Segnali da Giove [Pressure Man - it]
- Автор: Зак Хьюз
- Год: 1982
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Laura Serra
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Segnali da Giove [Pressure Man - it]». Краткое содержание книги:
— Dove pensi che sarebbe meglio cominciare? — chiese Dom, che comunicava con il resto della nave tramite la radio interna della tuta.
— Ho calcolato che per farla saltare in aria occorrerebbero come minimo cinque chili di esplosivo al plastico — disse Doris. Il suo tono era calmo, professionale. — Tuttavia, date le masse con cui ho a che fare quando si parla della stiva non posso distinguere un peso così piccolo. Il problema è costituito da una minima differenza di temperatura che caratterizza le diverse sezioni della stiva, una differenza sufficiente a far variare il peso per unità d’acqua.
— Fatti un appunto su questa cosa — disse Dom. — In futuro dovremo metterci nelle condizioni di poter analizzare l’interno della stiva. In questo momento immagino che ci toccherà setacciarne personalmente ogni centimetro, vero?
— Temo di sì — disse Doris.
— Il massimo dell’effetto si otterrebbe piazzando la carica vicino al centro geometrico — disse Neil.
— Giusta osservazione — disse Dom. — Cominceremo dalle paratie di centro dirigendoci poi verso prua e poppa. Io andrò verso poppa, Neil. Direi di controllare prima di tutto le travi ad arco e i supporti delle paratie. Bensen dev’essere abbastanza intelligente da capire che in questa massa d’acqua ci sono correnti di convezione, e che volendo fare esplodere l’ordigno vicino al centro della massa, bisogna sistemarlo in modo da non farlo sospingere dalle correnti.
— Sì, giusto — disse Neil.
Il compartimento stagno si riempì e si aprì sulla stiva. Dom si sentiva psicologicamente a disagio pensando che aveva adesso tonnellate di acqua sopra la testa. L’oscurità era totale. Le loro torce proiettavano lame di luce negli abissi bui davanti a loro. Nuotarono fianco a fianco nelle profondità della stiva e raggiunsero il centro dopo una nuotata che a Dom parve di chilometri e chilometri. Per un attimo rimasero spalla a spalla a puntare le torce in direzioni diverse. Poi Dom si spostò, muovendo la testa per dirigere la luce della torcia, che era fissata alla testa. Raggiunse il primo sistema di supporti, e iniziò una ricerca veloce ma accurata. Prese nota del tempo che occorreva per esaminare a fondo la paratia e fece un rapido calcolo mentale. Continuando a quel ritmo la bomba avrebbe fatto in tempo a esplodere, considerando che i terristi avrebbero agito quando, sopraggiunta l’ora dell’inversione, avessero visto che il messaggio non veniva trasmesso. E in quel momento loro non sarebbero arrivati a esaminare nemmeno la metà della stiva.
A Dom non era mai piaciuto stare sott’acqua. Lui era per gli spazi aperti. Voleva lo spazio intorno a sé, le grandi distanze interplanetarie, non il peso oppressivo di un liquido. Lottò contro la tentazione di nuotare in su, anche se non c’era un su, per raggiungere la superficie, l’aria. Nemmeno nelle astronavi più piccole si era mai sentito soffocato come lì, nell’acqua dell’immensa stiva. Si sforzò di respirare più piano: tendeva ad ansimare. Continuò a nuotare, dirigendosi verso la successiva serie di travi.
— Ho perso troppo tempo con la prima paratia — disse.
— Ricevuto — disse Neil. — Sono d’accordo.
— E c’è il rischio che limitandoci a controllare i posti più probabili non troviamo lo stesso la bomba — disse Dom. — Non abbiamo altra scelta, però. Bisogna che esploriamo con cura e che speriamo semplicemente che l’abbiano messa vicino al centro, in modo che possiamo trovarla prima delle 21,30.
— Comandante Gordon — disse Ellen Overman, — io sono una specialista dei sistemi di sopravvivenza.
— Vi ricordate come siano costruitiisupporti interni? — chiese Dom.
— Affermativo — disse Ellen.
— Mettetevi la tuta, allora — disse Dom. — Entrate dal compartimento quattro e dirigetevi a prua. Se vedete qualcosa, non fate niente da sola.
— So anche come maneggiare gli esplosivi — disse Ellen.
— Dom — disse Art — posso venire anch’io.
— Neanche per idea — disse Dom. — Non conituoi polmoni.
— Posso farcela — disse Art.
— Sta’ dove sei. È un ordine — disse Dom.
— È da quindici minuti che siete sott’acqua — disse Doris.
— Mancano due ore e ventiquattro minuti al dietro-front.
— Potrebbero concederci qualche minuto in più — disse Dom.
— Non contarci — disse J.J.
— Quando vedranno che non trasmettiamo il messaggio, si faranno sicuramente prendere dalla rabbia e dal panico. Sarà meglio che in quel momento la bomba si trovi nello spazio, a notevole distanza dallo scafo. Se Bensen eisuoi fanatici si convincono che stiamo cercando di fare i furbi, premeranno il bottone senza un attimo di esitazione.
— Non riesco però a capire perché vogliano che la Kennedy torni sulla Luna — disse Paul Jensen. — Per loro sarebbe un vantaggio farla esplodere nello spazio. Così sarebbero sicuri di non vederla mai più.
— Sapete cos’ho pensato quando ho detto loro che non avremmo trasmesso il messaggio finché non avessimo fatto l’inversione? — disse Dom. — Ho pensato che avrebbero fatto esplodere la bomba nell’attimo in cui la trasmissione fosse finita. Non ve l’ho detto perché non volevo angustiare nessuno con le mie paure.
— Voi due col vostro ottimismo siete proprio come due raggi di sole — disse Neil.
Dom nuotava attraverso un dedalo di travi ad arco. La luce della torcia mise in rilievo dozzine di angolini che sarebbero stati ideali per accogliere la bomba.
— Credo che abbiate ragione — disse J.J. — È molto probabile che nel momento in cui la trasmissione finirà, i terristi premeranno il bottone.
— Dio santo — disse Ellen Overman, uscendo dal compartimento stagno nella stiva. — Com’è grande!
— Non ci sono squali — disse Dom. — Almeno abbiamo questo vantaggio. Venite avanti, e vedrete da vicino le travi ad arco.
— Non vi preoccupate, so cosa fare — disse Ellen. — Ho avuto solo un attimo di smarrimento davanti alla grandezza della stiva.
— Venticinque minuti — disse Doris.
Ormai la ricerca era organizzata e sarebbe continuata, con tensione crescente, per altre due ore. Doris diceva a intervalli di cinque minuti quanto tempo era passato dall’immersione, e Dom cominciò a misurare i propri movimenti in base a quegli intervalli.
Alle 21,30 ora di Greenwich sarebbe stata esaminata poco più della metà dei supporti.
Alla fine della prima ora Dom cominciò a temere di avere messo a repentaglio la vita del suo equipaggio e l’esistenza della nave basandosi sulla semplice supposizione che i terristi avessero piazzato la carica al centro della massa. I dubbi gli provocarono sudori freddi, e il sistema di ricupero fluidi dovette lavorare intensamente per togliere le goccioline di sudore da dentro la tuta. Lui e Neil continuarono a cercare separatamente, allontanandosi gradatamente dal centro. Ellen era davanti, e andava nella stessa direzione di Neil. Dopo due ore e mezzo, Neil arrivò alla paratia sette-tre, quella da cui Ellen aveva cominciato la sua ricerca e resistette a stento alla tentazione di controllare ciò che aveva già controllato lei. Se a Ellen era sfuggito qualcosa, pazienza, pensò; in ogni caso, era sempre una questione di fortuna, perché la carica poteva non essere nemmeno nella stiva, ma da qualche altra parte della nave. Nuotò veloce e raggiunse in pochi minuti Ellen.
— Sono contenta di avere compagnia — disse lei.
— Proviamo a esplorare insieme, voi da una parte, io dall’altra — disse Neil. — Alla prossima paratia, voi esaminate a sinistra, io a destra.