Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Ma per tornare (lasciando queste cose da canto) all'opere di Iacopo, avendo il duca Alessandro fatto in qualche parte racconciare la villa di Careggi, stata già edificata da Cosimo Vecchio de' Medici, lontana due miglia da Firenze, e condotto l'ornamento della fontana et il laberinto che girava nel mezzo d'uno cortile scoperto, in sul quale rispondono due logge, ordinò sua eccellenza che le dette logge si facessero dipignere da Iacopo, ma se gli desse compagnia acciò che le finisse più presto e la conversazione, tenendolo allegro, fusse cagione di farlo, senza tanto andare ghiribizzando e stillandosi il cervello, lavorare. Anzi il Duca stesso, mandato per Iacopo, lo pregò che volesse dar quell'opera quanto prima del tutto finita. Avendo dunque Iacopo chiamato il Bronzino, gli fece fare in cinque piedi della volta una figura per ciascuno, che furono la Fortuna, la Iustizia, la Vittoria, la Pace e la Fama. E nell'altro piede, che in tutto son sei, fece Iacopo di sua mano un amore. Dopo, fatto il disegno d'alcuni putti che andavano nell'ovato della volta, con diversi animali in mano che scortano al di sotto in su, gli fece tutti, da uno in fuori, colorire dal Bronzino, che si portò molto bene. E perché mentre Iacopo et il Bronzino facevano queste figure, fecero gl'ornamenti intorno Iacone, Pierfrancesco di Iacopo et altri, restò in poco tempo tutta finita quell'opera con molta sodisfazione del signor Duca, il quale voleva far dipignere l'altra loggia, ma non fu a tempo, perciò che essendosi fornito questo lavoro a dì 13 di dicembre 1536, alli sei di gennaio seguente fu quel signore illustrissimo ucciso dal suo parente Lorenzino, e così questa et altre opere rimasono senza la loro perfezzione. Essendo poi creato il signor duca Cosimo, passata felicemente la cosa di Monte Murlo e messosi mano all'opera di Castello, secondo che si è detto nella vita del Tribolo, sua eccellenza illustrissima per compiacere la signora donna Maria sua madre, ordinò che Iacopo dipignesse la prima loggia, che si truova entrando nel palazzo di Castello a man manca. Per che, messovi mano, primieramente disegnò tutti gl'ornamenti che v'andavano, e gli fece fare al Bronzino per la maggior parte et [a] coloro che avevano fatto quei di Careggi. Di poi rinchiusosi dentro da sé solo, andò facendo quell'opera a sua fantasia et a suo bell'agio, studiando con ogni diligenza, acciò ch'ella fusse molto migliore di quella di Careggi, la quale non avea lavorata tutta di sua mano, il che potea fare commodamente, avendo per ciò otto scudi il mese da sua eccellenza, la quale ritrasse così giovinetta come era nel principio di quel lavoro, e parimente la signora donna Maria sua madre. Finalmente essendo stata turata la detta loggia cinque anni, e non si potendo anco vedere quello che Iacopo avesse fatto, adiratasi la detta signora un giorno con esso lui, comandò che i palchi e la turata fusse gettata in terra. Ma Iacopo essendosi raccomandato et avendo ottenuto che si stesse anco alcuni giorni a scoprirla, la ritoccò prima dove gli parea che n'avesse di bisogno, e poi fatta fare una tela a suo modo, che tenesse quella loggia (quando que' signori non v'erano) coperta, acciò l'aria, come avea fatto a Careggi, non si divorasse quelle pitture lavorate a olio in sulla calcina secca, la scoperse con grande aspettazione d'ognuno, pensandosi che Iacopo avesse in quell'opera avanzato se stesso e fatto alcuna cosa stupendissima. Ma gl'effetti non corrisposero interamente all'opinione. Perciò che, se bene sono in questa molte parti buone, tutta la proporzione delle figure pare molto difforme, e certi stravolgimenti et attitudini che vi sono pare che siano senza misura e molto strane. Ma Iacopo si scusava con dire che non avea mai ben volentieri lavorato in quel luogo, perciò che essendo fuor di città par molto sottoposto alle furie de' soldati et ad altri simili accidenti. Ma non accadeva che egli temesse di questo, perché l'aria et il tempo (per essere lavorate nel modo che si è detto) le van consumando a poco a poco.
Vi fece dunque nel mezzo della volta un Saturno col segno del Capricorno e Marte ermafrodito nel segno del Leone e della Vergine et alcuni putti in aria che volano come quei di Careggi. Vi fece poi in certe feminone grandi, e quasi tutte ignude, la Filosofia, l'Astrologia, la Geometria, la Musica, l'Aritmetica et una Cerere et alcune medaglie di storiette fatte con varie tinte di colori et apropriate alle figure. Ma con tutto che questo lavoro faticoso e stentato non molto sodisfacesse, e se pur assai, molto meno che non s'aspettava, mostrò sua eccellenza che gli piacesse e si servì di Iacopo in ogni occorrenza, essendo massimamente questo pittore in molta venerazione appresso i popoli, per le molto belle e buon'opere che avea fatto per lo passato. Avendo poi condotto il signor Duca in Fiorenza maestro Giovanni Rosso e maestro Niccolò fiamminghi, maestri eccellenti di panni d'arazzo, perché quell'arte si esercitasse et imparasse dai fiorentini, ordinò che si facessero panni d'oro e di seta per la sala del consiglio de' Dugento, con spesa di sessantamila scudi, e che Iacopo e Bronzino facessero nei cartoni le storie di Ioseffo. Ma avendone fatte Iacopo due, in uno de' quali è quando a Iacob è annunziata la morte di Ioseffo e mostratogli i panni sanguinosi e nell'altro il fuggire di Ioseffo, lasciando la veste, dalla moglie di Putifaro, non piacquero né al Duca, né a que' maestri che gl'avevano a mettere in opera, parendo loro cosa strana e da non dover riuscire ne' panni tessuti et in opera. E così Iacopo non seguitò di fare più cartoni altrimenti. Ma tornando a' suoi soliti lavori, fece un quadro di Nostra Donna che fu dal Duca donato al signor Don... che lo portò in Ispagna. E perché sua eccellenza seguitando le vestigia de' suoi maggiori ha sempre cercato di abellire et adornare la sua città, essendole ciò venuto in considerazione, si risolvé di fare dipignere tutta la capella maggiore del magnifico tempio di San Lorenzo, fatta già dal gran Cosimo Vecchio de' Medici. Per che, datone il carico a Iacopo Puntormo, o di sua propria volontà o per mezzo (come si disse) di Messer Pierfrancesco Ricci maiorduomo, esso Iacopo fu molto lieto di quel favore, perciò che se bene la grandezza dell'opera essendo egli assai bene in là con gl'anni gli dava che pensare, e forse lo sgomentava, considerava dall'altro lato quanto avesse il campo largo nella grandezza di tant'opera di mostrare il valore e la virtù sua. Dicono alcuni che veggendo Iacopo essere stata allogata a sé quell'opera, nonostante che Francesco Salviati pittore di gran nome fusse in Firenze et avesse felicemente condotta e di pittura la sala di palazzo, dove già era l'udienza della Signoria, ebbe a dire, che mostrarebbe come si disegnava e dipigneva, e come si lavora in fresco, et oltre ciò, che gl'altri pittori non erano se non persone da dozzina et altre simili parole altiere e troppo insolenti. Ma perché io conobbi sempre Iacopo persona modesta e che parlava d'ognuno onoratamente et in quel modo che dee fare un costumato e virtuoso artefice, come egli era, credo che queste cose gli fussero aposte e che non mai si lasciasse uscir di bocca sì fatti vantamenti, che sono per lo più cose d'uomini vani e che troppo di sé presumono; con la qual maniera di persone non ha luogo la virtù né la buona creanza. E se io arei potuto tacere queste cose, non l'ho voluto fare; però che il procedere come ho fatto mi pare ufficio di fedele e verace scrittore. Basta che se bene questi ragionamenti andarono attorno, e massimamente fra gl'artefici nostri, porto nondimeno ferma opinione che fussero parole d'uomini maligni, essendo sempre stato Iacopo nelle sue azzioni, per quello che appariva, modesto e costumato. Avendo egli adunque con muri, assiti e tende turata quella capella e datosi tutto alla solitudine, la tenne per ispazio d'undici anni in modo serrata che da lui infuori mai non vi entrò anima vivente, né amici né nessuno. Bene è vero che disegnando alcuni giovinetti nella sagrestia di Michelagnolo, come fanno i giovani, salirono per le chiocciole di quella in sul tetto della chiesa e levati i tegoli e l'asse del rosone di quelli che vi sono dorati, videro ogni cosa. Di che accortosi Iacopo l'ebbe molto per male, ma non ne fece altra dimostrazione che di turare con più diligenza ogni cosa, se bene dicono alcuni che egli perseguitò molto que' giovani, e cercò di fare loro poco piacere. Immaginandosi dunque in quest'opera di dovere avanzare tutti i pittori e forse, per quel che si disse, Michelagnolo, fece nella parte di sopra in più istorie la creazione di Adamo et Eva, il loro mangiare del pomo vietato e l'essere scacciati di Paradiso, il zappare la terra, il sacrifizio d'Abel, la morte di Caino, la benedizione del seme di Noè e quando egli disegna la pianta e misure dell'Arca. In una poi delle facciate di sotto, ciascuna delle quali è braccia quindici per ogni verso, fece la inondazione del Diluvio, nella quale sono una massa di corpi morti et affogati, e Noè che parla con Dio. Nell'altra faccia è dipinta la Ressurezione Universale de' morti, che ha da essere nell'ultimo e novissimo giorno, con tanta e varia confusione, ch'ella non sarà maggiore da dovero per aventura, né così viva, per modo di dire, come l'ha dipinta il Pontormo. Dirimpetto all'altare fra le finestre, cioè nella faccia del mezzo, da ogni banda è una fila d'ignudi che presi per mano et aggrappatisi su per le gambe e busti l'uno dell'altro, si fanno scala per salire in Paradiso, uscendo di terra, dove sono molti morti che gl'accompagnano; e fanno fine da ogni banda due morti vestiti, eccetto le gambe e le braccia, con le quali tengono due torce accese. A sommo del mezzo della facciata, sopra le finestre fece nel mezzo in alto Cristo nella sua maestà, il quale circondato da molti Angeli tutti nudi fa resuscitare que' morti per giudicare. Ma io non ho mai potuto intendere la dottrina di questa storia, se ben so che Iacopo aveva ingegno da sé e praticava con persone dotte e letterate, cioè quello volesse significare in quella parte dove è Cristo in alto, che risuscita i morti, e sotto i piedi ha Dio padre che crea Adamo et Eva. Oltre ciò in uno de' canti dove sono i quattro Evangelisti nudi con libri in mano, non mi pare, anzi in niun luogo, osservato né ordine di storia, né misura, né tempo, né varietà di teste, non cangiamento di colori di carni, et insimma non alcuna regola, né proporzione, né alcun ordine di prospettiva: ma pieno ogni cosa d'ignudi, con un ordine, disegno, invenzione, componimento, colorito e pittura fatta a suo modo, con tanta malinconia e con tanto poco piacere di chi guarda quell'opera, ch'io mi risolvo, per non l'intendere ancor io, se ben son pittore, di lasciarne far giudizio a coloro che la vedranno; perciò che io crederei impazzarvi dentro et avvilupparmi, come mi pare, che in undici anni di tempo che egli ebbe, cercass'egli di avviluppare sé e chiunque vede questa pittura con quelle così fatte figure. E se bene si vede in questa opera qualche pezzo di torso che volta le spalle o il dinanzi et alcune apiccature di fianchi, fatte con maraviglioso studio e molta fatica da Iacopo, che quasi di tutte fece i modelli di terra tondi e finiti, il tutto nondimeno è fuori della maniera sua, e come pare quasi a ognuno, senza misura, essendo nella più parte i torsi grandi e le gambe e braccia piccole, per non dir nulla delle teste, nelle quali non si vede punto punto di quella bontà e grazia singolare che soleva dar loro con pienissima sodisfazione di chi mira l'altre sue pitture. Onde pare che in questa non abbia stimato se non certe parti, e dell'altre più importanti non abbia tenuto conto niuno. Et insomma, dove egli aveva pensato di trapassare in questa tutte le pitture dell'arte, non arrivò a gran pezzo alle cose sue proprie fatte ne' tempi a dietro. Onde si vede che chi vuol strafare e quasi sforzare la natura, rovina il buono che da quella gli era stato largamente donato. Ma che si può o deve se non avergli compassione, essendo così gl'uomini delle nostre arti sottoposti all'errare come gl'altri? Et il buon Omero, come si dice, anch'egli tal volta s'adormenta. Né sarà mai che in tutte l'opere di Iacopo (sforzasse quanto volesse la natura) non sia del buono e del lodevole. E perché se morì poco avanti che al fine dell'opera, affermano alcuni che fu morto dal dolore, restando in ultimo malissimo sodisfatto di se stesso. Ma la verità che essendo vecchio e molto affaticato dal far ritratti, modelli di terra e lavorare tanto in fresco, diede in una idropisia che finalmente l'uccise d'anni 65. Furono dopo la costui morte trovati in casa sua molti disegni, cartoni e modelli di terra bellissimi, et un quadro di Nostra Donna stato da lui molto ben condotto, per quello che si vide, e con bella maniera molti anni inanzi, il quale fu venduto poi dagl'eredi suoi a Piero Salviati. Fu sepolto Iacopo nel primo chiostro della chiesa de' frati de' Servi, sotto la storia che egli già fece della Visitazione, e fu onoratamente accompagnato da tutti i pittori, scultori et architettori. Fu Iacopo molto parco e costumato uomo, e fu nel vivere e vestire suo più tosto misero che assegnato, e quasi sempre stette da sé solo, senza v