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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Essendo Vincenzio in bonissimo credito in Roma, seguì l'anno MDXXVII la rovina et il sacco di quella misera città, stata signora delle genti. Perché egli oltre modo dolente se ne tornò alla sua patria, San Gimignano. Là dove fra i disagi patiti e l'amore venutogli, meno delle cose dell'arti, essendo fuor dell'aria che i begli ingegni alimentando fa loro operare cose rarissime, fece alcune cose, le quali io mi tacerò per non coprire con queste la lode et il gran nome che s'aveva in Roma onorevolmente acquistato. Basta, che si vede espressamente che le violenze deviano forte i pellegrini ingegni da quel primo obietto e le fanno torcere la strada in contrario; il che si vede anco in un compagno di costui chiamato Schizzone, il quale fece in Borgo alcune cose molto lodate, e così in Camposanto di Roma et in Santo Stefano degl'Indiani. E poi anch'egli dalla poca discrezione de' soldati fu fatto deviare dall'arte et indi a poco perdere la vita.

Morì Vincenzio in San Gimignano sua patria, essendo vissuto sempre poco lieto, dopo la sua partita di Roma.

Timoteo pittore da Urbino nacque di Bartolomeo della Vite, cittadino d'onesta condizione, e di Calliope, figliuola di maestro Antonio Alberto da Ferrara, assai buon pittore del tempo suo, secondo che le sue opere in Urbino et altrove ne dimostrano. Ma essendo ancor fanciullo Timoteo, mortogli il padre, rimase al governo della madre Calliope con buono e felice augurio, per essere Calliope una delle nove Muse e per la conformità che hanno in fra di loro la pittura e la poesia. Poi, dunque, che fu il fanciullo allevato dalla prudente madre costumatamente, e da lei incaminato nei studi delle prime arti e del disegno parimente, venne apunto il giovane in cognizione del mondo quando fioriva il divino Raffaello Sanzio, et attendendo nella sua prima età all'orefice, fu chiamato da Messer Pierantonio suo maggiore fratello, che allora studiava in Bologna, in quella nobilissima patria, acciò sotto la disciplina di qualche buon maestro seguitasse quell'arte a che pareva fusse inclinato da natura. Abitando dunque in Bologna, nella quale città dimorò assai tempo e fu molto onorato e trattenuto in casa con ogni sorte di cortesia dal magnifico e nobile Messer Francesco Gombruti, praticava continuamente Timoteo con uomini virtuosi e di bello ingegno; per ché, essendo in pochi mesi per giovane giudizioso conosciuto et inchinato molto più alle cose di pittura che all'orefice, per averne dato saggio in alcuni molto ben condotti ritratti d'amici suoi e d'altri, parve al detto suo fratello, per seguitare il genio del giovane, essendo anco a ciò persuaso dagl'amici, levarlo dalle lime e dagli scarpelli e che si desse tutto allo studio del disegnare. Di che essendo egli contentissimo, si diede subito al disegno et alle fatiche dell'arte, ritraendo e disegnando tutte le migliori opere di quella città, e, tenendo stretta dimestichezza con pittori, si incaminò di maniera nella nuova strada, che era maraviglia il profitto che faceva di giorno in giorno, e tanto più quanto senza alcuna particolare disciplina di appartato maestro apprendeva facilmente ogni difficile cosa. Laonde, innamorato del suo esercizio et apparati molti segreti della pittura, vedendo solamente alcuna fiata a cotali pittori idioti fare le mestiche et adoperare i pennelli, da se stesso guidato e dalla mano della natura, si pose arditamente a colorire, pigliando una assai vaga maniera e molto simile a quella del nuovo Apelle suo compatriota, ancor che di mano di lui non avesse veduto se non alcune poche cose in Bologna. E così avendo assai felicemente, secondo che il suo buono ingegno e giudizio lo guidava, lavorato alcune cose in tavole et in muro, e parendogli che tutto a comparazione degl'altri pittori gli fosse molto bene riuscito, seguitò animosamente gli studi della pittura per sì fatto modo, che in processo di tempo si trovò aver fermato il piede nell'arte e con buona openione dell'universale in grandissima aspettazione. Tornato dunque alla patria, già uomo di ventisei anni, vi si fermò per alquanti mesi dando bonissimo saggio del saper suo; perciò che fece la prima tavola della Madonna nel Duomo, dentrovi, oltre la Vergine, San Crescenzio e San Vitale, all'altare di Santa Croce, dove è un Angeletto sedente in terra, che suona la viola con grazia veramente angelica e con semplicità fanciullesca, condotta con arte e giudizio. Appresso dipinse un'altra tavola per l'altare maggiore della chiesa della Trinità, con una Santa Apollonia a man sinistra del detto altare. Per queste opere et alcune altre, delle quali non accade far menzione, spargendosi la fama et il nome di Timoteo, egli fu da Raffaello con molta instanza chiamato a Roma; dove andato di bonissima voglia, fu ricevuto con quella amorevolezza et umanità, che fu non meno propria di Raffaello, che si fusse l'eccellenza dell'arte. Lavorando dunque con Raffaello, in poco più d'un anno fece grande acquisto, non solamente nell'arte, ma ancora nella robba; perciò che in detto tempo rimise a casa buone somme di danari. Lavorò col maestro nella chiesa della Pace le Sibille di sua mano et invenzione, che sono nelle lunette a man destra, tanto stimate da tutti i pittori; il che affermano alcuni che ancora si ricordano averle veduto lavorare, e ne fanno fede i cartoni che ancor si ritruovano appresso i suoi successori. Parimente da sua posta fece poi il cataletto e dentrovi il corpo morto con l'altre cose che gli sono intorno tanto lodate, nella scuola di Santa Caterina da Siena; et ancora che alcuni sanesi, troppo amatori della lor patria, attribuischino queste opere ad altri, facilmente si conosce ch'elleno sono fattura di Timoteo, così per la grazia e dolcezza del colorito, come per altre memorie lasciate da lui in quel nobilissimo studio d'eccellentissimi pittori. Ora, benché Timoteo stesse bene et onoratamente in Roma, non potendo, come molti fanno, sopportare la lontananza della patria, essendovi anco chiamato ogni ora e tiratovi dagl'avisi degl'amici e dai preghi della madre già vecchia, se ne tornò a Urbino, con dispiacere di Raffaello, che molto per le sue buone qualità l'amava. Né molto dopo, avendo Timoteo a persuasione de' suoi preso moglie in Urbino et innamoratosi della patria, nella quale si vedeva essere molto onorato, e, che è più, avendo cominciato ad avere figliuoli, fermò l'animo et il proposito di non volere più andare attorno nonostante, come si vede ancora per alcune lettere, che egli fusse da Raffaello richiamato a Roma. Ma non perciò restò di lavorare e fare di molte opere in Urbino e nelle città all'intorno. In Forlì dipinse una cappella insieme con Girolamo Genga suo amico e compatriota. E dopo fece una tavola tutta di sua mano che fu mandata a Città di Castello, et un'altra similmente ai Cagliesi. Lavorò anco in fresco a Castel Durante alcune cose che sono veramente da esser lodate, sì come tutte l'altre opere di costui, le quali fanno fede che fu leggiadro pittore nelle figure, ne' paesi et in tutte l'altre parti della pittura. In Urbino fece in Duomo la cappella di San Martino ad instanza del vescovo Arrivabene mantovano, in compagnia del detto Genga; ma la tavola dell'altare et il mezzo della cappella sono interamente di mano di Timoteo. Dipinse ancora in detta chiesa una Madalena in piedi e vestita con picciol manto e coperta sotto di capelli infino a terra, i quali sono così belli e veri, che pare che il vento gli muova, oltre la divinità del viso, che nell'atto mostra veramente l'amore ch'ella portava al suo Maestro.

In Santa Agata è un'altra tavola di mano del medesimo, con assai buone figure; et in San Bernardino fuor della città fece quella tanto lodata opera, che è a man diritta all'altare de' Bonaventuri, gentiluomini urbinati; nella quale è con bellissima grazia per l'Annunziata, figurata la Vergine in piedi con la faccia e con le mani giunte e gl'occhi levati al cielo; e di sopra in aria in mezzo a un gran cerchio di splendore è un Fanciullo diritto, che tiene il piede sopra lo Spirito Santo in forma di colomba, e nella man sinistra una palla figurata per l'imperio del mondo; e con l'altra elevata, dà la benedizione; e dalla destra del Fanciullo è un Angelo, che mostra alla Madonna co 'l dito il detto Fanciullo. Abbasso, cioè al pari della Madonna, sono dal lato destro il Battista vestito d'una pelle di camelo squarciata a studio, per mostrare il nudo della figura, e dal sinistro un San Sebastiano tutto nudo, legato con bella attitudine a un arbore e fatto con tanta diligenza che non potrebbe aver più rilievo, né essere in tutte le parti più bello. Nella corte degl'illustrissimi d'Urbino sono di sua mano Apollo e due Muse mezze nude, in uno studiolo secreto, belle a maraviglia. Lavorò per i medesimi molti quadri e fece alcuni ornamenti di camere, che sono bellissimi. E dopo in compagnia del Genga dipinse alcune barde da cavalli, che furono mandate al re di Francia, con figure di diversi animali sì belli, che pareva ai riguardanti che avessino movimento e vita. Fece ancora alcuni archi trionfali simili agl'antichi quando andò a marito l'illustrissima Duchessa Leonora, moglie del signor Duca Francesco Maria, al quale piacquero infinitamente, sì come ancora a tutta la corte; onde fu molti anni della famiglia di detto signore con onorevole provisione.

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