Crociata spaziale [The High Crusade - it]
- Автор: Андерсон Пол Уильям
- Год: 1962
- Язык: итальянский
- Год: Ponzoni Editore
- Переводчик: Pina Manzini
- Жанр: Космическая фантастика
Электронная книга - «Crociata spaziale [The High Crusade - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per premio Hugo in 1961.
Poi la loro astronave uscì rombando dall’atmosfera e ripartì di nuovo verso le stelle ostili.
CAPITOLO XX
Sir Roger si era stabilito sul pianeta che avevamo battezzato New Avalon. La nostra gente ormai aveva bisogno di risposo, e al Barone occorreva un po’ di tempo per sistemare le molte faccende e per consolidare quel vasto regno che si era trovato sulle spalle. Inoltre era in trattative segrete con il Governatore wersgoriano di un intero Ammasso Stellare. Questi sembrava ben disposto a cedere tutta la regione da lui controllata, solo se avessimo potuto offrirgli una sostanziosa ricompensa e solide garanzie. I contatti procedevano lentamente, ma Sir Roger si sentiva fiducioso sui risultati.
«Questa gente non sa proprio nulla sulle delazioni e l’uso dei traditori,» mi confidò, «tanto che potrei comperarmi quel tizio per meno di quanto mi costerebbe una città. I nostri alleati non ci hanno mai provato, perché immaginavano che la nazione wersgoriana fosse solida quanto le loro. Eppure non è forse logico che questa enorme distesa di proprietà, separate da giorni e settimane di viaggio assomigli sotto molti aspetti ad un paese europeo? Anzi direi che sono ancora più corruttibili…»
«Perché a loro manca la vera Fede», osservai.
«Mmm, sì senza dubbio è così. Anche se non ho mai conosciuto un cristiano che rifiutasse il denaro della corruzione per motivi relgiiosi. Stavo pensando che il Governo Wersgoriano non richiede alcun giuramento di fedeltà.»
Ad ogni modo avemmo finalmente un po’ di pace, e ci accampammo in una valle sotto delle montagne dalle cime vertiginose. Una cascata ad un tiro d’arco si precipitava in un lago dalle acque cristalline, circondato da alberi. Neanche il disordine del nostro campo di inglesi litigiosi poteva rovinare una tale bellezza.
Io mi ero sistemato davanti alla mia piccola tenda personale, comodamente seduto su una rustica poltrona. Per un momento avevo posto i miei studi da un canto e stavo indulgendo nella lettura di un libro portato da casa, una rilassante cronaca dei miracoli di San Cosmas, mentre da lontano sentivo il crepitìo dei soldati che si allenavano a sparare, il sibilo degli archi e l’allegro frastuono della lotta col bastone. Mi ero quasi appisolato, quando sentii uno scalpiccio di piedi che si arrestò davanti a me.
Stupito, socchiusi gli occhi e vidi il viso terrorizzato di uno scudiero del Barone.
«Fratello Parvus!», mi disse questi concitato. «In nome di Dio, venite subito!»
«Ugh, uh, è successo qualcosa?», chiesi mezzo addormentato.
«Esattamente!», gemette lo scudiero.
A quel punto raccolsi la tonaca e mi misi a correre dietro di lui. La luce del sole, i rami in fiore, il canto degli ucceli sopra di noi, tutto fu improvvisamente molto lontano. Sentivo solo il battito frenetico del mio cuore e mi resi conto di quanto fossimo pochi, deboli e tanto lontano da casa.
«Cos’è successo?»
«Non so di preciso,» rispose lo scudiero. «È appena arrivato un messaggio per telecomunicatore, trasmessoci da una delle nostre navi di pattuglia. Sir Owain di Montbelle desiderava un colloquio privato col mio Signore. Non so che cosa si siano detti, ma Sir Roger è uscito dalla sala barcollando come un cieco e con un ruggito vi ha mandato a chiamare. Oh, Fratello Parvus, era orribile a vedersi!»
Pensai che se la forza e l’astuzia del Barone non fossero più state lì a sorreggerci, avrei fatto bene a pregare per tutti noi, che senza di lui eravamo persi, ma improvvisamente sentii una gran pietà per lui. Sir Roger aveva sopportato una tensione troppo forte e per troppo tempo, senza avere nessuno con cui dividere il proprio fardello. Tutti voi, Santi Protettori, stategli vicino adesso, pregai.
Red John Hameward montava la guardia davanti al padiglione jairiano portatile. Aveva scorto da lontano il padrone e, vedendolo così alterato, si era affrettato ad abbandonare il poligono di tiro per essergli vicino. Con la freccia incoccata minacciò la folla che rumoreggiava davanti al padiglione e tuonò:
«Indietro voi! Tornate ai vostri posti! Affè mia, infilzerò come un ranocchio il primo infame che disturberà il mio Signore e romperò il collo al secondo! Andatevene, ho detto!»
Spinsi da parte il gigante ed entrai. Dentro il padiglione faceva caldo. La luce del sole che filtrava attraverso il materiale traslucido aveva un colore opaco. Il padiglione era per la maggior parte arredato con cose a noi usuali — cuoi, tappezzerie, armature — ma su una scansia c’erano vari strumenti di fattura aliena e sul pavimento era posato un grosso telecomunicatore.
Sir Roger sedeva come annichilito su una sedia davanti all’apparecchio, con il mento appoggiato al petto e le grosse mani penzolanti. Mi avvicinai di soppiatto dietro di lui e gli posai una mano sulla spalla.
«Che succede, Milord?», gli chiesi con la massima dolcezza.
Quasi non si mosse.
«Vattene!», disse.
«Mi avete mandato a chiamare.»
«Non sapevo ciò che facevo. Questa è solo una faccenda tra me e… vattene.»
La sua voce era priva di emozione, ma mi ci volle tutto il poco coraggio di cui dispongo per girargli attorno e, una volta davanti, chiedergli:
«Presumo che il comunicatore abbia registrato il messaggio come al solito?»
«Sì, senza dubbio. Sarà meglio che cancelli quella registrazione.»
«No».
Il Barone sollevò i suoi occhi grigi verso di me. Mi sovvenne di un lupo che avevo visto una volta in trappola, quando i villici gli si erano avvicinati in gruppo per finirlo.
«Non desidero farti del male, Fratello Parvus.»
«Allora non fatelo!», risposi bruscamente, e mi chinai per regolare il comando e risentire la registrazione.
Il Barone raccolse le sue energie poi, con voce stanchissima, mi disse:
«Se vedi quel messaggio,» mi avvertì, «dovrò ucciderti per il mio onore.»
Ripensai agli anni della mia gioventù. C’erano allora diverse parole brevi e pungenti, tipicamente inglesi, di uso comune. Ne scelsi una e la pronunciai. Con la coda dell’occhio, mentre ero piegato sui comandi, lo vidi afflosciarsi e ricadere sulla sedia. Tanto per sicurezza pronunciai un’altra parola tipicamente inglese.
«Il vostro onore consiste nel bene del vostro popolo», aggiunsi poi. «Ora, scosso come siete, non siete in grado di giudicare nulla. Sedetevi e lasciatemi ascoltare.»
Si rannicchiò su se stesso; io girai un interruttore e il volto di Sir Owain balzò sullo schermo. Vidi che anche lui era tirato in viso, la sua bellezza molto meno evidente del solito, e gli occhi asciutti e brucianti. Quando parlò, la sua voce era formalmente cortese, ma non riusciva a nascondere l’esultanza.
Non ricordo più le parole esatte, né esse hanno importanza. Il Cavaliere raccontò al suo Signore quanto era successo. Ora si trovava nello spazio a bordo dell’astronave rubata. Si era avvicinato a New Avalon per trasmettere quel messaggio ma, appena inviatolo, aveva di nuovo preso il largo. Non c’era speranza di ritrovarlo in quell’oceano sterminato.
Se ci fossimo arresi, ci comunicò, lui avrebbe organizzato il trasporto in patria della nostra gente, e Branithar lo aveva assicurato che l’Imperatore Wersgoriano avrebbe promesso di tenere le mani lontane dalla Terra. Se invece non ci fossimo arresi, lui si sarebbe recato a Wersgorixan ed avrebbe rivelato la verità su di noi. Allora, se si fosse reso necessario, il nemico avrebbe reclutato mercenari francesi e saraceni per distruggerci ma, probabilmente, una volta appreso quanto eravamo deboli, i nostri alleati si sarebbero così demoralizzati da richiedere immediatamente l’armistizio. In entrambi i casi Sir Roger non avrebbe più rivisto né moglie né figli.