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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]
L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it] - Читать Любимую Русскую Полную Книгу 👉 Read-E-Book.com

L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]

Электронная книга - «L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]». Краткое содержание книги:

Il ciclo del “Libro del Nuovo Sole” di Gene Wolfe è ambientato in un futuro estremamente remoto, su una Terra trasformata in modi misteriosi e meravigliosi, e in un tempo in cui la cultura attuale non è nemmeno un lontano ricordo.
Nel primo romanzo della serie avevamo fatto la conoscenza di Severian, il giovane torturatore mandato in esilio per essersi innamorato di una delle sue vittime e aver disobbedito alle ferree regole della corporazione cui apparteneva. Entrato per caso in possesso dell’Artiglio del Conciliatore, una gemma dai poteri miracolosi appartenuta a una leggendaria figura di proporzioni mitiche, Severian continua il suo viaggio verso Thrax, la città del suo esilio, in compagnia della sua spada Terminus Est. Molte sono le meraviglie che l’attendono sul suo cammino: creature scimmiesche dotate di intelligenza umana e di corpi pelosi e lucenti; un bizzarro rituale cannibalesco che gli riporterà le memorie e i pensieri della sua amata e scomparsa Thecla; la stanza delle superfici specchianti in cui svanirà Jonas, il suo compagno strano e non del tutto mortale.
Evocativo, profondo, ipnotico nella sua lirica potenza, L’artiglio del conciliatore si rivela un vero capolavoro di grandiosa e raffinata maestria letteraria.

Vincitore del premio Nebula per il miglior romanzo in 1981.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo fantasy in 1982.
Nominato per i premi Hugo e World Fantasy in 1982.
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Restarono all’ancora per tutta la notte. Quando giunse il mattino, il secondo chiamò i compagni del cui consiglio si fidava di più; ma nessuno seppe suggerire altro che domandare al giovane incarnato dai sogni (sebbene fossero restii a farlo) oppure andare avanti fino a trovare le acque aperte e il padiglione della principessa.

Decisero di andare avanti e lo fecero per tutto il giorno, sforzandosi di mantenere una rotta diritta, ma furono obbligati a procedere in maniera tortuosa dalle numerose svolte dei canali. E quando sopraggiunse nuovamente la notte, non erano in una posizione più vantaggiosa.

Il mattino del terzo giorno il giovane incarnato dai sogni uscì dalla sua cabina e iniziò a camminare avanti e indietro sul ponte come era solito fare, osservando le riparazioni e domandando notizie ai feriti. Allora il secondo e i suoi consiglieri lo avvicinarono, gli spiegarono quello che avevano fatto e gli chiesero come fare per ritrovare le acque aperte, per seppellire i loro morti e fare ritorno alle loro case nella città dei maghi.

Egli levò gli occhi verso la volta del firmamento. Alcuni credettero che stesse pregando, altri che cercasse di tenere a freno l’ira nei loro confronti, altri ancora che fosse semplicemente in cerca di un’ispirazione. Continuò a fissare il cielo tanto a lungo che essi si spaventarono, come quando aveva guardato l’acqua, e alcuni si allontanarono in maniera furtiva. Poi il giovane rispose loro: — Guardate! Non vedete gli uccelli marini? Stanno accorrendo da ogni parte del cielo. Seguiteli.

Per quasi tutta la mattina seguirono gli uccelli, per quanto i canali tortuosi lo permettevano. Finalmente li videro volteggiare e tuffarsi nell’acqua, più avanti, in modo che le loro ali bianche e le teste d’ebano sembravano una bassa nube, chiara all’esterno ma tempestosa nel mezzo. Allora il giovane incarnato dai sogni ordinò ai compagni di caricare i cannoni solo con la polvere e di sparare; a quel boato tutti gli uccelli marini presero il volo gridando e stridendo. E là dove prima stavano gli uccelli l’equipaggio vide galleggiare un’enorme carogna, che sembrava appartenere a una bestia della terraferma perché possedeva una testa e quattro zampe. Ma era molto più grande di diversi elefanti messi insieme.

Quando si furono avvicinati, il giovane ordinò di calare in acqua una barca e quando vi fu salito i suoi compagni notarono che aveva infilato nella cintura un grande alfange la cui lama rifletteva la luce del sole. Il giovane lavorò a lungo sulla carogna e quando fece ritorno a bordo portava con sé una mappa, la più grande che gli altri avessero mai visto, tracciata su una pelle non conciata.

Prima di sera raggiunsero il padiglione della principessa. Tutti aspettarono a bordo mentre sua madre la andava a trovare e quando finalmente quella donna terribile se ne fu andata tutti coloro che erano in grado di camminare scesero a terra; le Fanciulle Mais si affollarono intorno a ioro, cento fanciulle per ogni giovane, e il giovane incarnato dai sogni prese fra le braccia la figlia della Notte e aprì le danze. Nessuno dimenticò mai quella notte.

La rugiada li trovò stesi fra le piante nel giardino della principessa, semisepolti tra i fiori. Per un po’ di tempo continuarono a dormire, ma quando il pomeriggio allungò le ombre degli alberi si svegliarono. Allora la principessa si congedò dall’isola e giurò che, per quanto fosse pronta a visitare ogni territorio percorso dalla madre, in quel luogo non avrebbe più fatto ritorno; e le Fanciulle Mais ripeterono il suo giuramento. Erano troppo numerose, forse, per poter salire tutte sulla nave; ma riuscirono ugualmente ad andare a bordo e tutti i ponti verdeggiavano delle loro vesti e brillavano dell’oro dei loro capelli. Vissero infinite avventure nel viaggio di ritorno verso la città dei maghi. Si potrebbe riferire come gettarono in mare i loro morti, onorandoli con la preghiera, e tuttavia li rividero più tardi, durante la notte, fra le sartie; o come alcune Fanciulle Mais sposarono quei principi che, avendo trascorsi molti anni in preda a incantesimi al punto da non voler più lasciare quel genere di vita, edificano palazzi sulle ninfee e difficilmente si lasciano vedere dagli uomini.

Ma per tutte quelle cose non c’è posto in questo racconto. Basti dire che, quando raggiunsero la rupe sulla cui sommità sorge la città dei maghi, lo studioso che aveva donato la carne al giovane dei sogni era sui bastioni a guardare il mare in attesa del loro ritorno. Quando vide le vele nere, oscurate dal catrame che era stato bruciato per accecare il nemico, pensò che fossero state annerite in segno di lutto per la morte del figlio e si gettò nel burrone trovando la morte. Perché nessun uomo può vivere a lungo quando muoiono i suoi sogni.

XVIII

SPECCHI

Mentre leggevo quella sterile storia, di tanto in tanto guardavo Jonas, ma non vedevo mai il minimo barlume di espressione sul suo viso, nonostante fosse sveglio. Quando ebbi finito, dissi: — Non sono sicuro di capire il motivo per cui lo studioso credette che il figlio fosse morto, quando vide le vele nere. La nave che l’orco inviava aveva le vele nere, ma giungeva solo una volta all’anno e per quell’anno era già arrivata.

— Lo so — rispose Jonas. La sua voce aveva un tono asciutto che non avevo mai avvertito.

— Intendi dire che conosci le risposte alle mie domande?

Non rispose, e per un po’ rimanemmo in silenzio, io con il libro marrone (che ricordava tanto intensamente Thecla e le sere passate insieme) ancora aperto, Jonas con la schiena appoggiata alla fredda parete della prigione e le mani, quella di metallo e quella di carne, rilasciate sui fianchi come se fossero dimenticate.

Infine una vocina si arrischiò a dire: — Deve essere una storia molto vecchia. — Era la bambina che aveva sollevato il pannello del soffitto per noi.

Ero talmente preoccupato per Jonas che per un istante quell’interruzione mi infastidì, ma Jonas sussurrò: — Sì, è una storia molto vecchia. L’eroe aveva detto al padre che se avesse fallito l’impresa avrebbe fatto ritorno ad Atene con le vele nere. — Non so che cosa volesse dire questo suo commento, credo che fosse generato dal delirio; ma dal momento che fu una delle ultime cose che sentii dire da Jonas, mi sembra giusto riportarlo qui, come ho trascritto la leggenda che lo generò.

Io e la bambina cercammo di convincerlo a parlare ancora, ma lui non ne volle sapere, così finimmo per lasciar perdere. Passai il resto della giornata vicino a lui e dopo un turno di guardia o poco più Hethor (il cui limitato patrimonio intellettuale, come avevo immaginato, era stato ben presto svuotato dai prigionieri) ci raggiunse. Parlai con Lomer e Nicarete e loro fecero in modo che venisse sistemato per la notte dalla parte opposta della stanza.

Qualsiasi cosa possiamo dire, tutti noi talvolta facciamo sogni turbati. A dire il vero, alcuni non dormono quasi, nonostante altri che lo fanno in abbondanza giurino che non lo fanno. Alcuni sono tormentati da sogni ricorrenti e alcuni, pochi e fortunati, fanno di frequente sogni piacevoli. Alcuni sostengono che «prima» avevano il sonno disturbato, ma che poi ne sono «guariti», quasi che la coscienza fosse una malattia, e forse lo è veramente.

Di solito io dormo senza fare sogni memorabili (anche se a volte mi capita, come ben saprà il lettore che mi ha seguito fino a questo punto) e difficilmente mi sveglio prima dell’alba. Ma quella notte il mio sonno fu così diverso dal solito che a volte mi chiedo se si potesse definire un vero sonno. Forse era uno stato diverso che fingeva di essere sonno, come gli alzabo, dopo aver mangiato la carne degli uomini simulano di essere uomini.

Se dipese da cause naturali io lo attribuisco a una combinazione di sfortunate circostanze. Io, che da sempre ero abituato a un lavoro duro e agli esercizi violenti, per l’intero giorno ero rimasto rinchiuso, senza l’uno né gli altri. La leggenda del libro marrone aveva influenzato la mia fantasia, ancor più stimolata dal libro stesso che dal suo legame con Thecla e dalla consapevolezza di essere ormai all’interno della Casa Assoluta, della quale avevo sentito tanto parlare. E soprattutto i miei pensieri erano appesantiti dalla preoccupazione per Jonas e dalla sensazione (che si era fatta più intensa con il passare delle ore) che quel posto costituisse la fine del mio viaggio; che non sarei mai arrivato a Thrax; che non avrei più ritrovato la mia povera Dorcas; che non sarei riuscito a restituire l’Artiglio e non sarei nemmeno riuscito a liberarmene; che l’Increato, di cui il proprietario dell’Artiglio era stato un servitore, avesse stabilito che io, dopo aver visto morire tanti prigionieri, avrei terminato i miei giorni in una prigione.

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