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Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]

Электронная книга - «Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]». Краткое содержание книги:

New York è irriconoscibile: niente più torri e grattacieli, ma un’immensa metropoli «coperta» che non viene mai a contatto con l’aria, dove decine di milioni di uomini e donne brulicano come formiche sulle strade mobili. Dove il lusso di un bagno privato è inammissibile. Dove, soprattutto, i robot stanno soffiando i posti di lavoro agli uomini a un ritmo sempre più preoccupante. E alle porte di New York si stende come una sfida Spacetown, la città degli Spaziali dove tutto è lusso e ariosità, superbia e ostentazione. C’è da meravigliarsi che uno dei tanti terrestri scontenti ammazzi uno Spaziale nella sua aristocratica dimora di Spacetown? E c’è da meravigliarsi se il caso rischia di diventare un incidente interplanetario? Per risolverlo bisogna ricorrere al miglior poliziotto della City, Lije Baley, e affidargli come compagno il miglior poliziotto di Spacetown, R. Daneel Olivaw. Il guaio è che quella «R.» significa robot : sta per cominciare una sfida implacabile tra l’intelligenza umana e quella artificiale per risolvere l’omicidio più esplosivo che la Terra ricordi; e, per il lettore, una delle letture più appassionanti nel campo della fantascienza «pura». Nuova traduzione integrale e introduzione di Giuseppe Lippi
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Il dottor Gerrigel diede un colpetto al visore e fece uno dei suoi piccoli sorrisi, come se la prospettiva di lavorare un poco lo mettesse di buonumore.

Disse: «È il mio Manuale di robotica. Non vado da nessuna parte senza di lui, fa parte dell’abbigliamento». Era tutto soddisfatto, e ci teneva che si notasse.

Si portò il visore agli occhi e cominciò a regolare i comandi. L’apparecchio ronzava e ogni tanto si fermava.

«Indice incorporato» disse il robotista, un po’ impacciato perché il visore gli copriva parte della bocca. «L’ho costruito io stesso, risparmia un mucchio di tempo. Ma non è questo il punto, vero? Vediamo. Umm, vuoi avvicinare la tua sedia a me, Daneel?»

R. Daneel obbedì. Durante i preparativi fatti dal robotista aveva osservato attentamente ma senza la minima emozione.

Baley continuò a tenerlo sotto tiro.

Quello che avvenne poi lo confuse e lo disorientò. Il dottor Gerrigel fece una serie di domande e compì una serie di azioni che sembravano senza senso, interrompendosi ogni tanto per controllare la triplice scala graduata e per dare un’occhiata al visore.

Una volta chiese: «Se abbiamo due cugini con cinque anni di differenza, e il più giovane è una ragazza, di che sesso sarà il più anziano?».

Daneel rispose, com’era ovvio: «Impossibile dirlo in base alle informazioni fornite».

Al che il dottor Gerrigel diede un’occhiata al cronometro e tese la mano destra: «Vuoi toccarmi il medio con il terzo dito della mano sinistra?».

Daneel obbedì prontamente.

In un quarto d’ora il dottor Gerrigel aveva finito. Usò il regolo calcolatore per un’ultima e silenziosa verifica, poi lo smontò. Mise via il cronometro, tolse il Manuale di robotica dal visore e compresse quest’ultimo.

«È tutto?» chiese Baley, aggrottando le sopracciglia.

«È tutto.»

«Ma è ridicolo! Non gli ha chiesto niente che riguardi la Prima Legge.»

«Caro signor Baley, quando il medico le colpisce il ginocchio con un martelletto lei non dubita che abbia tentato di accertare la presenza di un’affezione nervosa, vero? E quando le guarda gli occhi e giudica la reazione delle sue iridi alla luce, non si sorprende se è in grado di scoprire un’eventuale dedizione a certi alcaloidi…»

Baley disse: «E va bene. Qual è la sua decisione?».

«Daneel è stato fatto nel rispetto della Prima Legge.» Il robotista fece un deciso cenno affermativo.

«Non può essere» disse Baley, furioso.

Non pensava che il dottor Gerrigel riuscisse a irrigidirsi più di tanto, ma sbagliava. Gli occhi dello scienziato divennero piccoli e duri.

«Vuole insegnarmi il mio lavoro?»

«No, assolutamente» rispose Baley, cercando di calmarlo con un gesto della mano. «Ma non potrebbe essersi sbagliato? Ha detto lei stesso che nessuno conosce il modo per fabbricare un robot non-Asenio… Le farò un esempio: un cieco può leggere con l’aiuto del Braille o di uno scriptor sonoro, ma adesso immagini di non conoscere l’esistenza di questi rimedi. Potrebbe, in tutta onestà, affermare che un uomo ha gli occhi solo perché conosce il contenuto di un librofilm?»

«Sì» replicò il robotista, di nuovo cordiale. «Capisco il suo punto, ma resta il fatto che un cieco non legge facendo uso degli occhi, ed è proprio questo, per continuare nella sua analogia, che io ho tentato di accertare. Mi creda, a prescindere da quello che un robot non-Asenio può o non può fare, è certo che R. Daneel è fornito della Prima Legge.»

«Non può aver falsificato le risposte?» Baley stava perdendo, e lo sapeva.

«Certamente no, questa è la differenza fra un robot e un uomo. Un cervello umano, e se è per questo di qualunque mammifero, non può essere analizzato da nessun sistema matematico conosciuto. Nessuna risposta, quindi, può essere considerata una certezza. Il cervello robotico, al contrario, è completamente analizzabile, o non potremmo costruirlo. Sappiamo esattamente quali devono essere le risposte a determinati stimoli e nessun robot può sottrarsi a questo fatto. Ciò che lei chiama falsificazione non esiste nell’orizzonte mentale di un automa.»

«Allora facciamo degli esempi pratici. R. Daneel ha puntato un fulminatore su una folla di uomini, l’ho visto io. Non ha sparato, ma secondo me la Prima Legge avrebbe dovuto provocargli ugualmente dei rimorsi, un conflitto. Una nevrosi, se vuole. E invece, niente di tutto questo è avvenuto. Dopo era perfettamente normale.»

«Il robotista si sfregò il mento, esitante. «La faccenda è strana, lo ammetto.»

«Nient’affatto» disse improvvisamente R. Daneel.

«Collega Elijah, vuoi esaminare il fulminatore che mi hai preso?»

Baley guardò l’arma che teneva nella mano sinistra.

«Apri la camera di carica» lo esortò R. Daneel. «Ispezionala.»

Baley soppesò la situazione, poi posò la propria arma sul tavolo e con un rapido movimento aprì quella del robot.

«È vuota» disse, con un filo di voce.

«Infatti, non c’è la carica» assentì R. Daneel. «E se guarderai più attentamente, vedrai che non c’è mai stata. In quel fulminatore manca il dispositivo d’accensione, quindi non può sparare.»

Baley disse: «Hai puntato un’arma scarica sulla folla?».

«Dovevo avere un fulminatore, o non sarei stato credibile come agente» spiegò R. Daneel. «Ma uno funzionante mi avrebbe permesso di nuocere a un essere umano, anche solo per incidente, e questo è impensabile. Ti avrei spiegato tutto a suo tempo, ma tu eri arrabbiato e non volevi ascoltare.»

Baley guardò il fulminatore scarico e disse a bassa voce: «Credo che questo sia tutto, dottor Gerrigel. Grazie per la collaborazione».

Baley mandò a prendere il pranzo (sformato di lievitonoci e una strana fetta di pollo fritto su un pezzo di pane biscottato) ma quando arrivò riuscì solo a guardarlo.

I suoi pensieri giravano in tondo, i lineamenti della faccia lunga sembravano scolpiti nello sconforto.

Viveva in un mondo irreale, in un mondo d’inganni.

Com’era successo? Il ricordo degli ultimi avvenimenti gli si presentò come una nebbia di sogno. Tutto era cominciato quando aveva messo piede nell’ufficio di Julius Enderby: allora era iniziato l’incubo, un incubo di delitti e di automi.

Perdinci, erano passate solo quindici ore!

Si era ostinato a cercare la soluzione a Spacetown; per due volte aveva accusato R. Daneel, una di essere un uomo in incognito e l’altra un vero robot, ma in entrambi i casi un assassino. Tutt’e due le volte l’accusa gli era stata ricacciata in gola, dimostrandosi falsa.

Lo stavano mettendo con le spalle al muro. Suo malgrado doveva cercare la risposta in Città, e dopo le ultime ore questa prospettiva l’atterriva. C’erano domande che si accalcavano alla soglia della sua mente conscia, ma che non ascoltava: sentiva che era meglio ignorarle, o non avrebbe potuto fare a meno di rispondere… Dio, aveva paura di quelle risposte.

«Lije! Lije!» Una mano gli strinse improvvisamente la spalla.

Bailey si scosse: «Cosa c’è, Phil?».

Phil Norris, agente investigativo C-5, sedette, mise le mani sulle ginocchia e guardò in faccia il collega. «Che ti succede, Lije? Ultimamente sembri fuori di te. Te ne stavi seduto con gli occhi sbarrati e io mi sono chiesto se eri ancora vivo.»

Si passò una mano sui capelli biondi, radi, e dette una sbirciatina famelica alla colazione di Baley. «Pollo!» disse Norris. «Fra un po’ te lo daranno solo se lo prescrive il medico.»

«Prendine un pezzo» disse Baley, distratto.

La buona creanza ebbe la meglio e Norris rispose: «Non fa niente, vado a mangiare fra un minuto. A proposito, come va fra te e il questore?».

«Cosa?»

Norris cercò di sembrare indifferente, ma le mani gli si agitavano in continuazione. «Andiamo, tu lo conosci, eravate compagni di scuola. Sta per darti una promozione?»

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