Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Si dilettava d'andare il dì delle feste dove si vendevono leggende e pitture stampate et ivi si stava tutto il giorno; e, se ne comperava alcuna, mentre andava l'altre guardando le più volte le lasciava in qualche luogo, dove si fusse appoggiato. Non volle mai, se non forzato, andare a cavallo ancor che fusse nato nella sua patria nobilmente e fusse assai ricco. Finalmente essendo morto Borgognone suo fratello e dovendo egli andare al Borgo, il Vasari, che aveva riscosso molti danari delle sue provisioni e serbatigli, gli disse: "Io ho tanti danari di vostro: è bene che gli portiate con esso voi, per servirvene ne' vostri bisogni". Rispose Cristofano: "Io non vo' danari, pigliategli per voi, che a me basta la grazia di starvi appresso e di vivere e morire con esso voi". "Io non uso", replicò il Vasari, "servirmi delle fatiche altrui; se non gli volete, gli manderò a Guido vostro padre." "Cotesto non fate voi", disse Cristofano "perciò che gli manderebbe male, come è il solito suo." In ultimo avendogli presi se n'andò al Borgo indisposto e con mala contenteza d'animo, dove giunto, il dolore della morte del fratello, il quale amava infinitamente, et una crudele scolatura di rene, in pochi giorni, avuti tutti i Sacramenti della chiesa, si morì, avendo dispensato a' suoi di casa et a molti poveri que' danari che aveva portato, affermando poco anzi la morte che ella per altro non gli doleva se non perché lasciava il Vasari in troppo grandi impacci e fatiche, quanti erano quelli a che aveva messo mano nel palazzo del Duca. Non molto dopo avendo sua eccellenza intesa la morte di Cristofano, e certo con dispiacere, fece fare in marmo la testa di lui e con l'infrascritto epitaffio la mandò da Fiorenza al Borgo dove fu posta in San Francesco.
D.O.M.
CHRISTOPHORO GHERARDO BURGENSI PINGENDI
ARTE PRAESTANTISSIMO
QUOD GEORGIUS VASARIUS ARETINUS HUIUS
ARTIS FACILE PRINCEPS IN EXORNANDO
COSMI FLORENTINORUM DUCIS PALATIO
ILLIUS OPERAM QUAM MAXIME
PROBAVERIT
PICTORES HETRUSCI POSUERE
OBIIT A. D. MDLVI. VIXIT AN. LVI. M. III. D. VI
VITA DI IACOPO DA PUNTORMO PITTORE FIORENTINO
Gl'antichi, o vero maggiori di Bartolomeo di Iacopo di Martino, padre di Iacopo da Puntormo del quale al presente scriviamo la vita, ebbono, secondo che alcuni affermano, origine dall'Ancisa, castello del Valdarno di sopra, assai famoso per avere di lì tratta similmente la prima origine gl'antichi di Messer Francesco Petrarca. Ma o di lì o d'altronde che fussero stati i suoi maggiori, Bartolomeo sopra detto, il quale fu fiorentino e secondo che mi vien detto della famiglia de' Carucci, si dice che fu discepolo di Domenico del Ghirlandaio, e che avendo molte cose lavorato in Valdarno come pittore secondo que' tempi ragionevole, condottosi finalmente a Empoli a fare alcuni lavori e quivi e ne' luoghi vicini dimorando, prese moglie in Puntormo una molto virtuosa e da ben fanciulla, chiamata Alessandra, figliuola di Pasquale di Zanobi e di monna Brigida sua donna. Di questo Bartolomeo adunque nacque l'anno 1493 Iacopo, ma essendogli morto il padre l'anno 1499, la madre l'anno 1504 e l'avolo l'anno 1506, et egli rimaso al governo di monna Brigida sua avola, la quale lo tenne parecchi anni in Puntormo, e gli fece insegnare leggere e scrivere et i primi principii della grammatica latina, fu finalmente dalla medesima condotto di tredici anni in Firenze e messo ne' pupilli, acciò da quel magistrato, secondo che si costuma, fussero le sue poche facultà custodite e conservate, e lui posto che ebbe in casa d'un Battista calzolaio, un poco suo parente, si tornò monna Brigida a Puntormo e menò seco una sorella di esso Iacopo. Ma indi a non molto essendo anco essa monna Brigida morta, fu forzato Iacopo a ritirarsi la detta sorella in Fiorenza e metterla in casa d'un suo parente chiamato Nicolaio, il quale stava nella via de' Servi. Ma anche questa fanciulla, seguitando gl'altri suoi, avanti fusse maritata si morì l'anno 1512. Ma per tornare a Iacopo, non era anco stato molti mesi in Fiorenza, quando fu messo da Bernardo Vettori a stare con Lionardo da Vinci, e poco dopo con Mariotto Albertinelli, con Piero di Cosimo, e finalmente, l'anno 1512, con Andrea del Sarto, col quale similmente non stette molto perciò che, fatti che ebbe Iacopo i cartoni dell'archetto de' Servi, del quale si parlerà di sotto, non parve che mai dopo lo vedesse Andrea ben volentieri, qualunche di ciò fusse la cagione.
La prima opera dunque che facesse Iacopo in detto tempo, fu una Nunziata piccoletta per un suo amico sarto, ma essendo morto il sarto prima che fusse finita l'opera, si rimase in mano di Iacopo, che allora stava con Mariotto, il quale n'aveva vanagloria e la mostrava per cosa rara a chiunche gli capitava a bottega. Onde venendo di que' giorni a Firenze Raffaello da Urbino, vide l'opera et il giovinetto che l'avea fatta, con infinita maraviglia, profetando di Iacopo quello che poi si è veduto riuscire. Non molto dopo essendo Mariotto partito di Firenze et andato a lavorare a Viterbo la tavola che fra' Bartolomeo vi aveva cominciata, Iacopo, il quale era giovane malinconico e soletario, rimaso senza maestro andò da per sé a stare con Andrea del Sarto, quando a punto egli avea fornito nel cortile de' Servi le storie di San Filippo, le quale piacevano infinitamente a Iacopo, sì come tutte l'altre cose e la maniera e disegno d'Andrea. Datosi dunque Iacopo a far ogni opera d'immitarlo, non passò molto che si vide aver fatto acquisto maraviglioso nel disegnare e nel colorire, in tanto che alla pratica parve che fusse stato molti anni all'arte. Ora avendo Andrea di que' giorni finita una tavola d'una Nunziata per la chiesa de' frati di San Gallo oggi rovinata, come si è detto nella sua vita, egli diede a fare la predella di quella tavola a olio a Iacopo, il quale vi fece un Cristo morto con due Angioletti che gli fanno lume con due torce e lo piangono, e dalle bande in due tondi, due Profeti, i quali furono così praticamente lavorati, che non paiono fatti da giovinetto, ma da un pratico maestro. Ma può anco essere, come dice il Bronzino ricordarsi avere udito da esso Iacopo Puntormo, che in questa predella lavorasse anco il Rosso. Ma sì come a fare questa predella fu Andrea da Iacopo aiutato, così fu similmente in fornire molti quadri et opere che continuamente faceva Andrea.
In quel mentre, essendo stato fatto sommo pontefice il cardinale Giovanni de' Medici e chiamato Leone Decimo, si facevano per tutta Fiorenza dagl'amici e divoti di quella casa molte armi del Pontefice, in pietre, in marmi, in tele et in fresco. Per che volendo i frati de' Servi fare alcun segno della divozione e servitù loro verso la detta casa e Pontefice, fecero fare di pietra l'arme di esso Leone e porla in mezzo all'arco del primo portico della Nunziata, che è in sulla piazza, e poco appresso diedero ordine che ella fusse da Andrea di Cosimo pittore messa d'oro et adornata di grottesche, delle quali era egli maestro eccellente, e dell'imprese di casa Medici, et oltre ciò messa in mezzo da una Fede e da una Carità. Ma conoscendo Andrea di Cosimo che da sé non poteva condurre tante cose, pensò di dare a fare le due figure ad altri; e così chiamato Iacopo, che allora non aveva più che dicianove anni, gli diede a fare le dette due figure ancor che durasse non piccola fatica a disporlo a volere fare, come quello che essendo giovinetto non voleva per la prima mettersi a sì gran risico, né lavorare in luogo di tanta importanza; pure fattosi Iacopo animo ancor che non fusse così pratico a lavorare in fresco come a olio, tolse a fare le dette due figure. E ritirato (perché stava ancora con Andrea del Sarto) a fare i cartoni in Santo Antonio alla porta a Faenza, dove egli stava, gli condusse in poco tempo a fine. E ciò fatto menò un giorno Andrea del Sarto suo maestro a vederli, il quale Andrea vedutigli con infinita maraviglia e stupore gli lodò infinitamente; ma poi, come si è detto, che se ne fusse o l'invidia o altra cagione, non vide mai più Iacopo con buon viso. Anzi andando alcuna volta Iacopo a bottega di lui o non gl'era aperto o era uccellato dai garzoni, di maniera che egli si ritirò affatto e cominciò a fare sottilissime spese, perché era poverino, e studiare con grandissima assiduità. Finito dunque che ebbe Andrea di Cosimo di metter d'oro l'arme e tutta la gronda, si mise Iacopo da sé solo a finire il resto, e trasportato dal disio d'acquistare nome, dalla voglia del fare e dalla natura che l'avea dotato d'una grazia e fertilità d'ingegno grandissimo, condusse quel lavoro con prestezza incredibile a tanta perfezzione, quanta più non arebbe potuto fare un ben vecchio e pratico maestro eccellente; per che, cresciutogli per quella sperienza l'animo, pensando di poter fare molto miglior opera, aveva fatto pensiero, senza dirlo altrimenti a niuno, di gettar in terra quel lavoro e rifarlo di nuovo secondo un altro suo disegno, che egli aveva in fantasia. Ma in questo mentre avendo i frati veduta l'opera finita e che Iacopo non andava più al lavoro, trovato Andrea lo stimolarono tanto, che si risolvé di scoprirla. Onde, cercato di Iacopo per domandare se voleva farvi altro e non lo trovando, perciò che stava rinchiuso intorno al nuovo disegno e non rispondeva a niuno, fece levare la turata et il palco e scoprire l'opera; e la sera medesima, essendo uscito Iacopo di casa per andare ai Servi, e come fusse notte mandar giù il lavoro che aveva fatto e mettere in opera il nuovo disegno, trovò levato i ponti e scoperto ogni cosa con infiniti popoli attorno che guardavano. Per che, tutto in còllora, trovato Andrea si dolse che senza lui avesse scoperto, aggiugnendo quello che avea in animo di fare. A cui Andrea ridendo rispose: "Tu hai il torto a dolerti perciò che il lavoro che tu hai fatto sta tanto bene che se tu l'avessi a rifare, tengo per fermo che non potresti far meglio, e perché non ti mancherà da lavorare, serba cotesti disegni ad altre occasioni". Quest'opera fu tale, come si vede, e di tanta bellezza, sì per la maniera nuova e sì per la dolcezza delle teste che sono in quelle due femine e per la bellezza de' putti vivi e graziosi, ch'ella fu la più bella in fresco che insino allora fusse stata veduta già mai; perché oltre ai putti della Carità, ve ne sono due altri in aria, i quali tengono all'arme del Papa un panno, tanto begli che non si può far meglio, sanza che tutte le figure hanno rilievo grandissimo e son fatte per colorito e per ogni altra cosa tali, che non si possono lodare a bastanza. E Michelagnolo Buonarroti, veggendo un giorno quest'opera e considerando che l'avea fatta un giovane d'anni 19, disse: "Questo giovane sarà anco tale per quanto si vede, che se vive e seguita porrà quest'arte in cielo". Questo grido e questa fama sentendo gl'uomini di Puntormo, mandato per Iacopo gli fecero fare dentro nel castello sopra una porta, posta in sulla strada maestra, un'arme di papa Leone, con due putti, bellissima, come che dall'acqua sia già stata poco meno che guasta.