Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
Il tenente Sanz aveva salvato due naufraghi nudi che gli avevano raccontato una storia assurda; il comandante del porto pareva ritenere che le parti più assurde fossero colpa di Sanz.
Il tenente, però, non si era lasciato impressionare. Secondo me, non provava un vero e proprio rispetto per un ufficiale che non era mai salito più in alto di una coffa. (Dopo avere volato nella sua trappola mortale, capivo perché non fosse disposto a genuflettersi di fronte a un qualsiasi marinaio. Anche tra i piloti di dirigibili avevo notato la tendenza a dividere il mondo in due categorie: quelli che volano e quelli che non volano.)
Dopo qualche tempo, visto che non riusciva a smuovere Sanz, a smuovere Margrethe e a parlare con me senza l’intermediazione di questa, il comandante aveva alzato le spalle e ci aveva mandato tutti a pranzo. Io avevo pensato che la cosa finisse lì. Ma adesso ricominciava, mi dissi.
Invece, il nostro secondo incontro con il comandante fu breve. Ci disse che dovevamo presentarci quel pomeriggio stesso, alle quattro, davanti al giudice, che avrebbe deciso per ciò che riguardava la nostra immigrazione; l’edificio era quello del tribunale, non c’era una corte d’immigrazione separata. Nel frattempo, ecco la distinta di quanto dovevamo; per il pagamento, ci saremmo messi d’accordo direttamente con il giudice.
Margrethe rimase a bocca aperta nel prendere da lui il foglio; io le chiesi che cosa avesse detto il comandante.
Lei tradusse; io guardai il foglio.
Più di ottomila pesos!
Non occorreva una grande conoscenza dello spagnolo per leggere il conto; le parole erano sufficientemente chiare. Tres horas era come “tre ore”, e ci venivano addebitate tre ore di volo dell’aeroplano, parola che già avevo sentito da Margrethe: la loro macchina volante. Inoltre ci veniva addebitato anche il tempo del tenente Sanz e del sergente Dominguez. Più un fattore che doveva significare “lavoro straordinario”, o qualcosa di analogo.
Inoltre il consumo dell’aeroplano e una quota fissa per la manutenzione.
I calzoni erano pantalones… e c’era il prezzo di quelli che indossavo.
Falda era la gonna e camisa la camicetta: i vestiti di Margrethe.
Una delle voci mi sorprese più di ogni altra: pensavo che fossimo ospiti. Due pasti, dodici pesos ciascuno.
C’era anche un addebito per il tempo del comandante.
Stavo già per chiedere quanto facesse, in dollari, ottomila pesos… ma mi azzittii subito, perché non avevo la minima idea del potere d’acquisto del dollaro, in quel nuovo mondo dove eravamo capitati.
Margrethe parlò del conto con il tenente Sanz, che pareva alquanto imbarazzato. Si scusò a lungo, allargò molte volte le mani. Lei ascoltò, poi mi disse: «Alec, non è un’idea di Anibal, e non è neppure colpa del comandante. Le tariffe di questi servizi, salvataggio in mare, uso dell’aeroplano e così via, sono fissate da el Distrito Real, il Distretto Reale, che deve essere Città del Messico. Il tenente Sanz mi dice che in alto loco è stata istituita una politica del risparmio, e che tutti i servizi pubblici devono essere autosufficienti. Se il comandante non addebitasse a noi le spese del salvataggio, e la cosa venisse a conoscenza dell’Ispettore Reale, la cifra gli verrebbe trattenuta dallo stipendio. Oltre alle eventuali punizioni decise da un’apposita commissione reale. Anibal dice che gli dispiace moltissimo di questa situazione imbarazzante. Se l’aeroplano fosse suo, noi saremmo semplicemente suoi ospiti. Per lui, dice, noi siamo come un fratello e una sorella.»
«Digli che lo stesso vale anche per me.»
«Sì. E anche per Roberto.»
«Certamente. Ma chiedi come si possa rintracciare il console americano. Siamo un po’ nei pasticci.»
Venimmo affidati alla custodia del tenente Anibal Sanz fino all’ora della nostra comparsa in tribunale; con questo fummo congedati. Sanz incaricò il sergente Roberto di accompagnarci all’ufficio del console, si scusò di non poterci accompagnare di persona a causa di impegni di servizio, batté i tacchi e si chinò a baciare la mano a Margrethe. Con quel semplice gesto ottenne un grande risultato; vidi che lei ne era compiaciuta. Nel Kansas non mi avevano mai insegnato simili raffinatezze. Peccato.
Mazatlán si trova su una penisola; la caserma della Guardia Costiera è sulla costa meridionale, non lontano dal faro (il più alto del mondo: impressionante!); il consolato americano è a un chilometro e mezzo di distanza, dall’altra parte della città, a nord, in fondo all’avenida Miguel Alemàn: una piacevole passeggiata, impreziosita a metà strada da un’elegante fontana.
Ma io e Margrethe eravamo a piedi nudi.
Il sergente Dominguez non suggerì di prendere un taxi; e io non avevo i soldi per pagare.
A tutta prima, la mancanza di scarpe non parve molto importante. Nel viale c’erano altre persone a piedi nudi, e molte di esse erano adulte (né io ero il solo a torso nudo). Quand’ero bambino, camminare a piedi nudi era un lusso, un piacere. Andavo a piedi nudi l’intera estate, e tornavo a infilarmi le scarpe con riluttanza all’apertura della scuola.
Ora, invece, già dopo il primo isolato cominciai a chiedermi perché, da bambino, andare a piedi nudi mi piacesse tanto. Poi chiesi a Margrethe di dire al sergente, per favore, di rallentare per darmi modo di camminare all’ombra; quel maledetto selciato mi arrostiva le piante dei piedi!
(Margrethe non si lamentava mai… e la cosa mi irritava alquanto. Godevo costantemente dell’esempio fornitomi dalla fortitudine angelica di Margrethe… e trovavo difficile imitarla.)
Da quel momento in poi, dedicai ogni mia attenzione ai miei poveri, teneri piedi. Ero desolato e mi chiedevo perché la cosa fosse capitata proprio a me.
“Piangevo perché non avevo le scarpe, finché non incontrai un uomo senza piedi.” Non so chi l’abbia detto per primo, ma questo proverbio fa giustamente parte della nostra eredità culturale.
E capitò proprio a me.
A circa metà strada, dove il viale Miguel Alemàn incontra il calle Aquiles Serdan in corrispondenza della fontana, incontrammo un mendicante. Guardò in alto e ci sorrise, e ci mostrò una manciata di matite… “guardò in alto” perché stava su un carrettino a ruote; non aveva le gambe.
Il sergente Roberto lo salutò per nome e gli lanciò una moneta. Il mendicante la afferrò e se la mise in tasca, disse: «Gracias!» e si rivolse a me.
Io mi affrettai a dire: «Margrethe… per favore, puoi spiegargli che non ho soldi?»
«Sì, Alec.» Si piegò sulle ginocchia e gli parlò faccia a faccia. Poi si alzò. «Pepe dice che va bene; glieli darai quando sarai ricco.»
«Digli che ritornerò. Glielo prometto.»
Lei glielo disse. Pepe mi sorrise, lanciò un bacio a Margrethe e salutò me e il sergente. Proseguimmo.
Da quel momento in poi, non mi lamentai più del calore del selciato; l’incontro con Pepe mi aveva indotto a riflettere sull’intera situazione. Da quando avevo scoperto che il governo messicano, anziché ritenersi onorato di avermi potuto salvare, si aspettava che pagassi per il disturbo, avevo continuato a compiangermi e mi ritenevo ingannato e trattato male. Mi ero ripetuto che avevano ragione i miei compatrioti che accusavano i messicani di essere ladri e di volersi arricchire a spese dei turisti gringos! Esclusi Roberto e il tenente, è naturale… ma gli altri! Tutti oziosi, tutti parassiti con le mani tese ad afferrare il dollaro yankee.