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Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]

Электронная книга - «Abissi d’acciaio [The Caves of Steel - it]». Краткое содержание книги:

New York è irriconoscibile: niente più torri e grattacieli, ma un’immensa metropoli «coperta» che non viene mai a contatto con l’aria, dove decine di milioni di uomini e donne brulicano come formiche sulle strade mobili. Dove il lusso di un bagno privato è inammissibile. Dove, soprattutto, i robot stanno soffiando i posti di lavoro agli uomini a un ritmo sempre più preoccupante. E alle porte di New York si stende come una sfida Spacetown, la città degli Spaziali dove tutto è lusso e ariosità, superbia e ostentazione. C’è da meravigliarsi che uno dei tanti terrestri scontenti ammazzi uno Spaziale nella sua aristocratica dimora di Spacetown? E c’è da meravigliarsi se il caso rischia di diventare un incidente interplanetario? Per risolverlo bisogna ricorrere al miglior poliziotto della City, Lije Baley, e affidargli come compagno il miglior poliziotto di Spacetown, R. Daneel Olivaw. Il guaio è che quella «R.» significa robot : sta per cominciare una sfida implacabile tra l’intelligenza umana e quella artificiale per risolvere l’omicidio più esplosivo che la Terra ricordi; e, per il lettore, una delle letture più appassionanti nel campo della fantascienza «pura». Nuova traduzione integrale e introduzione di Giuseppe Lippi
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«Vediamo.»

R. Daneel piazzò le piccole cartelle davanti a Baley: erano grandi come francobolli e punteggiate dei piccoli tondini che servivano da codice. Il robot aveva con sé anche il decodificatore, dentro il quale inserì la prima cartella. I puntini avevano proprietà di conduzione diverse da quelle della cartella nel suo insieme, e quindi un campo elettrico, passando attraverso la cartella, veniva distorto in modo altamente specifico. In conseguenza di ciò il piccolo schermo si riempiva di parole che, se non codificate, avrebbero riempito parecchi fogli di carta normale. Parole, inoltre, che non potevano essere interpretate da nessuno che non possedesse un decodificatore della polizia.

Baley lesse il materiale. La prima persona si chiamava Francis Cloussarr, trentatré anni all’epoca dell’arresto avvenuto due anni prima. Imputazione: incitamento alla sedizione; occupazione: impiegato presso la Lieviti Newyorchesi; indirizzo, eccetera; genitori, eccetera; capelli, occhi, segni caratteristici, istruzione ricevuta, curriculum professionale, profilo psicanalitico e fisico, informazioni qua, informazioni là e finalmente il rimando alla foto tridimensionale nella galleria dei farabutti.

«Hai controllato la fotografia?» chiese Baley.

«Sì, Elijah.»

La seconda persona era un certo Gerard Paul. Baley dette un’occhiata al materiale sulla cartella e disse: «Non serve a niente».

R. Daneel obbiettò: «Sono certo che non è così. Se esiste un’organizzazione di terrestri capaci del crimine di cui ci stiamo occupando, questi ne sono membri. Non ti sembra un legame ovvio? Credo che dovremmo interrogarli».

«Non ne caveresti niente.»

«Ma erano al negozio di scarpe e alla mensa! Non possono negarlo.»

«Essere in quei posti non è un crimine. E poi, possono negarlo. Possono dare la loro parola contro la nostra. Come dimostriamo che mentono?»

«Io li ho visti.»

«Non è una prova!» scattò Baley, inferocito. «Nessun tribunale, se mai arrivassimo a tanto, crederebbe che tu puoi ricordare due facce tra mille.»

«È evidente che posso.»

«Sicuro, ma dì ai giudici che cosa sei. Non appena l’avrai fatto ti squalificheranno come testimone. Sulla Terra quelli della tua specie non hanno status giuridico, quindi nei tribunali non contano.»

R. Daneel disse: «Devo dedurne, allora, che hai cambiato idea rispetto a ieri».

«Che vuoi dire?»

«In mensa mi hai detto che non c’era bisogno di arrestarli subito; che fin quando io ero in grado di ricordare le facce, potevamo farlo in qualsiasi momento.»

«Non avevo riflettuto bene» disse Baley. «O davo i numeri. Non si può fare.»

«Nemmeno usando un’esca psicologica? Loro non saprebbero che non abbiamo prove.»

Baley disse, teso: «Senti, fra mezz’ora arriva il dottor Gerrigel da Washington. Ti dispiace aspettare finché non ci ho parlato? Ti dispiace?»

«Aspetterò» rispose R. Daneel.

Anthony Gerrigel era un uomo preciso, educato, di altezza media, e dall’aspetto non si sarebbe detto uno dei più grandi robotisti viventi. Era in ritardo di venti minuti e si scusò a profusione. Baley, bianco d’una rabbia che nasceva dalla preoccupazione, accettò le scuse di malagrazia e come se non avessero importanza. Controllò la prenotazione della sala riunioni D e ripeté le istruzioni secondo le quali non dovevano essere disturbati per nessun motivo per un’ora. Poi guidò il dottor Gerrigel e R. Daneel lungo un corridoio, su per una rampa e in una sala riunioni a prova di irradiazioni-spia.

Prima di sedersi Baley ispezionò attentamente le pareti: ascoltava il lieve ronzio del pulsometro che teneva in mano e aspettava la minima diminuzione della vibrazione normale, che avrebbe indicato una crepa, sia pur piccola, nell’isolamento. Poi puntò l’apparecchio al pavimento, al soffitto, e, con particolare attenzione, alla porta. Non c’erano crepe.

Il dottor Gerrigel fece un piccolo sorriso; sembrava che potesse ridere soltanto in formato ridotto. Era tanto compito, nel vestiario, da sfiorare la pignoleria. I capelli grigio-ferro erano pettinati accuratamente, all’indietro e la faccia aveva un colorito roseo che sembrava lavato di fresco. Sedeva impettito, quasi rigido, come se avesse preso troppo alla lettera il consiglio materno di tenere la schiena dritta.

Disse a Baley: «Sembra che stia per succedere qualcosa di grosso, da come si comporta».

«Questa riunione è qualcosa di grosso, dottore. Mi servono delle informazioni sui robot che forse solo lei può darmi. Tutto quello che ci diremo, ovviamente, è segreto, e la Città le chiederà di dimenticare questa conversazione non appena sarà terminata.» Baley guardò l’orologio.

Il piccolo sorriso scomparve dalla faccia del robotista. Disse: «Mi permetta di spiegare perché sono in ritardo». La cosa ovviamente gli pesava. «Ho deciso di non venire in aereo. Soffro il mal d’aria.»

«Mi dispiace» disse Baley. Mise via il pulsometro, accertandosi ancora una volta che funzionasse a dovere, poi sedette.

«Non è esattamente una questione di stomaco, ma di nervosismo. Una forma di leggera agorafobia. Non è niente di particolarmente anomalo, ma c’è. Così ho preso la strada celere.»

Baley provò un immediato interesse: «Agorafobia?».

«La faccio sembrare peggio di quel che è» disse il robotista. «È semplicemente la sensazione che si ha in aereo. Ha mai volato, signor Baley?»

«Parecchie volte.»

«Allora sa che cosa voglio dire. È la sensazione di essere circondati dal vuoto; di essere separati dall’abisso da pochi centimetri di metallo. È molto spiacevole.»

«E ha preso la strada celere?»

«Sì.»

«Per tutto il tragitto da Washington a New York?»

«L’ho già fatto prima. Da quando hanno costruito il tunnel Baltimora-Philadelphia è abbastanza semplice.»

Così era, in effetti. Baley non aveva mai fatto il viaggio personalmente, ma sapeva che era possibile. Washington, Baltimora, Philadelphia e New York erano cresciute a tal punto, negli ultimi due secoli, che quasi si toccavano. Quell’ampia zona della costa orientale era denominata Le Quattro Città, e molti erano favorevoli all’unificazione amministrativa e alla creazione di una super-Città. Personalmente Baley non era d’accordo. New York era già troppo grande per essere governata bene; una Città ancora più vasta, con oltre cinquanta milioni d’abitanti, sarebbe collassata sotto il suo stesso peso.

«Il guaio è» disse il dottor Gerribel «che ho perso tempo a un incrocio nel settore di Chester, a Philadelphia. Inoltre ho avuto qualche difficoltà a farmi assegnare una stanza mobile, e così eccomi in ritardo.»

«Non si preoccupi, dottore, quello che dice è interessante. A proposito di antipatia per il vuoto, le piacerebbe fare una passeggiata oltre i confini della Città?»

«Per quale ragione?» Gerrigel sembrava sorpreso e personalmente preoccupato.

«È solo una domanda retorica, ma voglio sapere che effetto le fa una prospettiva del genere.»

«Mi dà una sensazione sgradevole.»

«Supponga di dover lasciare la Città e di dover attraversare la campagna di notte per quasi un chilometro.»

«Non sarebbe facile convincermi.»

«Anche in un caso di vitale necessità?»

«Se si trattasse di salvare la mia vita o quella della mia famiglia potrei tentare, ma…» Sembrava imbarazzato. «Posso sapere il perché di queste domande, signor Baley?»

«Glielo dirò. È stato commesso un grave delitto, un omicidio fuori del comune. Non sono autorizzato a fornirle i particolari, ma esiste una teoria secondo cui l’assassino, per commettere il crimine, avrebbe fatto ciò di cui stavamo parlando: attraversare la campagna di notte, solo. Mi chiedevo che tipo di uomo sarebbe capace di una cosa del genere.»

Il dottor Gerrigel rabbrividì. «Non uno che io conosca. E non io. Ma suppongo che fra milioni di persone qualche spericolato lo troverà.»

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