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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:

Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Lavorava Cristofano le grottesche tanto bene, che non si poteva veder meglio, ma non dava loro una certa fine che avesse perfezzione. E per contrario Stefano mancava d'una certa finezza e grazia, perciò che le pennellate non facevano a un tratto restare le cose ai luoghi loro, onde perché era molto paziente, se ben durava più fatica, conduceva finalmente le sue grottesche con più diligenza e finezza. Lavorando dunque costoro a concorrenza l'opera di questo fregio, tanto faticarono l'uno e l'altro, che Cristofano imparò a finire da Stefano e Stefano imparò da lui a essere più fino e lavorare da maestro. Mettendosi poi mano ai festoni grossi, che andavano a mazzi intorno alle finestre, il Vasari ne fece uno di sua mano, tenendo innanzi frutte naturali per ritrarle dal vivo, e ciò fatto, ordinò che tenendo il medesimo modo, Cristofano e Stefano seguitassono il rimanente, uno da una banda e l'altro dall'altra della finestra; e così a una a una l'andassono finendo tutte, promettendo a chi di loro meglio si portasse nel fine dell'opera un paio di calze di scarlatto. Per che, gareggiando amorevolmente costoro per l'utile e per l'onore, si misero dalle cose grande a ritrarre insino alle minutissime, come migli, panichi, ciocche di finocchio et altre simili, di maniera che furono que' festoni bellissimi et ambidue ebbero il premio delle calze di scarlatto dal Vasari, il quale si affaticò molto perché Cristofano facesse da sé parte di disegni delle storie, che andarono nel fregio, ma egli non volle mai. Onde mentre che Giorgio gli faceva da sé, condusse i casamenti di due tavole con grazia e bella maniera, a tanta perfezzione, che un maestro di gran iudizio, ancor che avesse avuto i cartoni innanzi, non arebbe fatto quello che fece Cristofano, e di vero, non fu mai pittore che facesse da sé, e senza studio, le cose che a costui venivano fatte. Avendo poi finito di tirare innanzi i casamenti delle due tavole, mentre che il Vasari conduceva a fine le venti storie dell'Apocalisse per lo detto fregio, Cristofano nella tavola dove San Gregorio (la cui testa è il ritratto di papa Clemente VII) mangia con que' dodici poveri, fece Cristofano tutto l'apparecchio del mangiare molto vivamente e naturalissimo. Essendosi poi messo mano alla terza tavola, mentre Stefano facea mettere d'oro l'ornamento delle altre due, si fece sopra due capre di legno un ponte in sul quale, mentre il Vasari lavorava da una banda in un sole i tre Angeli che apparvero ad Abraam nella valle Mambre, faceva dall'altra banda Cristofano certi casamenti. Ma perché egli faceva sempre qualche trabiccola di predelle, deschi e tal volta di catinelle a rovescio e pentole, sopra le quali saliva, come uomo a caso che egli era, avvenne che, volendo una volta discostarsi per vedere quello che avea fatto, che mancatogli sotto un piede et andate sotto sopra le trabiccole, cascò d'alto cinque braccia e si pestò in modo, che bisognò trargli sangue e curarlo da dovero altrimenti si sarebbe morto. E, che fu peggio, essendo egli un uomo così fatto e trascurato, se gli sciolsero una notte le fasce del braccio, per lo quale si era tratto sangue, con tanto suo pericolo che, se di ciò non s'accorgeva Stefano che era a dormire seco, era spacciato; e con tutto ciò si ebbe che fare a rinvenirlo, avendo fatto un lago di sangue nel letto e se stesso condotto quasi all'estremo. Il Vasari, dunque, presone particulare cura, come se gli fusse stato fratello, lo fece curare con estrema diligenza e nel vero non bisognava meno, e con tutto ciò non fu prima guarito che fu finita del tutto quell'opera. Per che tornato Cristofano a San Giustino, finì alcuna delle stanze di quell'abate lasciate imperfette, e dopo fece a Città di Castello una tavola, che era stata allogata a Battista suo amicissimo, tutta di sua mano, et un mezzo tondo, che è sopra la porta del fianco di San Fiorido, con tre figure in fresco. Essendo poi, per mezzo di Messer Pietro Aretino, chiamato Giorgio a Vinezia a ordinare e fare per i gentiluomini e signori della Compagnia della Calza l'apparato d'una sontuosissima e molto magnifica festa e la scena d'una commedia, fatta dal detto Messer Pietro Aretino per i detti signori, egli, come quello che non potea da sé solo condurre una tanta opera, mandò per Cristofano e Battista Cungii sopra detti, i quali arrivati finalmente a Vinezia dopo essere stati trasportati dalla fortuna del mare in Schiavonia, trovarono che il Vasari non solo era là innanzi a loro arrivato, ma avea già disegnato ogni cosa, e non ci aveva se non a por mano a dipignere. Avendo dunque i detti signori della Calza presa nel fine di Canareio una casa grande che non era finita, anzi non aveva se non le mura principali et il tetto, nello spazio d'una stanza lunga settanta braccia e larga sedici, fece fare Giorgio due ordini di gradi di legname, alti braccia quattro da terra, sopra i quali avevano a stare le gentildonne a sedere. E le facciate delle bande divise ciascuna in quattro quadri di braccia dieci l'uno, distinti con nicchie di quattro braccia l'una per larghezza, dentro le quali erano figure, le quali nicchie erano in mezzo ciascuna a due termini di rilievo alti braccia nove, di maniera che le nicchie erano per ciascuna banda cinque et i termini dieci, che in tutta la stanza venivano a essere dieci nicchie, venti termini et otto quadri di storie. Nel primo de' quali quadri a man ritta a canto alla scena, che tutti erano di chiaro scuro, era figurata per Vinezia Adria finta bellissima in mezzo al mare e sedente sopra uno scoglio con un ramo di corallo in mano, et intorno a essa stavano Nettunno, Teti, Proteo, Nereo, Glauco, Palemone et altri dii e ninfe marine, che le presentavano gioie, perle et oro et altre ricchezze del mare. Et oltre ciò vi erano alcuni amori che tiravano saette, et altri che in aria volando spargevano fiori, et il resto del campo del quadro era tutto di bellissime palme; nel secondo quadro era il fiume della Drava e della Sava ignudi con i loro vasi; nel terzo era il Po finto grosso e curpulento con sette figliuoli fatti per i sette rami che di lui uscendo mettono, come fusse ciascuno di loro fiume regio, in mare. Nel [quarto] quadro era la Brenta, con altri fiumi del Friuli. Nell'altra faccia dirimpetto all'Adria era l'isola di Candia, dove si vedeva Giove essere allattato dalla capra, con molte ninfe intorno; a canto a questo, cioè dirimpetto alla Drava, era il fiume del Tagliamento et i monti di Cadoro, e sotto a questo, dirimpetto al Po, era il lago Benaco et il Mincio che entravano in Po; allato a questo e dirimpetto alla Brenta era l'Adice et il Tesino entranti in mare. I quadri dalla banda ritta erano tramezzati da queste virtù collocate nelle nicchie: Liberalità, Concordia, Pietà, Pace e Religione. Dirimpetto nell'altra faccia erano: la Fortezza, la Prudenza Civile, la Iustizia, una Vettoria con la guerra sotto et in ultimo una Carità. Sopra poi erano cornicione architrave et un fregio pieno di lumi e di palle di vetro piene d'acque stillate, acciò avendo dietro lumi rendessono tutta la stanza luminosa. Il cielo poi era partito in quattro quadri, larghi ciascuno dieci braccia per un verso e per l'altro otto, e tanto quanto teneva la larghezza delle nicchie di quattro braccia, era un fregio che rigirava intorno intorno alla cornice et alla dirittura delle nicchie, veniva nel mezzo di tutti vani un quadro di braccia tre per ogni verso. I quali quadri erano in tutto ventitré, senza uno che n'era doppio sopra la scena, che faceva il numero di ventiquattro. Et in quest'erano l'Ore, cioè dodici della notte e dodici del giorno. Nel primo de' quadri grandi dieci braccia, il quale era sopra la scena, era il Tempo che dispensava l'Ore ai luoghi loro, accompagnato da Eolo dio de' Venti, da Giunone e da Iride; in un altro quadro era all'entrare della porta il carro dell'Aurora, che uscendo delle braccia a Titone andava spargendo rose, mentre esso carro era da alcuni galli tirato; nell'altro era il carro del Sole, e nel quarto era il carro della Notte, tirato da barbagianni, la qual Notte aveva la luna in testa, alcune nottole innanzi e d'ogni intorno tenebre. De' quali quadri fece la maggior parte Cristofano, e si portò tanto bene, che ne restò ognuno maravigliato, e massimamente nel carro della Notte, dove fece di bozze a olio quello che in un certo modo non era possibile. Similmente nel quadro d'Adria fece que' mostri marini con tanta varietà e bellezza, che chi gli mirava rimanea stupito come un par suo avesse saputo tanto. Insomma, in tutta quest'opera si portò oltre ogni credenza da valente e molto pratico dipintore, e massimamente nelle grottesche e fogliami. Finito l'apparato di quella festa, stettono in Vinezia il Vasari e Cristofano alcuni mesi, dipignendo al Magnifico Messer Giovanni Cornaro il palco o vero soffittato d'una camera, nella quale andarono nove quadri grandi a olio. Essendo poi pregato il Vasari da Michele San Michele architettore veronese di fermarsi in Vinezia, si sarebbe forse volto a starvi qualche anno, ma Cristofano ne lo dissuase sempre, dicendo che non era bene fermarsi in Vinezia, dove non si tenea conto del disegno, né i pittori in quel luogo l'usavano, senzaché i pittori sono cagione che non vi s'attende alle fatiche dell'arti, e che era meglio tornare a Roma, che è la vera scuola dell'arti nobili e vi è molto più riconosciuta la virtù che a Vinezia. Aggiunte adunque alla poca voglia che il Vasari aveva di starvi le disuasioni di Cristofano, si partirono amendue. Ma perché Cristofano, essendo ribello dello stato di Firenze, non poteva seguitare Giorgio, se ne tornò a San Giustino dove non fu stato molto, facendo sempre qualcosa per lo già detto abbate, che andò a Perugia la prima volta che vi andò papa Paulo Terzo, dopo le guerre fatte con i perugini, dove nell'apparato che si fece per ricevere Sua Santità, si portò in alcune cose molto bene, e particolarmente al portone detto di frate Rinieri, dove fece Cristofano, come volle monsignor della Barba allora quivi governatore, un Giove grande irato et un altro placato, che sono due bellissime figure, e dall'altra banda fece un Atlante col mondo addosso et in mezzo a due femine, che avevano una la spada e l'altra le bilance in mano. Le quali opere, con molte altre che fece in quelle feste Cristofano, furono cagione che fatta poi murare dal medesimo pontefice in Perugia la cittadella, Messer Tiberio Crispo, che allora era governatore e castellano, nel fare dipignere molte stanze volle che Cristofano, oltre quello che vi avea lavorato Lattanzio pittore marchigiano insin allora, vi lavorasse anch'egli. Onde Cristofano non solo aiutò al detto Lattanzio, ma fece poi di sua mano la maggior parte delle cose migliori, che sono nelle stanze di quella fortezza dipinte. Nella quale lavorò anco Raffaello dal Colle et Adone Doni d'Ascesi, pittore molto pratico e valente, che ha fatto molte cose nella sua patria et in altri luoghi. Vi lavorò anco Tommaso del Papa Celio pittore cortonese; ma il meglio che fusse fra loro e vi acquistasse più lode, fu Cristofano, onde messo in grazia da Lattanzio del detto Crispo, fu poi sempre molto adoperato da lui.

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