I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Ecumene #1
- Год: 1976
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0776-6
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]». Краткое содержание книги:
— Ma anche il tuo ultimo articolo era sulla gravità. Quando ti deciderai a dedicarti alla cosa importante?
— Sai che per noi Odoniani i mezzi sono il fine — disse Shevek, in tono leggero. — Inoltre, non posso presentare una teoria del tempo che trascuri la gravità, non ti pare?
— Vuoi dire che ce la dai a pezzi e bocconi? — chiese Atro, con sospetto. — Non mi era venuto in mente. Farò meglio a riguardare quel tuo ultimo articolo. Alcune sue parti non mi erano molto chiare. Mi si stancano così tanto gli occhi, di questi tempi. Credo che quel maledetto affare ingranditore proiettore che devo usare per leggere si sia guastato. Non mi pare che proietti chiaramente le parole.
Shevek fissò il vecchio fisico con rimorso e affezione, ma non gli disse altro sullo stato della sua teoria.
Inviti a ricevimenti, dediche, inaugurazioni e così via venivano recapitati a Shevek quasi ogni giorno. Egli si recò ad alcuni, poiché era venuto su Urras con una missione, e doveva cercare di svolgerla: doveva promuovere l’idea di fraternità, doveva rappresentare, con la sua stessa persona, la solidarietà dei due Pianeti. Egli parlava, e la gente lo ascoltava e diceva: — Ha proprio ragione.
Si chiese perché il governo non gli impedisse di parlare. Chifoilisk doveva avere esagerato, in vista dei propri interessi, la portata del controllo e della censura che potevano esercitare. Egli parlava parole di pura anarchia, ed essi non lo fermavano. Ma avevano davvero bisogno di fermarlo? Gli pareva ogni volta di parlare alle stesse persone: ben vestite, ben nutrite, beneducate, sorridenti. Era quello l’unico tipo di persone esistente su Urras? — È il dolore, che porta gli uomini ad unirsi — diceva Shevek, ritto davanti a loro, ed essi annuivano e dicevano: — Ha proprio ragione.
Cominciò a odiarli, e, quando se ne accorse, smise da un giorno all’altro di accettare i loro inviti.
Ma questo era accettare il fallimento e accrescere il suo isolamento. Egli non stava facendo ciò che era venuto a fare. Non erano stati gli altri a isolarlo, si disse; era stato — come sempre — egli stesso a isolarsi da loro. Egli era solo, soffocantemente solo, tra tutte le persone che vedeva ogni giorno. Il guaio era che non era in contatto. Egli sentiva di non avere toccato nulla, nessuno, su Urras in tutti quei mesi.
Nel Refettorio degli Anziani di Facoltà, a tavola, una sera disse: — Sapete, non so come vivete, qui. Vedo le case private, sì, ma dall’esterno. Dall’interno conosco solo la vostra vita non privata… sale di riunione, refettori, laboratori…
Il giorno successivo, Oiie, un po’ rigidamente, chiese a Shevek se voleva venire a cena e fermarsi per la notte, il prossimo fine settimana, a casa sua.
La casa era situata ad Amoeno, un paese a poche miglia da Ieu Eun, ed era, per il metro urrasiano, una modesta casa della classe media, forse più antica del normale. Era stata costruita circa trecento anni prima, in pietra, con stanze dai pannelli di legno. Il doppio arco caratteristico iotico compariva nelle finestre e nelle porte. Una relativa mancanza di mobili piacque subito a Shevek: le stanze avevano un aspetto austero, spazioso, con le loro grandi distese di pavimenti lucidi e profondi. Si era sempre sentito a disagio fra le decorazioni eccessive e l’arredo degli edifici pubblici in cui si tenevano i ricevimenti, le inaugurazioni e così via. Gli urrasiani avevano molto gusto, ma spesso questo gusto pareva in conflitto con un impulso verso l’ostentazione, verso la spesa elevata. L’origine naturale, estetica del desiderio di possedere cose veniva nascosta, pervertita dalle pressioni economiche e competitive, che a loro volta emergevano sotto forma di qualità delle cose: così tutto ciò che raggiungevano era una specie di meccanica prodigalità. Qui invece c’era della grazia, raggiunta mediante la limitazione.
Un servitore prese loro il cappotto all’ingresso. Giunse la moglie di Oiie, a salutare Shevek, dalla cucina seminterrata, dove stava dando ordini al cuoco.
Parlando prima di pranzo, Shevek scoprì di rivolgere la parola quasi esclusivamente alla donna, con un’amichevolezza, un desiderio di esserle simpatico, che sorprese lui per primo. Ma era così bello parlare di nuovo con una donna! Niente di strano che la propria esistenza gli fosse parsa isolata, artificiale, tra uomini, sempre tra uomini, priva della tensione e dell’attrazione della differenza sessuale. E Sewa Oiie era attraente. Osservando le linee delicate della nuca e delle tempie, egli dimenticò le proprie obiezioni alla moda urrasiana di radere la testa femminile. Sewa era reticente, piuttosto timida; egli cercò di farla sentire a proprio agio con lui, e rimase assai compiaciuto quando gli parve di esserci riuscito.
Si avviarono per il pranzo e vennero raggiunti a tavola da due bambini. Sewa Oiie disse, a mo’ di scusa: — Sa, non si riescono più a trovare bambinaie decenti, da questa parte del paese. — Shevek annuì, senza sapere che cosa fosse esattamente una bambinaia. Osservava i bambini con lo stesso sollievo, lo stesso diletto di sempre. Non aveva più visto bambini da quando aveva lasciato Anarres.
Erano bambini molto puliti, posati, che parlavano quando si rivolgeva loro la parola, vestiti in giacchetta azzurra di velluto e calzoni corti. Adocchiarono Shevek con timore, come se si fosse trattato del Mostro Venuto dallo Spazio. Il bambino di nove anni si comportava in modo severo con quello di sette; gli mormorò di non fissare l’ospite, lo pizzicò selvaggiamente quando gli disobbedì. Il più piccolo gli restituì il pizzicotto e cercò di dargli un calcio da sotto la tavola. Il Principio della Superiorità non pareva ancora instaurato bene nella sua mente.
Oiie, a casa, era un uomo completamente diverso. Lo sguardo reticente scompariva dalla sua faccia; non strascicava le parole. La famiglia lo trattava con rispetto, ma nel rispetto c’era reciprocità. Shevek aveva ascoltato in abbondanza le opinioni di Oiie sulle donne, e si sorprese nel vedere che trattava la moglie con cortesia, perfino con delicatezza. «Questa è cavalleria» pensò Shevek, che aveva imparato recentemente la parola, ma presto si disse che era qualcosa di migliore. Oiie era affezionatissimo alla moglie, e ne aveva la massima fiducia. Si comportava con lei e con i bambini nel modo in cui avrebbe potuto comportarsi un anarresiano. In effetti, a casa, egli d’un tratto si rivelava come un tipo semplice e fraterno di uomo, un uomo libero.
Parve a Shevek un ambito di libertà molto piccolo, una famiglia molto piccola, ma si sentiva così bene, così libero anch’egli, che non provava desiderio di criticare.
In una pausa della conversazione, il bambino più piccolo disse con la sua voce chiara, piccola: — Il signor Shevek non sa bene le buone maniere.
— Come mai? — chiese Shevek, prima che la moglie di Oiie facesse in tempo a sgridare il bambino. — Che cosa ho fatto?
— Non ha detto grazie.
— E di che cosa?
— Quando le ho passato il piatto dei sottaceti.
— Ini! Stai bravo!
Sedik! Non egoizzare! Il tono era esattamente lo stesso.
— Pensavo che tu li stessi dividendo con me. Erano invece un dono? Noi diciamo grazie soltanto per i doni, al mio paese. Ci dividiamo le altre cose senza neppure parlarne, sai. Vuoi che ti ridia i sottaceti?
— No, non mi piacciono — disse il bambino, alzando gli occhi scuri, molto luminosi, sul volto di Shevek.
— Questo rende particolarmente agevole condividerli — disse Shevek. Il bambino maggiore fremeva dal desiderio represso di pizzicare Ini, ma Ini si mise a ridere, mostrando i piccoli denti bianchi. Dopo qualche tempo, nel corso di una pausa, disse con voce bassa, piegandosi verso Shevek: — Le piacerebbe vedere la mia lontra?
— Certo.
— È nel giardino. Mamma l’ha messa fuori perché pensava che potesse darle fastidio. Alcuni grandi non amano gli animali.
— A me piace vederli. Non abbiamo animali, nel mio paese.