Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
L'anno poi 1512, essendo fatta allogazione a Benedetto d'una sepoltura di marmo con ricco ornamento nella cappella maggiore del Carmine di Firenze, per Piero Soderini stato gonfaloniere in Fiorenza, fu quella opera con incredibile diligenza da lui lavorata, perché, oltre ai fogliami et intagli di morte e figure, vi fece di basso rilievo un padiglione a uso di panno nero, di paragone, con tanta grazia e con tanto bel pulimento e lustro, che quella pietra pare più tosto un bellissimo raso nero che pietra di paragone. E per dirlo brevemente: tutto quello che è di mano di Benedetto in tutta questa opera, non si può tanto lodare che non sia poco. E perché attese anco all'architettura si rassettò col disegno di Benedetto, a Santo Apostolo di Firenze, la casa di Messer Oddo Altoviti, patrone e priore di quella chiesa; e Benedetto vi fece di marmo la porta principale e, sopra la porta della casa, l'arme degl'Altoviti di pietra di macigno et in essa il lupo scorticato, secco e tanto spiccato a torno, che par quasi disgiunto dal corpo dell'arme, con alcuni svolazzi trasforati e così sottili, che non di pietra, ma paiono di sottilissima carta. Nella medesima chiesa fece Benedetto sopra le due cappelle di Messer Bindo Altoviti, dove Giorgio Vasari aretino dipinse a olio la tavola della Concezzione, la sepoltura di marmo del detto Messer Oddo, con un ornamento intorno, pieno di lodatissimi fogliami e la cassa parimente bellissima. Lavorò ancora Benedetto a concorrenza di Iacopo Sansovino e di Baccio Bandinelli, come si è detto, uno degli Apostoli di quattro braccia e mezzo per Santa Maria del Fiore, cioè un San Giovanni Evangelista, che è figura assai ragionevole e lavorata con buon disegno e pratica. La quale figura è nell'Opera in compagnia dell'altre.
L'anno poi 1515, volendo i capi e maggiori dell'Ordine di Vallombrosa traslatar il corpo di San Giovanni Gualberto dalla Badia di Passignano nella chiesa di Santa Trinita di Fiorenza, badia del medesimo Ordine, feciono fare a Benedetto il disegno e metter mano a una cappella e sepoltura insieme, con grandissimo numero di figure tonde e grandi quanto il vivo, che accomodatamente venivano nel partimento di quell'opera in alcune nicchie tramezzate di pilastri, pieni di fregiature e di grottesche intagliate sottilmente. E sotto a tutta questa opera aveva ad essere un basamento alto un braccio e mezzo, dove andavano storie della vita di detto San Giovangualberto et altri infiniti ornamenti avevano a essere intorno alla cassa e per finimento dell'opera. In questa sepoltura dunque lavorò Benedetto, aiutato da molti intagliatori, dieci anni continui, con grandissima spesa di quella Congregazione, e condusse a fine quel lavoro nelle case del Guarlondo, luogo vicino a San Salvi, fuor della porta alla Croce, dove abitava quasi di continuo il generale di quell'Ordine che faceva far l'opera. Benedetto dunque condusse di maniera questa cappella e sepoltura, che fece stupire Fiorenza. Ma come volle la sorte (essendo anco i marmi e l'opere egregie degl'uomini eccellenti sottoposte alla fortuna) essendosi fra que' monaci, dopo molte discordie, mutato governo, si rimase nel medesimo luogo quell'opera imperfetta insino al 1530. Nel qual tempo, essendo la guerra intorno a Fiorenza, furono da e' soldati guaste tante fatiche e quelle teste lavorate con tanta diligenza spiccate empiamente da quelle figurine et in modo rovinato e spezzato ogni cosa, che que' monaci hanno poi venduto il rimanente per piccolissimo prezzo. E chi ne vuole veder una parte, vada nell'Opera di Santa Maria del Fiore, dove ne sono alcuni pezzi stati comperi per marmi rotti, non sono molti anni, dai ministri di quel luogo. E nel vero sì come si conduce ogni cosa a buon fine in que' monasteri e luoghi dove è la concordia e la pace, così per lo contrario dove non è se non ambizione e discordia, niuna cosa si conduce mai a perfezzione, né a lodato fine; perché quanto acconcia un buono e savio in cento anni, tanto rovina un ignorante villano e pazzo in un giorno. E pare che la sorte voglia, che bene spesso coloro che manco sanno e di niuna cosa virtuosa si dilettano, siano sempre quelli che comandino e governino, anzi rovinino ogni cosa; sì come anco disse de' principi secolari non meno dottamente che con verità l'Ariosto nel principio del XVII canto.
Ma tornando a Benedetto, fu peccato grandissimo che tante sue fatiche e spese di quella Religione siano così sgraziatamente capitate male. Fu ordine et architettura del medesimo la porta e vestibulo della Badia di Firenze, e parimente alcune cappelle, et infra l'altre quella di Santo Stefano, fatta dalla famiglia de' Pandolfini. Fu ultimamente Benedetto condotto in Inghilterra a' servigi del re, al quale fece molti lavori di marmo e di bronzo, e particolarmente la sua sepoltura, delle quali opere, per la liberalità di quel re, cavò da poter vivere il rimanente della vita acconciamente; per che tornato a Firenze, dopo aver finito alcune piccole cose, le vertigini, che insino in Inghilterra gl'avevano cominciato a dar noia a gl'occhi, et altri impedimenti causati, come si disse, dallo star troppo intorno al fuoco a fondere i metalli, o pure d'altre cagioni, gli levarono in poco tempo del tutto il lume degl'occhi. Onde restò di lavorare intorno all'anno 1550 e di vivere pochi anni dopo. Portò Beneddetto con buona e cristiana pacienza quella cecità negl'ultimi anni della sua vita, ringraziando Dio che prima gl'aveva proveduto, mediante le sue fatiche, da poter vivere onestamente. Fu Benedetto cortese e galantuomo e si dilettò sempre di praticare con uomini virtuosi. Il suo ritratto si è cavato da uno che fu fatto quando egli era giovine, da Agnolo di Donino. Il quale proprio è in sul nostro libro de' disegni, dove sono anco alcune carte di mano di Benedetto molto ben disegnate. Il quale per queste opere merita di essere fra questi eccellenti artefici annoverato.
VITA DI BACCIO DA MONTE LUPO SCULTORE E DI RAFFAELLO SUO FIGLIUOLO
Quanto manco pensano i popoli che gli straccurati delle stesse arti che e' voglion fare, possino quelle già mai condurre ad alcuna perfezzione, tanto più contra il giudizio di molti imparò Baccio da Monte Lupo l'arte della scultura. E questo gli avvenne perché nella sua giovanezza sviato da' molti piaceri quasi mai non istudiava; et ancora che da molti fusse sgridato e sollecitato, nulla o poco stimava l'arte. Ma venuti gli anni della discrezione, i quali arrecano il senno seco, gli fecero subitamente conoscere quanto egli era lontano da la buona via. Per il che, vergognatosi dagli altri, che in tale arte gli passavono innanzi, con bonissimo animo si propose seguitare et osservare con ogni studio quello che con la infingardaggine sino allora aveva fuggito. Questo pensiero fu cagione ch'egli fece nella scultura que' frutti che la credenza di molti da lui più non aspettava.
Datosi dunque alla arte con tutte le forze et esercitandosi molto in quella, divenne eccellente e raro. E ne mostrò saggio in una opera di pietra forte lavorata di scarpello, in Fiorenza sul cantone del giardino appiccato col palazzo de' Pucci; che fu l'arme di papa Leone X, dove son due fanciulli che la reggono, con bella maniera e pratica condotti. Fece uno Ercole per Pier Francesco de' Medici, e fugli allogato dall'Arte di porta Santa Maria una statua di S. Giovanni Evangelista per farla di bronzo; la quale prima che avesse, ebbe assai contrarii, perché molti maestri fecero modelli a concorrenza. La quale figura fu posta poi sul canto di S. Michele in Orto, dirimpetto all'ufficio. Fu questa opera finita da lui con somma diligenzia. Dicesi che quando egli ebbe fatto la figura di terra, chi vide l'ordine delle armadure e le forme fattele addosso, l'ebbe per cosa bellissima, considerando il bello ingegno di Baccio in tal cosa; e quegli, che con tanta facilità la videro gettare, diedero a Baccio il titolo di avere con grandissima maestria saldissimamente fatto un bel getto. Le quali fatiche durate in quel mestiero, nome di buono, anzi di ottimo maestro gli diedero, et oggi più che mai da tutti gli artefici è tenuta bellissima questa figura. Mettendosi anco a lavorare di legno, intagliò crocifissi grandi quanto il vivo, onde infinito numero per Italia ne fece, e fra gli altri uno a' frati di San Marco in Fiorenza sopra la porta del coro. Questi tutti sono ripieni di bonissima grazia; ma pure ve ne sono alcuni molto più perfetti degli altri, come quello delle Murate di Fiorenza et uno che è in San Pietro Maggiore, mon manco lodato di quello. Et a' monaci di Santa Fiora e Lucilla ne fece un simile che lo locarono sopra l'altar maggiore nella loro badia in Arezzo, che è tenuto molto più bello degli altri. Nella venuta di papa Leone Decimo in Fiorenza, fece Baccio fra il palagio del podestà e badia un arco trionfale bellissimo di legname e di terra e molte cose piccole che si sono smarrite e sono per le case de' cittadini. Ma venutogli a noia lo stare a Fiorenza, se n'andò a Lucca, dove lavorò alcune opere di scultura, ma molte più d'architettura, in servigio di quella città; e particolarmente il bello e ben composto tempio di San Paulino, avvocato de' Lucchesi, con buona e dotta intelligenza di dentro e di fuori e con molti ornamenti. Dimorando dunque in quella città infino al 88 anno della sua età, vi finì il corso della vita, et in San Paulino predetto ebbe onorata sepoltura da coloro che egli aveva in vita onorato.