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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]
L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it] - Читать Любимую Русскую Полную Книгу 👉 Read-E-Book.com

L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]

Электронная книга - «L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]». Краткое содержание книги:

Il ciclo del “Libro del Nuovo Sole” di Gene Wolfe è ambientato in un futuro estremamente remoto, su una Terra trasformata in modi misteriosi e meravigliosi, e in un tempo in cui la cultura attuale non è nemmeno un lontano ricordo.
Nel primo romanzo della serie avevamo fatto la conoscenza di Severian, il giovane torturatore mandato in esilio per essersi innamorato di una delle sue vittime e aver disobbedito alle ferree regole della corporazione cui apparteneva. Entrato per caso in possesso dell’Artiglio del Conciliatore, una gemma dai poteri miracolosi appartenuta a una leggendaria figura di proporzioni mitiche, Severian continua il suo viaggio verso Thrax, la città del suo esilio, in compagnia della sua spada Terminus Est. Molte sono le meraviglie che l’attendono sul suo cammino: creature scimmiesche dotate di intelligenza umana e di corpi pelosi e lucenti; un bizzarro rituale cannibalesco che gli riporterà le memorie e i pensieri della sua amata e scomparsa Thecla; la stanza delle superfici specchianti in cui svanirà Jonas, il suo compagno strano e non del tutto mortale.
Evocativo, profondo, ipnotico nella sua lirica potenza, L’artiglio del conciliatore si rivela un vero capolavoro di grandiosa e raffinata maestria letteraria.

Vincitore del premio Nebula per il miglior romanzo in 1981.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo fantasy in 1982.
Nominato per i premi Hugo e World Fantasy in 1982.
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Dinnanzi a loro si trovava una chiglia lunga e stretta, con un unico castello di ferro nel mezzo e un solo cannone, più grande dei loro, che sporgeva dall’unica apertura.

Il giovane incarnato dai sogni aprì le labbra per gridare l’ordine di sparare. Prima di riuscire a pronunciare quelle parole il grande cannone del loro nemico tuonò, in un modo diverso dal tuono e dagli altri suoni conosciuti agli orecchi umani; pareva piuttosto di trovarsi in un’alta torre di pietra crollata in un istante tutto intorno.

E la palla colpì la culatta del primo cannone della batteria di tribordo, frantumandola e rompendosi a sua volta, in modo che i frammenti piovvero sulla nave come foglie scure portate da un forte vento e uccisero molti giovani.

Allora il timoniere, senza aspettare ulteriori ordini, fece virare la nave in maniera che la batteria di babordo puntasse contro l’avversario, e ogni cannone sparò secondo la volontà di chi lo puntava, come i lupi che ululano nella luna. I proiettili volarono intorno al castello del nemico e alcuni centrarono il bersaglio, facendo risuonare rintocchi funebri in onore di quanti erano morti un momento prima. Alcuni caddero in acqua davanti allo scafo mentre altri ancora colpirono il ponte (anch’esso di ferro) e volarono in cielo stridendo.

A quel punto l’unico cannone del loro nemico sparò nuovamente.

E continuò così, per istanti che parvero anni. Finalmente il giovane ricordò il consiglio della principessa, la figlia della Notte: ma il vento, per quanto forte, spirava quasi a poppa della nave e per fare in modo che soffiasse da loro verso il nemico, come la principessa aveva detto, per un lungo momento nessun cannone avrebbe potuto sparare, a parte quelli di prua. Ancora, quando fosse stato possibile puntare nuovamente una batteria, si sarebbe dovuta usare quella di tribordo, nella quale un cannone era andato perduto e molti uomini erano morti.

Ma il giovane pensò che stavano combattendo come avevano fatto prima di loro centinaia d’altri, che erano tutti morti, le cui navi erano affondate e le cui ossa erano sparse nelle miriadi di canali intricati sulla faccia dell’isola dell’orco. Diede un ordine al timoniere, ma non ebbe risposta, perché il timoniere era morto e la ruota che egli aveva tenuto in quel momento teneva lui. Il giovane incarnato dai sogni afferrò il timone e offrì al nemico la stretta prua della nave. Così facendo dimostrò che le tre sorelle favoriscono gli audaci, perché il colpo seguente del nemico, che avrebbe potuto annientare la nave da prua a poppa, passò a babordo a un remo di distanza, e quello successivo alla distanza di una barca.

Il nemico, che fino a quell’istante era rimasto immobile e non aveva cercato né di scappare né di avvicinarsi, virò. Notando che stava cercando di allontanarsi, l’equipaggio innalzò un grido, come se avesse già in pugno la vittoria. Ma, incredibile a vedersi, l’unico castello che fino a quel momento tutti avevano creduto fisso, si voltò dall’altra parte e il grande cannone, più grande dei loro, continuò a tenerli sotto controllo.

Un istante dopo un proiettile colpì il centro della nave, strappando via dal suo supporto un cannone della batteria di tribordo, come un ubriaco potrebbe strappare un bambino dalla culla, e mandandolo a schiantarsi sul ponte, così che distrusse tutto quello che trovava sul suo percorso. Quindi i cannoni della batteria, quelli rimasti, proruppero in un coro di fuoco e di ferro. E dal momento che la distanza si era ridotta della metà (o forse semplicemente perché il loro nemico, mostrando la propria paura, si era indebolito nella sua essenza), la loro bordata non si limitò a colpire il castello con risonante clangore, ma causò un urto simile a quello che produrrebbe, rompendosi, la campana che annuncerà la fine del mondo; crepe irregolari iniziarono a mostrarsi nel nero oleoso del ferro.

Allora il giovane chiamò attraverso il boccaporto quelli che erano obbedientemente rimasti in sala macchine ad alimentare le caldaie con i tronchi d’albero e gli ordinò di buttare del catrame nelle fiamme, come aveva detto la principessa. In un primo tempo ebbe paura che fossero tutti morti, quindi che il suo ordine fosse stato coperto dal frastuono della battaglia. Ma quando un’ombra cadde sopra l’acqua rischiarata dal sole che si stendeva fra lui e il nemico, sollevò lo sguardo.

Un tempo, si dice, una bambina lacera, figlia di un pescatore, trovò sulla sabbia una bottiglia tappata e, rompendo il sigillo e levando il tappo, diventò regina di tutto, da polo a polo. Nello stesso modo, sembrò, un essere elementare in possesso della forza della creazione emerse dagli alti fumaioli della nave, rotolando con gioia oscura e accrescendosi velocemente, con la rapidità del vento.

E il vento giunse, e lo afferrò con le sue innumerevoli mani e lo portò come una massa compatta contro il nemico. Anche quando non riuscirono più a vedere niente — né lo scafo lungo e scuro con il ponte di ferro, né l’unico cannone la cui bocca aveva vomitato morte per tutti loro — non persero nemmeno un momento, ma si gettarono sulle batterie e spararono alla cieca. Di tanto in tanto sentivano il cannone del loro nemico sparare a sua volta, ma non scorgevano neppure un lampo e non sapevano dove quei proiettili andassero a finire.

È probabile che ancora oggi non abbiano colpito niente e girino intorno al mondo in cerca di un bersaglio.

I giovani spararono fino a quando le canne luccicarono come lingotti appena usciti dal crogiolo. Allora il fumo diminuì e coloro che si trovavano in sala macchine gridarono attraverso il boccaporto che il catrame era terminato; il giovane incarnato dai sogni ordinò di cessare il fuoco e gli uomini che avevano sparato con i cannoni si accasciarono sul ponte come cadaveri, troppo sfiniti persino per domandare un sorso d’acqua.

La nube nera si dissolse. Non come la nebbia che si dilegua al sole, ma come un esercito forte che si disperde dinnanzi a cariche ripetute, cedendo in un punto, resistendo accanitamente in un altro e radunando ancora un gruppo di combattenti quando pare che tutto sia ormai finito.

A quel punto cercarono inutilmente, sulle onde diventate trasparenti, il loro nemico. Non riuscirono a vedere nulla: né il suo scafo, né il suo castello, né il suo cannone, nemmeno una tavola o un pennone.

Adagio, con cautela come se temessero un nemico invisibile, avanzarono fino al punto in cui prima il nemico era all’ancora e trovarono gli alberi spezzati e il terreno dissestato dell’isoletta che stava dietro, sulla quale i loro colpi avevano esaurito l’energia. Quando giunsero nel luogo in cui si trovava il lungo scafo di ferro, il giovane incarnato dai sogni ordinò di invertire il movimento delle grandi ruote e finalmente si fermarono, restando immobili come aveva fatto il loro avversario. Poi si avvicinò al parapetto e guardò in basso, con un’espressione tale che nessuno, neppure il più coraggioso, osò guardarlo.

Quando infine rialzò gli occhi, il suo viso era fermo e scuro; senza rivolgere la parola a nessuno si portò nella sua cabina e chiuse la porta.

Allora il secondo ordinò di girare la nave per fare ritorno al candido padiglione della principessa e di curare le ferite, di mettere in funzione le pompe e di iniziare le riparazioni necessarie. Ma tenne a bordo i morti, per poterli seppellire in alto mare.

Parte quinta — La morte dello studioso

È probabile che il canale non fosse diritto come avevano creduto. Oppure, senza rendersene conto, avevano perso l’orientamento durante la battaglia. Oppure (come sostenevano alcuni) i canali si attorcigliavano come vermi quando nessuno li guardava. Qualsiasi fosse la verità, navigarono fino al tramonto a vapore — il vento era calato — e alle ultime luci della giornata si accorsero che stavano passando in mezzo a isolette sconosciute.

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Сюжет
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