Il fabbricante di universi
- Автор: Фармер Филип Хосе
- Год: 2011
- Язык: итальянский
- Год: Urania
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il fabbricante di universi». Краткое содержание книги:
Il Mondo dei Livelli è una specie di gigantesca torre, i cui piani sono abitati da diverse civiltà. Nei piani inferiori vivono le più primitive mentre salendo diventano via via più progredite. In cima alla torre vive una specie di semidei, esseri umani in grado di fabbricare interi universi.
Wolff, con l’aiuto di un indigeno di nome Kickaha scopre di essere il creatore di quel mondo, e si trova a dover intraprendere una lotta per scacciare gli usurpatori e riprendere il proprio rango.
La bertesca era piuttosto vasta. Dalle sue finestre a forma di croce filtrava della luce.
Si udì un ruggito sotto di loro, e un rumore più debole dall’interno del castello. Wolff si fermò e abbassò lo sguardo, pensando di essere stato visto. Però, sebbene ci fossero molti ospiti e armigeri sul ponte levatoio, e molti impugnavano delle torce, nessuno aveva lo sguardo sollevato. Sembrava che cercassero qualcuno tra gli arbusti e gli alberi.
Wolff pensò che fosse stata notata la loro assenza, e scoperto il cadavere della guardia. Avrebbero dovuto aprirsi la strada con le armi. Ma prima dovevano trovare e liberare Chryseis: dopo si sarebbe pensato alla lotta.
Kickaha. davanti a lui. disse:
«Vieni, Bob!»
La sua voce era così eccitata che Wolff fu sicuro del fatto che l’amico aveva trovato Chryseis. Salì in fretta, più in fretta di quanto permettesse il buon senso. Era necessario adoperare prudenza, per la particolare conformazione della bertesca, che sporgeva dalla parete del castello. Kickaha giaceva sul tetto della bertesca, e fece segno a Wolff di avvicinarsi.
«Devi restare appeso a testa in giù per guardare dalla finestra. Bob. È là dentro, ed è sola. Ma la finestra è troppo stretta per entrarvi.»
Wolff strisciò avanti, mentre Kickaha gli teneva le gambe. Si protese sempre di più, e vide il fossato sotto di lui, e si piegò tanto che sarebbe caduto, se Kickaha non gli avesse tenuto strette le gambe. La fessura nella pietra mostrava il volto di Chryseis, capovolto. Sorrideva, ma le sue guance erano bagnate di lacrime.
Dopo non ricordò quanto si fossero detti, perché la emozione fu immensa, subito seguita da un brivido di sconforto e frustrazione, poi seguita da un’altra emozione febbrile. Sentiva di poter parlare all’infinito, e allungò le mani per sfiorare quelle di lei. Lei tese le mani invano, cercando di raggiungerlo.
«Non importa, Chryseis» disse lui. «Sai che siamo qui. Non ce ne andremo senza di te, lo giuro!»
«Chiedile dov’è il corno!» disse Kickaha.
Udendo la domanda, Chryseis disse:
«Non lo so, ma credo lo abbia Von Elgers.»
«Ti ha dato fastidio?» domandò con ira Wolff.
«Non fino a ora, ma non so quanto tempo possa passare, prima che mi porti a letto» rispose lei. «Si trattiene solo perché non vuole abbassare il prezzo che potrà ottenere dalla mia vendita. Dice di non avere mai visto una donna come me.»
Wolff imprecò, poi rise. Era degno di lei parlare con tanta franchezza, perché nel mondo del Giardino il narcisismo era un atteggiamento abituale.
«Piantala con le chiacchiere inutili» tagliò corto Kickaha. «Ci sarà tempo per tutto, se riusciremo a uscire di qui.»
Chryseis rispose alle domande di Wolff con la massima semplicità possibile. Gli descrisse la strada che si doveva percorrere per raggiungere la sua stanza. Non sapeva quante guardie erano appostate all’esterno e lungo le scale.
«So una cosa che il barone non sa» disse lei. «Lui crede che Abiru mi stia portando da Von Kranzelkracht. Non è vero. Abiru vuole scalare la Doozvillnavava per raggiungere Atlantide. Mi vuole vendere al Rhadamanthus.»
«Non ti venderà a nessuno, perché lo ucciderò» disse Wolff. «Adesso devo andare, Chryseis, ma sarò di ritorno il più presto possibile. E non da questa parte. Sappi intanto che io ti amo.»
Chryseis gridò:
«Nessun uomo me l’ha detto da mille anni! Oh, Robert Wolff, io ti amo! Ma ho paura! Io…»
«Non devi avere paura di niente» disse lui. «Non finché io sarò vivo, e non ho affatto intenzione di morire.»
Disse a Kickaha di tirarlo su. Quando fu sul tetto, per poco non svenne: il sangue gli era salito alla testa, e lo stordimento fu tale da sopraffarlo.
«Il giudeo sta già scendendo» disse Kickaha. «Lo ho mandato a vedere se possiamo discendere dalla stessa strada, e se è possibile scoprire cosa ha provocato quel frastuono.»
«Noi?»
«Non credo. La prima cosa da farsi, in questo caso, sarebbe stato andare a vedere da Chryseis. E non è venuto nessuno.»
La discesa fu anche più lenta e pericolosa della salita, ma riuscirono a farcela senza passi falsi. Il funem Laksfalk li stava aspettando davanti alla finestra dalla quale erano partiti.
«Hanno scoperto la guardia che tu hai ucciso» annunciò il giudeo. «Ma non immaginano che noi c’entriamo. I gworl sono fuggiti dalle segrete, e hanno ucciso diversi uomini. Si sono impadroniti delle loro armi. Alcuni sono fuggiti all’esterno, ma non tutti.»
I tre lasciarono la stanza e ben presto si unirono a coloro che perlustravano il castello. Non ebbero la minima possibilità di salire le scale in cima alle quali si trovava la stanza dove era prigioniera Chryseis. Senza dubbio, Von Elgers aveva raddoppiato la sorveglianza.
Vagarono per il castello per diverse ore, esplorandolo. Notarono che, sebbene la fuga dei gworl avesse svegliato i cavalieri teutonici, erano tutti ancora ubriachi. Wolff suggerì di tornare nella loro camera, e di discutere i piani possibili. Forse sarebbero riusciti a trovare qualcosa.
La loro stanza era al quinto piano, e dava su una finestra che si trovava sotto la finestra della prigione di Chryseis. Per raggiungerla furono costretti a superare molti uomini e donne che puzzavano tutti di birra e di vino, che blateravano e traballavano e gridavano e non combinavano nulla di buono. La loro stanza non avrebbe dovuto essere stata perquisita, perché solo loro e il capo delle guardie ne possedevano la chiave, e il soldato era stato troppo occupato altrove per pensare a entrare là dentro. E poi, come potevano i gworl passare attraverso una porta chiusa?
Nel momento in cui Wolff entrò, seppe che, in un modo o nell’altro, i gworl c’erano riusciti. L’odore di frutta marcia era quasi insopportabile. Spinse dentro gli altri due, e rapidamente chiuse e sprangò la porta alle loro spalle. Poi si voltò, stringendo il pugnale. Anche Kickaha, con le narici dilatate e gli occhi stretti, sfoderò la lama. Solo il funem Laksfalk non capiva che c’era qualcosa di più di un odore sgradevole.
Wolff gli mormorò qualcosa; il giudeo si diresse verso la parete, per prendere le spade. Poi si fermò. Non c’erano.
Lentamente e silenziosamente Wolff entrò nell’altra stanza. Kickaha, dietro di lui, portava una torcia. La fiamma tremolò e lanciò ombre bitorzolute contro la parete, ombre che fecero sobbalzare Wolff. Si sentì sicuro di avere visto i gworl.
La luce avanzò; le ombre sparirono, o divennero forme inoffensive.
«Sono qui» disse Wolff. «O se ne sono andati appena. Ma dove sono andati?»
Kickaha indicò i pesanti tendaggi tirati davanti alla finestra. Wolff si avvicinò a essi, e cominciò a vibrare colpi attraverso il velluto purpureo. La sua lama incontrò soltanto l’aria e la pietra della parete. Kickaha aprì la tenda e vide ciò che il pugnale aveva detto: non c’erano gworl.
«Sono entrati dalla finestra» disse il giudeo. «Ma perché?»
In quel momento Wolff alzò lo sguardo e bestemmiò. Fece un passo indietro, per avvertire i suoi amici, ma loro avevano già sollevato gli occhi. Lassù, appesi per le gambe ai pesanti sostegni delle tende, c’erano due gworl. Entrambi stringevano delle lunghe lame coperte di sangue. Inoltre, uno stringeva il corno d’argento.