Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]
- Автор: Азимов Айзек
- Серия: Elijah Baley e R. Daneel Olivaw (it) #2
- Год: 1971
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Giuseppe Lippi
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]». Краткое содержание книги:
Baley aggrottò la fronte e si sentì di nuovo immerso nella realtà, almeno in parte: le beghe d’ufficio avevano sempre quest’effetto. Norris aveva la sua stessa anzianità e teneva d’occhio ogni segnale che potesse essere interpretato come una preferenza verso il collega.
Baley rispose: «Nessuna promozione, credimi, non è niente. Se è il questore che volete, vorrei potervelo dare. Sì, accidenti, lo giuro!».
«Non fraintendermi» disse Norris. «Non mi importa se verrai promosso. Sola, se hai un po’ di ascendente sul questore usalo per aiutare il ragazzo.»
«Che ragazzo?»
Non ci fu bisogno di rispondere. Vincent Barrett, il giovane che era stato licenziato per fare posto a R. Sammy, strusciava i piedi con nervosismo in un angolo della sala. Fra le mani rigirava una calotta e quando tentò di sorridere la pelle sbiancò sugli zigomi.
«Salve, signor Baley.»
«Oh, salve, Vince. Come va?»
«Non troppo bene, signore.»
Si guardava intorno con l’aria di chi ha fame. Baley pensò: "Sembra un fantasma. Per forza, è un declassato".
Poi, ferocemente, con le labbra che quasi formavano le parole per l’emozione, pensò: "Che vuole da me?".
Ma disse solo: «Mi dispiace, ragazzo». Non c’era altro da aggiungere.
«Pensavo… forse si è mosso qualcosa.»
Norris si avvicinò all’orecchio di Baley: «Bisogna fargli capire che è ora di finirla, con queste sostituzioni. Lo sai che stanno per buttare fuori Chenlow?».
«Cosa?»
«Non hai sentito?»
«No, non ho sentito. Dannazione, è uno C-3. Ha dieci anni di carriera alle spalle.»
«Sicuro, e una macchina con le gambe può fare il suo lavoro. A chi toccherà domani?»
Il giovane Barrett non si accorse della conversazione silenziosa, immerso com’era nei suoi pensieri. A un tratto disse: «Signor Baley?».
«Sì, Vince?»
«Sa che cosa dicono? Che Lyrane Millane, la ballerina della subeterica, è un robot.»
«Sciocchezze.»
«Sì? Dicono che possono fare robot così perfetti da sembrare uomini. Gon una speciale pelle di plastica, o qualcosa di simile.»
Baley pensò a R. Daneel con un senso di colpa e non trovò parole, ma scosse la testa.
Il ragazzo continuò: «Pensa che qualcuno si arrabbierà se vedo un po’ in giro? Mi fa sentire meglio vedere il vecchio posto».
«Fai pure, ragazzo.»
Il giovane si allontanò. Baley e Norris lo seguirono con lo sguardo, poi Norris disse: «Sembra che i medievalisti abbiano ragione».
«Vuoi dire quelle storie del ritorno alla terra?»
«No, voglio dire i robot. Ritorno alla terra, bah! Questo pianeta ha un futuro illimitato, ma non abbiamo nessun bisogno dei robot.»
Baley borbottò: «Otto miliardi di abitanti e l’uranio che si sta esaurendo. Cosa c’è di illimitato in tutto questo?».
«Non importa se l’uranio finisce, lo importeremo. O scopriremo altri processi atomici. Non è possibile fermare la razza umana, Lije. Devi essere ottimista e aver fede nel vecchio cervello dell’uomo: la nostra più grande risorsa è l’ingegno, e non resteremo mai a corto di quello.»
Era lanciato, adesso. Continuò: «Innanzi tutto possiamo usare l’energia solare, che basterà miliardi di anni. Possiamo costruire stazioni spaziali entro l’orbita di Mercurio e farle funzionare da accumulatori. Trasmetteremo l’energia alla Terra con un raggio diretto».
L’idea non era nuova: i pensatori eterodossi un po’ ai margini della scienza l’accarezzavano da centocinquant’anni, ma Quello che ne aveva impedito la realizzazione era l’impossibilità di ottenere un raggio tanto compatto da attraversare ottanta milioni di chilometri senza perdite tali da renderlo inutile. Baley lo disse.
«Quando sarà necessario risolveremo anche questo» replicò Norris. «Perché preoccuparsi?»
Baley tentò di raffigurarsi una Terra dotata di fonti di energia illimitate: la popolazione sarebbe cresciuta ancora; le fattorie dei lieviti si sarebbero ingrandite e le colture idroponiche sarebbero state intensificate. L’energia era la sola cosa indispensabile. I minerali grezzi potevano essere importati dagli asteroidi o dagli altri corpi disabitati del sistema solare; se l’acqua fosse diventata un problema, la si sarebbe trovata sulle lune di Giove. Diavolo, gli oceani potevano essere congelati e "sparati" nello spazio, dove si sarebbero messi a girare intorno alla Terra come piccole lune, restando a disposizione; mentre il fondo avrebbe fornito nuove terre fertili e spazio per vivere. Il carbonio e l’ossigeno potevano essere mantenuti, e addirittura incrementati, utilizzando l’atmosfera al metano di Titano e l’ossigeno gelato di Umbriel.
La popolazione terrestre avrebbe raggiunto un bilione di abitanti, forse due. Perché no? C’era stato un tempo in cui l’attuale cifra di otto miliardi sarebbe sembrata impossibile. C’era stato un tempo in cui perfino una popolazione d’un miliardo sarebbe parsa astronomica. Dal medioevo in poi i profeti di sventura malthusiani si erano succeduti con implacabile regolarità, e avevano sempre sbagliato.
Ma che avrebbe detto Fastolfe davanti a un’ipotesi del genere?
Un mondo d’un bilione di abitanti, certo! Un pianeta dipendente in tutto, perfino nell’aria che respirava e l’acqua che beveva. E l’energia doveva essergli fornita da accumulatori lontani ottanta milioni di chilometri. Che fantastica instabilità, per un mondo del genere! La Terra era, e sarebbe rimasta, a un soffio dalla catastrofe completa; una catastrofe che poteva essere scatenata dal più piccolo guasto nell’immenso meccanismo grande come il sistema solare.
Baley disse: «Io credo che la cosa più conveniente sia spedire altrove un po’ della popolazione in eccesso.» Era più una risposta all’immagine che si era creato mentalmente che alle parole di Norris.
«E chi la vorrebbe?» fece l’altro, in tono leggero.
«Potremmo andare su un pianeta disabitato.»
Norris si alzò e dette un colpetto sulla spalla del collega. «Lije, mangia il pollo e cerca di tornare in te. Secondo me hai preso qualche pillola da sballo.» Se ne andò, ridacchiando.
Baley lo seguì con lo sguardo e vide che rideva ancora. Norris avrebbe raccontato in giro le sue idee e i pagliacci dell’ufficio (ogni ufficio ne ha qualcuno) ci avrebbero marciato per settimane. Ma perlomeno non avrebbero pensato a Vince, ai robot e al declassamento.
Baley sospirò e piantò la forchetta nel pollo, che si era raffreddato e raggrinzito.
Quando ebbe finito lo sformato di noci, R. Daneel si alzò dalla scrivania che gli avevano assegnato quella mattina e s’avvicinò.
Baley lo guardò a disagio. «E allora?»
«Il questore non è in ufficio e non si sa quando tornerà. Ho detto a R. Sammy che useremo noi la stanza e che nessuno è autorizzato a entrare, salvo il questore stesso.»
«Perché dovremmo andare là dentro?»
«Maggior sicurezza. Sarai d’accordo con me che è tempo di pensare alla prossima mossa: non vuoi abbandonare l’indagine, vero?»
Era proprio quello che Baley voleva, ma non poteva dirlo. Si alzò e fece strada verso l’ufficio di Enderby.
Una volta dentro, Baley disse: «Va bene, Daneel. Quale sarebbe la prossima mossa?».
Il robot ribatté: «Collega Elijah, dalla notte scorsa non sei più te stesso. C’è un’alterazione nella tua aura mentale.»
Un tremendo sospetto balenò nella mente di Baley. «Sei telepatico?»
Era una prospettiva orribile, e capitava in un momento orribile.
«No, naturalmente no» disse R. Daneel.
Il panico di Baley si calmò. «Allora che diavolo sarebbe quest’aura mentale?»
«È soltanto un’espressione che uso per descrivere una sensazione che tu non puoi provare.»
«Che sensazione?»
«È difficile spiegarlo, Elijah. Ricorderai che originariamente sono stato progettato per studiare la psicologia umana, in modo da poter riferire alla gente di Spacetown.»