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READ-E-BOOK » Научная фантастика » L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]
L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it] - Читать Любимую Русскую Полную Книгу 👉 Read-E-Book.com

L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]

Электронная книга - «L'artiglio del Conciliatore [The Claw of the Conciliator - it]». Краткое содержание книги:

Il ciclo del “Libro del Nuovo Sole” di Gene Wolfe è ambientato in un futuro estremamente remoto, su una Terra trasformata in modi misteriosi e meravigliosi, e in un tempo in cui la cultura attuale non è nemmeno un lontano ricordo.
Nel primo romanzo della serie avevamo fatto la conoscenza di Severian, il giovane torturatore mandato in esilio per essersi innamorato di una delle sue vittime e aver disobbedito alle ferree regole della corporazione cui apparteneva. Entrato per caso in possesso dell’Artiglio del Conciliatore, una gemma dai poteri miracolosi appartenuta a una leggendaria figura di proporzioni mitiche, Severian continua il suo viaggio verso Thrax, la città del suo esilio, in compagnia della sua spada Terminus Est. Molte sono le meraviglie che l’attendono sul suo cammino: creature scimmiesche dotate di intelligenza umana e di corpi pelosi e lucenti; un bizzarro rituale cannibalesco che gli riporterà le memorie e i pensieri della sua amata e scomparsa Thecla; la stanza delle superfici specchianti in cui svanirà Jonas, il suo compagno strano e non del tutto mortale.
Evocativo, profondo, ipnotico nella sua lirica potenza, L’artiglio del conciliatore si rivela un vero capolavoro di grandiosa e raffinata maestria letteraria.

Vincitore del premio Nebula per il miglior romanzo in 1981.
Vincitore del premio Locus per il miglior romanzo fantasy in 1982.
Nominato per i premi Hugo e World Fantasy in 1982.
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Con il passare del tempo tali apparizioni, dapprima rare e limitate quasi esclusivamente alle notti nelle quali il tuono rombava fra le torri pallide, si fecero più usuali; e lo studioso imparò a riconoscere i segnali legati alla presenza dell’altro: un libro che da decenni non veniva tolto dallo scaffale e che all’improvviso vedeva vicino a una sedia; finestre e porte che sembravano spalancarsi da sole; un antico alfange, che per anni era stato una decorazione poco più pericolosa di un dipinto trompe-l’oeil, perfettamente ripulito dalla sua patina, luminoso e affilato di recente.

In un dorato pomeriggio, mentre il vento giocava gli innocenti giochi dell’infanzia con i sicomori rivestiti delle nuove foglie, l’uomo sentì bussare alla porta dello studio. Senza avere il coraggio di voltarsi e di rivelare con la sua voce nemmeno la minima parte di quello che provava, e senza smettere di lavorare, gridò: — Entra.

Come le porte si aprono a mezzanotte quando nessun essere vivente si muove, la porta iniziò a schiudersi lentamente, poco alla volta. Ma, mentre si muoveva, sembrava acquistare energia, così che quando alla fine si aprì (a giudicare dal suono) abbastanza da poter infilare una mano nella stanza, sembrò che la brezza giocosa stesse entrando dalla finestra per infondere vita nel suo cuore di legno. E quando si aprì ancora di più, come l’uomo dedusse dal rumore, in modo che un ilota diffidente potesse entrare con un vassoio, parve che un vento marino di tempesta la prendesse e la sbattesse contro la parete. Allora l’uomo udì i passi rapidi e decisi alle sue spalle e una voce deferente e giovane, ma già profonda e matura, lo apostrofò dicendo: — Padre, io non amo disturbarti mentre sei intento al tuo lavoro. Ma il mio cuore è tristemente turbato, ormai da molti giorni, e per l’amore che mi porti ti scongiuro di perdonare la mia intrusione e di darmi consiglio nel mio dubbio.

Solo allora lo studioso ebbe il coraggio di voltarsi e vide dinnanzi a sé un giovane dal portamento maestoso, con le spalle larghe e la figura robusta. La bocca era autoritaria, gli occhi luminosi e intelligenti, e rutto il viso esprimeva coraggio. La sua fronte era ornata da quella corona che è invisibile a ogni occhio e che tuttavia può essere scorta anche dai ciechi; la corona senza prezzo che attira i coraggiosi intorno a un paladino e che rende valorosi i deboli. Allora lo studioso disse: — Figlio mio, non aver paura di disturbarmi, né ora né mai, perché non c’è nulla sotto il cielo che io gradisca vedere più del tuo volto. Cosa ti turba?

— Padre — rispose il giovane, — tutte le notti, ormai da molto tempo, il mio sonno è rotto dalle urla di numerose donne e spesso ho visto, come un serpente attratto dalle note di un flauto, una colonna verde scivolare sulla scogliera sotto la città, fino al porto. E a volte, in sogno, mi è concesso avvicinarmi, e allora vedo che tutte coloro che camminano in quella colonna sono donne bionde, che piangono, gridano e ondeggiano, e sembrano un campo di grano giovane e percosso da un vento lamentoso. Quale è il significato di questo sogno?

— Figlio mio — rispose lo studioso, — è giunto il momento di rivelarti quello che finora ti ho tenuto celato nel timore che, spinto dall’impulsività tipica della gioventù, tu osassi troppo prima del momento giusto. Sappi che questa città è dominata da un orco, il quale ogni anno esige in tributo le sue figlie più belle, come tu hai potuto vedere nel sogno.

A tali parole gli occhi del giovane lampeggiarono. — E chi è questo orco, quale è il suo aspetto e dove vive? — chiese.

— Nessuno conosce il suo nome, dal momento che nessuno gli si può avvicinare abbastanza. La sua forma è quella di un naviscaput, che agli uomini appare come una nave con un unico castello sul ponte, in realtà la testa sulle spalle, e con un solo occhio nel castello. Il suo corpo nuota nelle acque più profonde con la razza e lo squalo, e ha le braccia più lunghe dei più alti alberi delle navi e gambe simili a piloni che raggiungono il fondo del mare. Il suo porto è un’isola dell’occidente, dove un canale con molte diramazioni, dividendosi e dividendosi ancora, penetra nell’entroterra. È su quell’isola, così dice il mio sapere, che sono costrette a prendere dimora le Fanciulle Mais, e là egli sta all’ancora in mezzo a loro, girando gli occhi a destra e a sinistra per vederle in preda alla disperazione.

Parte terza — L’incontro con la principessa

Allora il giovane si mise a radunare intorno a sé altri giovani della città dei maghi per formare un equipaggio e ottenne da coloro che indossavano i cappucci multicolori una solida nave; per tutta quell’estate lui e i suoi compagni la corazzarono e montarono sulle sue fiancate l’artiglieria più potente, si esercitarono ad alzare e a regolare le vele e a sparare con i cannoni, finché la nave obbedì ai loro comandi come una giumenta domata. Spinti dalla pietà che provavano per le Fanciulle Mais, la chiamarono Terra delle Vergini.

Finalmente, quando le foglie dorate si staccarono dai rami dei sicomori (come l’oro fabbricato dai maghi infine cade dalle mani degli uomini) e le grigie oche selvatiche sorvolarono le torri pallide della città seguite dai lammergeir e dalle ossifraghe, i giovani partirono. Molte avventure che vissero lungo la strada delle balene non possono trovare posto qui, ma un giorno le vedette scorsero davanti a loro una terra di bionde colline costellate di verde e mentre si schermavano con le mani per guardarle, il verde aumentava. Allora il giovane a cui lo studioso aveva donato la carne capì che quella era davvero l’isola dell’orco e che le Fanciulle Mais si stavano affrettando verso la spiaggia perché avevano visto la sua vela.

Vennero preparati i grandi cannoni e le bandiere della città dei maghi, gialle e nere, furono issate sui pennoni. Si avvicinarono sempre più fino a quando, per paura di incagliarsi nella sabbia, virarono e iniziarono a costeggiare l’isola. Le Fanciulle Mais li seguirono, chiamando le loro sorelle fino a coprire tutta la terra come dei veri cereali. Ma il giovane non dimenticò quello che gli era stato detto: che l’orco viveva fra le giovani.

Dopo aver navigato per mezza giornata, doppiarono una punta e videro che la costa si divideva formando un profondo canale senza fine che si snodava tra le dolci colline dell’isola fino a scomparire allo sguardo. All’entrata del canale si innalzava un padiglione di marmo bianco circondato da giardini, e là il giovane ordinò ai compagni di calare l’àncora, quindi scese a terra.

Aveva appena posato il piede sul terreno dell’isola quando gli andò incontro una donna bellissima, con la carnagione olivastra, gli occhi splendenti e i capelli neri. Le rivolse un inchino e disse: — Principessa, o regina, vedo che non sei una delle Fanciulle Mais. I loro abiti sono verdi, i tuoi neri. E anche se indossassi un vestito verde, ti distinguerei comunque da loro perché i tuoi occhi non sono gonfi di dolore e la luce che vi splende non è quella di Urth.

— Tu dici il vero — rispose la principessa, — perché io sono Noctua, la figlia della Notte, e sono anche figlia di colui che tu sei venuto a uccidere.

— Allora non è possibile per noi essere amici, Noctua — disse il giovane. — Ma almeno non siamo nemici. — Infatti, pur non riuscendo a capirne il motivo, essendo fatto della sostanza dei sogni si sentiva attratto da lei; e lei, che aveva negli occhi la luce delle stelle, era attratta da lui.

A quelle parole la principessa allargò le braccia e spiegò: — Sappi che mio padre ebbe mia madre con la forza e mi trattiene qui contro la mia volontà; e avrei già perso la ragione se mia madre non venisse a me al termine di ogni giorno. Se tu non leggi angoscia nei miei occhi, è solo perché la tengo racchiusa nel mio cuore. Per acquistare la libertà, ti spiegherò come combattere contro mio padre in modo da poter vincere.

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