Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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i può veder meglio. Intanto essendosi dato ordine in palazzo di cominciare a dipignere, la prima cosa a che si mise mano fu una sala delle stanze nuove, la quale, essendo larga braccia venti e non avendo disfogo, secondo che l'aveva fatta il Tasso, più di nove braccia, con bella invenzione fu alzata tre, cioè insino a dodici in tutto, dal Vasari senza muovere il tetto, che era la metà a padiglione. Ma perché in ciò fare, prima che si potesse dipignere andava molto tempo in rifare i palchi et altri lavori di quella e d'altre stanze, ebbe licenza esso Vasari d'andare a starsi in Arezzo due mesi insieme con Cristofano, ma non gli venne fatto di potere in detto tempo riposarsi, conciò sia che non poté mancare di non andare in detto tempo a Cortona, dove nella Compagnia del Gesù dipinse la volta e le facciate in fresco insieme con Cristofano, che si portò molto bene, e massimamente in dodici sacrificii variati del Testamento Vecchio, i quali fecero nelle lunette fra i peducci delle volte. Anzi per meglio dire fu quasi tutta questa opera di mano di Cristofano, non avendovi fatto il Vasari che certi schizzi, disegnato alcune cose sopra la calcina e poi ritocco tal volta alcuni luoghi, secondo che bisognava. Fornita quest'opera che non è se non grande, lodevole e molto ben condotta, per la molta varietà delle cose che vi sono, se ne tornarono amendue a Fiorenza del mese di gennaio, l'anno 1555, dove, messo mano a dipignere la sala degl'Elementi, mentre il Vasari dipigneva i quadri del palco, Cristofano fece alcune imprese che rilegano i fregi delle travi per lo ritto, nelle quali sono teste di capricorno e testuggini con la vela, imprese di sua eccellenza. Ma quello in che si mostrò costui maraviglioso furono alcuni festoni di frutte, che sono nella fregiatura della trave dalla parte di sotto, i quali sono tanto belli, che non si può veder cosa meglio colorita né più naturale, essendo massimamente tramezzati da certe maschere, che tengono in bocca le legature di essi festoni, delle quali non si possono veder né le più varie né le più bizzarre; nella qual maniera di lavori si può dire che fusse Cristofano superiore a qualunque altro n'ha fatto maggiore e particulare professione. Ciò fatto, dipinse nelle facciate, ma con i cartoni del Vasari, dove è il nascimento di Venere, alcune figure grandi et in un paese molte figurine piccole, che furono molto ben condotte. Similmente nella facciata dove gl'amori, piccioli fanciulletti, fabbricano le saette a Cupido, fece i tre Ciclopi che battono i fulmini per Giove; e sopra sei porte condusse a fresco sei ovati grandi con ornamenti di chiaro scuro, e dentro storie di bronzo che furono bellissimi. E nella medesima sala colorì un Mercurio et un Plutone fra le finestre, che sono parimente bellissimi. Lavorandosi poi a canto a questa sala la camera della dea Opi, fece nel palco in fresco le quattro stagioni, et oltre alle figure alcuni festoni che per la loro varietà e bellezza furono maravigliosi; conciò sia che come erano quelli della Primavera pieni di mille sorti fiori, così quelli della State erano fatti con una infinità di frutti e biade; quelli dell'Autunno erano d'uve e pampani, e quei del Verno di cipolle, rape, radici, carote, pastinache e foglie secche, senza che egli colorì a olio nel quadro di mezzo, dove è il carro d'Opi, quattro leoni che lo tirano, tanto belli, che non si può far meglio, et invero nel fare animali non aveva paragone. Nella camera poi di Cerere, che è a lato a questa, fece in certi angoli alcuni putti e festoni belli affatto, e nel quadro del mezzo, dove il Vasari aveva fatto Cerere cercante Proserpina con una face di pino accesa e sopra un carro tirato da due serpenti, condusse molte cose a fine Cristofano di sua mano, per esser in quel tempo il Vasari amalato et aver lasciato fra l'altre cose quel quadro imperfetto. Finalmente venendosi a fare un terrazzo, che è dopo la camera di Giove et allato a quella di Opi, si ordinò di farvi tutte le cose di Giunone, e così fornito tutto l'ornamento di stucchi con ricchissimi intagli e varii componimenti di figure, fatti secondo i cartoni del Vasari, ordinò esso Vasari che Cristofano conducesse da sé solo in fresco quell'opera, disiderando, per esser cosa che aveva a vedersi da presso e di figure non più grandi che un braccio, che facesse qualche cosa di bello in quello che era sua propria professione. Condusse dunque Cristofano in un ovato della volta uno sposalizio con Iunone in aria e dall'uno de' lati in un quadro Ebe, dea della gioventù, e nell'altro Iride, la quale mostra in cielo l'arco celeste. Nella medesima volta fece tre altri quadri, due per riscontro et un altro maggiore alla dirittura dell'ovato, dove è lo sposalizio, nel quale è Giunone sopra il carro a sedere tirato dai pavoni. In uno degl'altri due che mettono in mezzo questo è la dea della Potestà e nell'altro l'Abondanza col corno della copia a' piedi; sotto sono nelle faccie in due quadri, sopra l'entrare di due porte, due altre storie di Giunone: quando converte la figliuola d'Inaco fiume in vacca e Calisto in orsa. Nel fare della quale opera pose sua eccellenza grandissima affezzione a Cristofano veggendolo diligente e sollecito oltre modo a lavorare, perciò che non era la mattina a fatica giorno, che Cristofano era comparso in sul lavoro, del quale avea tanta cura e tanto gli dilettava, che molte volte non si forniva di vestire per andar via, e tal volta, anzi spesso, avvenne che si mise per la fretta un paio di scarpe (le quali tutte teneva sotto il letto) che non erano compagne, ma di due ragioni, et il più delle volte aveva la cappa a rovescio e la caperuccia dentro. Onde una mattina comparendo a buon'ora in sull'opera, dove il signor Duca e la signora Duchessa si stavano guardando et apparecchiandosi d'andare a caccia, mentre le dame e gli altri si mettevano a ordine, s'avvidero che Cristofano al suo solito aveva la cappa a rovescio et il cappuccio di dentro, per che ridendo ambidue, disse il Duca: "Cristofano, che vuol dir questo portar sempre la cappa a rovescio?". Rispose Cristofano: "Signore, io nol so, ma voglio un dì trovare una foggia di cappe che non abbino né diritto né rovescio, e siano da ogni banda a un modo, perché non mi basta l'animo di portarla altrimenti, vestendomi et uscendo di casa la mattina le più volte al buio, senza che io ho un occhio in modo impedito, che non ne veggio punto. Ma guardi vostra eccellenza a quel che io dipingo e non a come io vesto". Non rispose altro il signor Duca, ma di lì a pochi giorni gli fece fare una cappa di panno finissimo e cucire e rimendare i pezzi in modo, che non si vedeva né ritto né rovescio, et il collare da capo era lavorato di passamani nel medesimo modo dentro che di fuori e così il finimento che aveva intorno. E quella finita, la mandò per uno staffieri a Cristofano, imponendo che gliela desse da sua parte. Avendo dunque una mattina di buon'ora ricevuta costui la cappa, senza entrare in altre cirimonie, provata che se la fu, disse allo staffieri: "Il Duca ha ingegno, digli che la sta bene". E perché era Cristofano della persona sua trascurato e non aveva alcuna cosa più in odio che avere a mettersi panni nuovi o andare troppo stringato e stretto, il Vasari, che conosceva quell'umore, quando conoscea che egli aveva d'alcuna sorte di panni bisogno, glieli facea fare di nascosto e poi una mattina di buon'ora porglieli in camera e levare i vecchi, e così era forzato Cristofano a vestirsi quelli che vi trovava. Ma era un sollazzo maraviglioso starlo a udire mentre era in còllora e si vestiva i panni nuovi: "Guarda", diceva egli, "che assassinamenti son questi, non si può in questo mondo vivere a suo modo; può fare il diavolo che questi nimici delle commodità si dieno tanti pensieri?". Una mattina fra l'altre essendosi messo un paio di calze bianche, Domenico Benci pittore, che lavorava anch'egli in palazzo col Vasari, fece tanto che in compagnia d'altri giovani menò Cristofano con esso seco alla Madonna dell'Impruneta, e così avendo tutto il giorno caminato, saltato e fatto buon tempo, se ne tornarono la sera dopo cena. Onde Cristofano, che era stracco, se n'andò subito per dormire in camera, ma essendosi messo a trarsi le calze, fra perché erano nuove et egli era sudato, non fu mai possibile che se ne cavasse se non una, per che, andato la sera il Vasari a vedere come stava, trovò che s'era adormentato con una gamba calzata e l'altra scalza, onde fece tanto, che tenendogli un servidore la gamba e l'altro tirando la calza, pur gliela trassero, mentre che egli malediva i panni, Giorgio, e chi trovò certe usanze che tengono (diceva egli) gl'uomini schiavi in catena. Che è più, egli gridava che voleva andarsi con Dio e per ogni modo tornarsene a S. Giustino, dove era lasciato vivere a suo modo, e dove non avea tante servitù. E fu una passione racconsolarlo. Piacevagli il ragionar poco et amava che altri in favellando fusse breve, in tanto che non che altro arebbe voluto i nomi proprii degl'uomini brevissimi, come quello d'uno schiavo che aveva Messer Sforza, il quale si chiamava M... "Oh questi", dicea Cristofano, "son be' nomi, e non Giovan Francesco e Giovan Antonio, che si pena un'ora a pronunziarli." E perché era grazioso di natura e diceva queste cose in quel suo linguaggio borghese, arebbe fatto ridere il pianto.
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