacità, Shevek, Dio sa, ma lei non si accorge che la sua abitudine di accostarsi a ciascun individuo come a una persona, un individuo a sé, non funziona, qui, non può funzionare? Lei deve comprendere i poteri che stanno alle spalle dei singoli individui.

Mentre Chifoilisk parlava, l’atteggiamento rilassato di Shevek si era irrigidito; adesso stava dritto come Chifoilisk, e fissava il fuoco. Disse: — Come fa a sapere di Pae?

— Esattamente come so che la sua stanza, Shevek, contiene un microfono nascosto, al pari della mia. Lo so perché è il mio mestiere saperlo.

— Anche lei è un agente del suo governo?

Il volto di Chifoilisk si abbassò; poi egli si voltò bruscamente verso Shevek, e disse piano, con odio: — Sì, naturalmente. Se non lo fossi, non sarei qui. Lo sanno tutti. Il mio governo invia all’estero soltanto persone delle quali si può fidare. E di me si fida! Perché io non mi sono lasciato comprare, come tutti questi maledetti ricchi professori iotici. Io credo nel mio governo, nel mio paese. Ho fede in loro. — Forzava le parole a uscire, come in una specie di tormento. — Lei deve guardarsi intorno, Shevek! Lei è come un bambino in mezzo ai ladri. Sì, sono gentili con lei, le danno una bella stanza, lezioni da tenere, studenti, denaro, visite ai castelli, visite alle fattorie modello, visite ai graziosi paesini. Soltanto il meglio di ogni cosa. Tutto bello, graziosissimo! Ma per quale motivo? Perché l’hanno portata qui dalla Luna, le fanno dei complimenti, le stampano i libri, la tengono così bene nella bambagia, al calduccio, in aule scolastiche e laboratori e biblioteche? Crede che lo facciano per disinteresse scientifico, per amore fraterno? Qui siamo in una economia di profitto, Shevek!

— Lo so. E sono venuto per contrattare con essa.

— Contrattare? Dare cosa?… E in cambio di che?

Il volto di Shevek aveva assunto la stessa espressione fredda, grave, che aveva nel lasciare il Forte di Drio. — Lei sa che cosa voglio, Chifoilisk. Voglio che il mio popolo esca dall’esilio. Sono venuto qui perché non credo che vogliate la stessa cosa, in Thu. Voi avete paura di noi, laggiù. Voi temete che noi possiamo riportare in vita la rivoluzione, la vecchia rivoluzione, quella vera, la rivoluzione per la giustizia che voi avete cominciato e poi fermato a mezza via. Qui nell’A-Io hanno meno paura di me, perché hanno dimenticato la rivoluzione. Qui non credono più ad essa. Qui pensano che quando il popolo può possedere abbastanza cose, è contento di vivere in prigione. Ma io non lo crederò mai. Io voglio che i muri cadano. Io voglio la solidarietà, la solidarietà umana. Voglio il libero scambio tra Urras e Anarres. Ho lavorato per esso come ho potuto su Anarres, ora lavoro per esso come posso su Urras. Laggiù ho agito. Qui, scambio.

— Che cosa?

— Oh, lei lo sa, Chifoilisk — disse Shevek con voce bassa, in tono diffidente. — Lei lo sa, cosa vogliono da me.

— Sì, lo so, ma non credevo che lo sapesse lei — disse il thuviano, parlando anch’egli a voce bassa; la sua voce roca divenne un mormorio ancora più roco, tutto respiro e fricative. — Ci è arrivato, allora… la Teoria Generale Temporale?

Shevek lo fissò, forse con una punta di ironia.

Chifoilisk insistette: — Esiste già in forma scritta?

Shevek continuò a fissarlo per un lungo istante, e poi rispose direttamente alla domanda: — No.

— Ottimamente!

— Perché?

— Perché se esistesse, l’avrebbero già presa.

— Cosa intende dire?

— Esattamente ciò che ho detto. Senta, non è stata proprio Odo a dire che dove c’è proprietà c’è furto?

— «Per fare un ladro, fai un padrone; per creare un crimine, crea delle leggi.» L’organismo sociale.

— Bene. Dove ci sono degli scritti in una camera chiusa a chiave, là ci sono delle persone con le chiavi della serratura!

Shevek fece una smorfia. — Sì — disse infine, — è una cosa molto spiacevole.

— Spiacevole per lei. Non per me. Io non ho i suoi scrupoli morali individualistici, lei lo sa. Sapevo già che non ha una copia scritta della Teoria. Se avessi creduto diversamente, avrei fatto qualsiasi sforzo per averla, con la persuasione, con il furto, o con la forza, se avessi pensato di poterla rapire senza entrare in guerra con l’A-Io. Qualsiasi cosa, pur di toglierla a questi grassi capitalisti iotici e di consegnarla al Presidio Centrale del mio paese. Poiché la più alta causa che io possa servire sono la potenza e il bene del mio paese.

— Lei mente — disse Shevek, tranquillo. — Io credo che lei sia un patriota, sì. Ma lei colloca al di sopra del patriottismo il suo rispetto per la verità, la verità scientifica, e forse anche la sua lealtà verso le singole persone. Lei non mi tradirebbe.

— Lo farei, se potessi — disse Chifoilisk, violentemente. Fece per dire qualcosa, s’interruppe, e infine disse, con rabbia e rassegnazione: — La pensi come crede. Io non posso spalancarle gli occhi per lei. Ma, ricordi, noi la desideriamo. Se una volta o l’altra arriverà a vedere cosa succede quaggiù, venga in Thu. Lei ha scelto le persone sbagliate per cercare di farne i suoi fratelli! E se… no, non spetta a me dirlo. Comunque, non conta… se non vuole venire da noi in Thu, almeno non dia la sua Teoria agli iotici. Non dia niente agli usurai! Se ne vada. Torni a casa. Dia al suo popolo ciò che ha da dare!

— Il mio popolo non lo vuole — disse Shevek, senza alcuna particolare inflessione. — Crede che non abbia già provato?

Quattro o cinque giorni più tardi, Shevek, che aveva chiesto di Chifoilisk, venne a sapere che era tornato in Thu.

— Per non più tornare? Non mi aveva detto di essere di partenza.

— Un thuviano non sa mai quando arriverà un ordine del suo Presidio — disse Pae, poiché, naturalmente, era stato Pae a riferirlo a Shevek. — L’unica cosa che sa, è che quando l’ordine arriva è meglio non perdere tempo. E non soffermarsi a prendere commiato per strada. Povero Chifoilisk! Mi chiedo cosa avrà fatto di sbagliato.

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