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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Finalmente, essendo l'anno 1550 creato papa Giulio Terzo, pensandosi che dovesse metter mano da dovero alla fabrica di San Piero, se ne venne il Mosca a Roma e tentò con i deputati della fabrica di S. Piero di pigliare in somma alcuni capitelli di marmo, più per accomodare Giandomenico suo genero che per altro. Avendo dunque Giorgio Vasari, che portò sempre amore al Mosca, trovatolo in Roma dove anch'egli era stato chiamato al servizio del Papa, pensò ad ogni modo d'avergli a dare da lavorare, perciò che avendo il cardinal vecchio di Monte, quando morì, lasciato agl'eredi che se gli dovesse fare in San Piero a Montorio una sepoltura di marmo, et avendo il detto papa Giulio suo erede e nipote ordinato che si facesse e datone cura al Vasari, egli voleva che in detta sepoltura facesse il Mosca qualche cosa d'intaglio straordinaria. Ma avendo Giorgio fatti alcuni modelli per detta sepoltura, il Papa conferì il tutto con Michelagnolo Buonarruoti prima che volessi risolversi; onde, avendo detto Michelagnolo a Sua Santità che non s'impacciasse con intagli perché, se bene aricchiscono l'opere, confondono le figure, là dove il lavoro di quadro, quando è fatto bene, è molto più bello che l'intaglio e meglio accompagna le statue, perciò che le figure non amano altri intagli attorno, così ordinò Sua Santità che si facesse. Per che il Vasari non potendo dare che fare al Mosca in quell'opera, fu licenziato e si finì senza intagli la sepoltura che tornò molto meglio che con essi non arebbe fatto. Tornato dunque Simone a Orvieto, fu dato ordine col suo disegno di fare nella crocera a sommo della chiesa due tabernacoli grandi di marmo, e certo con bella grazia e proporzione; in uno de' quali fece in una nicchia Raffaello Monte Lupo un Cristo ignudo di marmo con la croce in ispalla e nell'altro fece il Moschino un S. Bastiano similmente ignudo. Seguitandosi poi da far per la chiesa gl'Apostoli, il Moschino fece della medesima grandezza S. Piero e S. Paulo, che furono tenute ragionevoli statue. Intanto non si lasciando l'opera della detta cappella della Visitazione, fu condotta tanto inanzi vivendo il Mosca, che non mancava a farvi se non due uccelli, et anco questi non sarebbono mancati, ma Messer Bastiano Gualtieri, vescovo di Viterbo, come s'è detto, tenne occupato Simone in un ornamento di marmo di quattro pezzi, il quale finito mandò in Francia al cardinale di Loreno che l'ebbe carissimo, essendo bello a maraviglia e tutto pieno di fogliami e lavorato con tanta diligenza, che si crede questa essere stata delle migliori che mai facesse Simone; il quale non molto dopo che ebbe fatto questo si morì, l'anno 1554, d'anni 58, con danno non piccolo di quella chiesa d'Orvieto, nella quale fu onorevolmente sotterrato. Dopo, essendo Francesco Moschino dagl'Operai di quel medesimo Duomo eletto in luogo del padre, non se ne curando, lo lasciò a Raffaello Monte Lupo e, andato a Roma, finì a Messer Ruberto Strozzi due molto graziose figure di marmo, cioè il Marte e la Venere che sono nel cortile della sua casa in Banchi. Dopo, fatta una storia di figurine piccole, quasi di tondo rilievo, nella quale è Diana che con le sue ninfe si bagna e converte Atteon in cervio, il quale è mangiato da' suoi proprii cani, se ne venne a Firenze e la diede al signor duca Cosimo, il quale molto disiderava di servire, onde sua eccellenza avendo accettata e molto commendata l'opera, non mancò al disiderio del Moschino, come non ha mai mancato a chi ha voluto in alcuna cosa virtuosamente operare. Per che, messolo nell'Opera del Duomo di Pisa, ha insino a ora con sua molta lode fatto nella cappella della Nunziata, stata fatta da Stagio da Pietrasanta, con gl'intagli et ogni altra cosa l'Angelo e la Madonna in figure di quattro braccia; nel mezzo Adamo ed Eva che hanno in mezzo il pomo et un Dio Padre grande con certi putti nella volta della detta cappella tutta di marmo, come sono anco le due statue che al Moschino hanno acquistato assai nome et onore. E perché la detta cappella è poco meno che finita, ha dato ordine sua eccellenza che si metta mano alla cappella [che] è dirimpetto a questa, detta dell'Incoronata, cioè subito all'entrare di chiesa a man manca. Il medesimo Moschino, nell'apparato della serenissima reina Giovanna e dell'illustrissimo prencipe di Firenze, si è portato molto bene in quell'opere che gli furono date a fare.

IL FINE DELLA VITA DI SIMONE DETTO IL MOSCA DA SETTIGNANO

VITA DI GIROLAMO E DI BARTOLOMEO GENGA E DI GIOVAMBATTISTA SAN MARINO GENERO DI GIROLAMO PITTORI FIORENTINI

Girolamo Genga, il quale fu da Urbino, essendo da suo padre di dieci anni messo all'Arte della Lana, perché l'essercitava malissimo volentieri, come gli era dato luogo e tempo di nascosto con carboni e con penne da scrivere andava disegnando. La qual cosa vedendo alcuni amici di suo padre, l'essortarono a levarlo da quell'arte e metterlo alla pittura, onde lo mise in Urbino appresso di certi maestri di poco nome, ma veduta la bella maniera che avea e ch'era per far frutto, come'egli fu di quindici anni lo accomodò con maestro Luca Signorelli da Cortona, in quel tempo nella pittura maestro eccellente, col quale stette molti anni e lo seguitò nella Marca d'Ancona in Cortona et in molti altri luoghi, dove fece opere e particolarmente ad Orvieto, nel Duomo della qual città fece, come s'è detto, una cappella di Nostra Donna con infinito numero di figure, nella quale continuamente lavorò detto Girolamo e fu sempre de' migliori discepoli ch'egli avesse. Partitosi poi da lui, si mise con Pietro Perugino, pittore molto stimato, col quale stette tre anni circa et attese assai alla prospettiva, che da lui fu tanto ben capita e bene intesa, che si può dire che ne divenisse eccellentissimo, sì come per le sue opere di pittura e di architettura si vede, e fu nel medesimo tempo che con il detto Pietro stava il divino Raffaello da Urbino, che di lui era molto amico. Partitosi poi da Pietro se n'andò da sé a stare in Fiorenza, dove studiò tempo assai; dopo, andato a Siena vi stette appresso di Pandolfo Petrucci anni e mesi, in casa del quale dipinse molte stanze, che per essere benissimo disegnate e vagamente colorite meritorno essere viste e lodate da tutti i senesi e particolarmente dal detto Pandolfo, dal quale fu sempre benissimo veduto et infinitamente accarezzato. Morto poi Pandolfo, se ne tornò a Urbino, dove Guidobaldo duca Secondo lo trattenne assai tempo, facendogli dipignere barde da cavallo che si usavano in que' tempi, in compagnia di Timoteo da Urbino pittore di assai buon nome e di molta esperienzia, insieme col quale fece una cappella di S. Martino nel Vescovado per Messer Giovampiero Arivabene mantovano, allora vescovo d'Urbino, nella quale l'uno e l'altro di loro riuscì di bellissimo ingegno sì come l'opera istessa dimostra, nella qual è ritratto il detto Vescovo che pare vivo. Fu anco particolarmente trattenuto il Genga da detto Duca, per far scene et apparati di commedie, le quali perché aveva bonissima intelligenza di prospettiva e gran principio di architettura, faceva molto mirabili e belli. Partitosi poi da Urbino, se n'andò a Roma, dove in strada Giulia, in Santa Caterina da Siena, fece di pittura una Resurrezzione di Cristo, nella quale si fece cognoscere per raro et eccellente maestro, avendola fatta con disegno, bell'attitudine di figure, scorti e ben colorita, sì come quelli che sono della professione che l'hanno veduta ne possono far bonissima testimonianza. E stando in Roma attese molto a misurare di quelle anticaglie, sì come ne sono scritti appresso de' suoi eredi.

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