L'anello intorno al sole [Ring Around the Sun - it]
- Автор: Саймак Клиффорд Д.
- Год: 1970
- Язык: итальянский
- Год: Casa Editrice La Tribuna
- Переводчик: Vittorio Varacca
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'anello intorno al sole [Ring Around the Sun - it]». Краткое содержание книги:
Una catena interminabile di mondi, uno dietro l’altro. Un anello intorno al sole.
Non aveva finito di leggere l’articolo, rammentò Vickers: qualcosa l’aveva distratto e aveva deposto il giornale. Fumando la sigaretta fino all’ultimo, si augurò di averlo letto tutto. Perché forse Aldridge aveva avuto ragione. Quello poteva essere il mondo immediatamente successivo alla vecchia, solita Terra, l’anello successivo di un’interminabile catena di terre.
Cercò di scoprire la logica di quel cerchio di mondi, ma vi rinunciò, dato che non immaginava perché dovesse essere così.
Diciamo, allora, che questa era la Terra N. 2, la Terra immediatamente successiva a quella che aveva lasciato dietro di sé. Diciamo, allora, che dal punto di vista topografico le terre si somigliassero, forse non perfettamente, ma fossero molto simili, con piccole differenze qua e là, ognuna probabilmente ingigantita fino a quando, dieci terre più in là, il cambiamento diventava percettibile. Ma questa era soltanto la seconda terra, e forse i suoi connotati erano cambiati di pochissimo; e sulla vecchia Terra lui si era trovato in una località dell’Illinois e quello, si disse, era proprio il tipo di territorio che poteva essere stato l’Illinois nell’antichità.
A otto anni lui era andato in una terra dove c’era un giardino e una casa in un boschetto e forse questa era la stessa terra che aveva visitato allora. Se era così, la casa doveva esserci ancora. E più tardi aveva passeggiato in una valle fatata, e anche quella poteva trovarsi su qusta terra; e se era vero, lì c’era un’altra casa dei Preston, esattamente identica a quella che sorgeva superba nella Terra della sua infanzia.
Una possibilità c’era, si disse. Una possibilità vaga, ma era l’unica, per lui.
Si sarebbe diretto verso la casa dei Preston, verso nord-ovest, ripercorrendo le tante miglia che aveva coperto in macchina dopo aver lasciato i luoghi della sua infanzia. Sapeva che c’era ben poca ragione di credere che ci sarebbe stata la casa dei Preston, ben poca ragione di pensare che lui non fosse prigioniero in un mondo solitario e deserto. Ma chiuse la propria mente alla ragione, perché era la sola speranza che aveva.
Scrutò il sole e vide che era salito più in alto nel cielo, e questo significava che era mattino e non pomeriggio, e così capì da che parte era l’ovest, e questo gli bastava.
Si avviò a grandi passi giù per la collina, dirigendosi verso nord-ovest, verso la sola speranza che gli restava al mondo.
31
Prima che si facesse buio, Vickers scelse un posto per accamparsi, un boschetto attraversato da un corso d’acqua.
Si sfilò la camicia e la legò a un bastone per formare una specie di rete da pesca, poi scese in una pozza del ruscello, e dopo qualche esperimento, imparò a usare la rete nel modo migliore. Dopo un’ora, aveva catturato cinque pesci piuttosto grossi.
Li pulì con il temperino, accese il fuoco con un fiammifero soltanto e si complimentò con se stesso per la sua abilità nel vivere nei boschi.
Cucinò uno dei pesci e lo mangiò. Non fu molto facile mandarlo giù, perché non aveva sale, e non lo aveva cotto da esperto… per metà era bruciacchiato dalla fiamma, per metà era semicrudo. Ma lui aveva una fame tremenda, e il pesce non gli sembrò male, almeno fino a quando ebbe saziato in parte l’appetito. Dopo, fu un po’ difficile trangugiare il resto, ma si fece forza e ci riuscì, perché sapeva che lo attendevano giornate dure, e per superarle doveva nutrirsi meglio che poteva.
Ormai si era fatto buio: Vickers si rannicchiò accanto al fuoco. Cercò di riflettere, ma era troppo stanco. Si accorse di essersi assopito mentre era ancora seduto.
Dormì, si svegliò e si accorse che il fuoco si era spento e il cielo era ancora buio, e preparò di nuovo il fuoco, mentre si sentiva coprire da un sudore gelido. Le fiamme offrivano protezione e non soltanto il calore e la possibilità di cucinare: e durante la marcia, quel giorno, aveva scorto non soltanto dei lupi, ma anche degli orsi, e una volta una sagoma fulva era sfrecciata attraverso un boschetto al suo passaggio, troppo veloce perché lui potesse riconoscerla.
Si svegliò di nuovo e l’alba era nel cielo. Riattizzò il fuoco e cucinò gli altri pesci. Ne mangiò uno intero e parte di un altro, e gli altri, unti com’erano, se li ficcò in tasca. Avrebbe avuto bisogno di nutrirsi durante il giorno, e non voleva perdere tempo fermandosi ad accendere il fuoco.
Si aggirò nel boschetto e trovò un bastone solido e diritto, lo collaudò con il suo peso, e pensò che sarebbe andato bene. Gli sarebbe servito per camminare, e poteva essere abbastanza utile, se fosse stato costretto a difendersi. Si frugò in tasca per assicurarsi di non avere dimenticato nulla. Aveva il temperino e i fiammiferi, che erano le cose più importanti. Avvolse con cura i fiammiferi nel fazzoletto, poi si tolse la biancheria e li avvolse anche in quella. Se fosse stato sorpreso dalla pioggia o fosse caduto nell’attraversare un ruscello, in quel modo forse i fiammiferi sarebbero rimasti asciutti. E ne aveva bisogno. Dubitava seriamente di essere in grado di accendere il fuoco con le selci o con il sistema dei bastoncini usato dai boy scout.
Si mise in cammino prima del levar del sole, sempre verso nord-ovest: andava più lentamente del giorno prima, perché ora si rendeva conto che non era importante la velocità, bensì l’energia. Sarebbe stato uno sciocco se avesse consumato le proprie forze in quei primi giorni di marcia.
Prese del tempo compiendo un’ampia deviazione, nel pomeriggio, per aggirare una grossa mandria di bisonti. La notte si accampò in un altro boschetto, dopo essersi fermato un’ora prima per prendere un altro po’ di pesci con la sua rete improvvisata. Nel boschetto trovò qualche arbusto di more selvatiche, che portavano ancora alcuni frutti, e così mangiò anche quelle, dopo il pesce.
Il sole si alzò e Vickers si rimise in cammino. Il sole tramontò.
Poi cominciò un altro giorno, e Vickers continuò. E un altro, e un altro ancora.
Prendeva pesci. Trovava bacche. Trovò un cervo ucciso da poco, senza dubbio da qualche animale che, a quanto pareva, era fuggito al suo avvicinarsi. Con il temperino riuscì a staccare alcune fette irregolari di carne, tutte quelle che poteva portare con sé. Anche senza sale, la carne era una variante gradita, dopo il pesce. Imparò persino a mangiarne un po’ cruda, tagliandone un boccone e masticandolo metodicamente mentre camminava. Gli ultimi avanzi dovette buttarli via perché cominciavano a puzzare.
Perse il conto del tempo. Non sapeva quante miglia avesse coperto, né quanto poteva essere ancora lontano dalla sua destinazione, e neppure se sarebbe riuscito a trovarla.
Le scarpe si spaccarono, e lui le riempì d’erba secca e le legò con strisce di stoffa tagliate dai pantaloni.
Un giorno si inginocchiò per bere a una polla d’acqua e nell’acqua limpida come cristallo vide la faccia d’uno sconosciuto che lo fissava. Con un sussulto, comprese che quella faccia era la sua: un uomo barbuto, lacero e sporco, segnato dalla fatica.
I giorni venivano e andavano. Vickers avanzava verso nord-ovest. Continuava a muovere un piede dopo l’altro, quasi automaticamente. Dapprima il sole lo scottò, poi lo abbronzò. Attraversò un fiume ampio e profondo, a cavalcioni di un tronco. Impiegò parecchio nella traversata, e una volta per poco il tronco non si girò immergendolo nell’acqua, ma ce la fece.
Continuava ad avanzare. Non c’era altro da fare.
Camminava in quella terra deserta, senza tracce di presenza umana, benché fosse una zona ospitale per gli uomini. Il suolo era ricco e l’erba cresceva alta e fitta e gli alberi che si innalzavano al cielo lungo i corsi d’acqua, erano diritti e torreggiavano altissimi contro lo sfondo azzurro.