Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]
- Автор: Азимов Айзек
- Серия: Elijah Baley e R. Daneel Olivaw (it) #2
- Год: 1971
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Giuseppe Lippi
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]». Краткое содержание книги:
«Ma perché la forma umana?»
«Perché in natura è quella di maggior successo. Noi non siamo animali specializzati, signor Baley, a parte il sistema nervoso e qualche altra stranezza. Se vuole una macchina che faccia bene una grande quantità di cose, tutte diverse, non può fare di meglio che imitare la forma umana. Inoltre tutta la nostra tecnologia si basa sull’uomo e il suo aspetto; un’automobile, per esempio, ha i comandi disposti in modo tale che possono essere facilmente usati da mani e piedi di una certa grandezza, attaccati al corpo da arti di una certa lunghezza e articolati da giunture di un certo tipo. Anche oggetti semplici come sedie e tavoli, coltelli e forchette, sono pensati per venire incontro alle necessità del corpo umano che lavora. È più facile costruire robot che assomiglino a noi piuttosto che ripensare daccapo la logica degli strumenti che usiamo.»
«Capisco. Ora mi dica, dottore, è vero che i robotisti dei Mondi Esterni fabbricano automi che sono molto più umanoidi dei nostri?»
«Sì, credo che sia vero.»
«E potrebbero costruire un robot che ci somigliasse tanto da passare per un uomo, almeno in circostanze normali?»
Il dottor Gerrigel alzò le sopracciglia e rifletté sulla questione. «Penso di sì, signor Baley. Però sarebbe terribilmente costoso e dubito che ne varrebbe la pena.»
«Lei crede» incalzò Baley, instancabile «che potrebbero costruire un robot capace di ingannare anche uno studioso del suo calibro?»
Il robotista fece un risolino. «Oh no, signor Baley, no davvero. In un robot ci sono altri particolari rivelatori, non è solo questione di aspet…»
Si bloccò a metà parola, si girò verso R. Daneel e la faccia rosea diventò bianca.
«Oh, cielo» cominciò. «Oh cielo.»
Allungò una mano e toccò amaramente una guancia di R. Daneel. R. Daneel non si allontanò, ma fissò il robotista con calma.
«Oh cielo» ripeté Gerrigel quasi in un singhiozzo. «Lei è un robot.»
«Le ci è voluto parecchio per accorgersene» disse Baley, asciutto.
«Non me l’aspettavo, non ho mai visto nulla di simile. Viene dai Mondi Esterni?»
«Sì» rispose Baley.
«Adesso è chiaro. Il modo in cui sta eretto, in cui parla. Non è un’imitazione perfetta, signor Baley.»
«Però è abbastanza buona, giusto?»
«Oh, è meravigliosa. Credo che nessuno si accorgerebbe dell’inganno, a prima vista. Le sono molto grato per avermi permesso di incontrarlo. Posso esaminarlo?» Il robotista si era alzato, impaziente.
Baley alzò una mano. «Per favore, dottore. Tra poco. Il delitto di cui mi sto occupando ha la precedenza.»
«Allora è tutto vero?» Il dottor Gerrigel era deluso e lo dimostrava. «Pensavo che fosse solo un modo di tenermi occupata la mente e vedere quanto a lungo potevo essere imbrogliato…»
«Non è un trucco, dottore. Mi dica, ora: nel costruire un robot come questo, con il deliberato proposito di farlo passare per umano, non bisognerebbe dotarlo di un cervello il più vicino possibile a quello dell’uomo?»
«Certo.»
«Benissimo. E un cervello simile non potrebbe mancare della Prima Legge? Forse è stata lasciata fuori accidentalmente. Lei dice che il modo per farlo è sconosciuto, ma il fatto stesso che sia sconosciuto può aver ingannato i costruttori e aver portato alla costruzione di un cervello anomalo. Gii ingegneri non avrebbero saputo da cosa guardarsi.»
Il dottor Gerrigel scuoté la testa vigorosamente. «No, no, impossibile.»
«Ne è sicuro? Possiamo mettere alla prova la Seconda Legge, naturalmente. Daneel, prestami il tuo fulminatore.»
Gli occhi di Baley non si spostarono un momento da quelli del robot. Le dita strinsero il disintegratore che aveva appeso al fianco.
R. Daneel disse, calmo: «Eccolo, Elijah». E lo porse per il calcio.
Baley disse: «Un agente non deve mai privarsi della sua arma, ma un robot non ha altra scelta che obbedire a un uomo».
«Tranne, signor Baley, quando l’obbedienza rischia di infrangere la Prima Legge» disse Gerrigel.
«Lei sa, dottore, che Daneel ha puntato un fulminatore su una folla umana inerme? E che ha minacciato di sparare?»
«Ma non ho sparato» precisò Daneel.
«Sicuro, ma la minaccia in sé era insolita, vero, dottore?»
Il robotista si morse un labbro. «Per giudicare dovrei conoscere le esatte circostanze. Sembra insolito.»
«Senta questo, allora. R. Daneel si trovava sulla scena dell’omicidio di cui le ho parlato. Se si esclude la possibilità che un terrestre abbia attraversato la campagna da solo, riportando con sé l’arma del delitto, di tutti i presenti Daneel e soltanto Daneel avrebbe potuto nasconderla senza destare sospetti.»
«L’arma del delitto?»
«Mi lasci spiegare. Il fulminatore che ha ucciso la vittima non è stato trovato. La scena dell’assassinio è stata sottoposta a uno scrupoloso esame e niente è stato rinvenuto. Eppure un fulminatore non scompare nel nulla. Esiste un solo nascondiglio possibile, un solo posto dove nessuno penserebbe di guardare.»
«E quale, Elijah?» chiese R. Daneel.
Baley estrasse il fulminatore d’ordinanza e lo puntò sul robot.
«Nel tuo sacchetto del cibo» disse. «Nel tuo stomaco, Daneel!»
XIII
Ora tocca alla macchina
«Non è così» disse R. Daneel, tranquillo.
«Davvero? Lasciamo che sia il dottore a deciderlo. Dottor Gerrigel…»
«Signor Baley?» Il robotista, il cui sguardo si era diviso faticosamente fra il robot e l’agente, fissò ora l’uomo.
«L’ho fatta venire qui per avere la sua autorevole analisi di questo robot. Posso fare in modo che abbia a disposizione i laboratori della Città. Se avrà bisogno di uno strumento che manca, glielo procurerò. Voglio una risposta rapida e precisa, e finirla con questa storia.»
Baley si alzò. Aveva parlato con calma, ma dentro si sentiva prossimo all’isteria. Se avesse potuto afferrare il dottor Gerrigel per il collo ed estorcergli seduta stante le risposte che gli servivano, l’avrebbe fatto senza riguardi.
«E allora, dottor Gerrigel?»
Lo scienziato fece un risolino nervoso. «Mio caro signor Baley, non ho bisogno di un laboratorio.»
«Come mai» chiese Baley, apprensivo. Stava in piedi, con i muscoli tesi e sul punto di mettersi a tremare.
«Non è difficile mettere alla prova la Prima Legge. Non l’ho mai fatto, questo è vero, ma la procedura è semplicissima.»
Baley inspirò lentamente e pòi lasciò che i polmoni si liberassero. «Vuole spiegarmi che cosa intende? Vuole dire che la prova può essere fatta qui?»
«Sì, certo. Le darò un termine di paragone, signor Baley. Se fossi un medico e dovessi esaminare il contenuto di zucchero del sangue di un paziente avrei bisogno del laboratorio. Se dovessi analizzarne il metabolismo, o le funzioni corticali, o il patrimonio genetico per trovare una malformazione congenita, tutto questo richiederebbe complesse apparecchiature. Ma se volessi accertarmi che il paziente vede mi basterebbe passargli una mano davanti agli occhi; e se volessi scoprire se è vivo o morto sarebbe sufficiente tastargli il polso.
«Quello che voglio dire è che più è importante la facoltà messa alla prova, più semplice è l’attrezzatura necessaria. Lo stesso vale con i robot: la Prima Legge è fondamentale, influisce su tutto il resto. Se non ci fosse, il robot non riuscirebbe a compiere alcune azioni basilari.»
Mentre parlava prese un oggetto piatto, nero, che gonfiò alle dimensioni di un visore per libro. Inserì una bobina piuttosto consunta nel ricettacolo e prese un cronometro. Poi incastrò una piccola serie di pezzi di plastica che formarono una specie di regolo calcolatore, con tre scale graduate indipendenti e mobili. Baley non ne aveva mai viste di simili.