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L'ultima fase [Blood Music - it]

Электронная книга - «L'ultima fase [Blood Music - it]». Краткое содержание книги:

Vergil Ulam, brillante ricercatore dei Genetron Labs, sta lavorando segretamente ad un esperimento che promette risultati sensazionali, e cioè la produzione di nuclei intelligenti di materia cellulare, capaci di evolversi e di apprendere con straordinaria rapidità. Ma quando Ulam infrange le norme di sicurezza del laboratorio e viene licenziato, si rifiuta di distruggere il frutto delle sue ricerche, come gli è stato ordinato, e decide invece di iniettarsi nel sangue le colonie cellulari, e diventare così egli stesso la cavia di un nuovo straordinario esperimento. Ma sarà il primo di un incredibile processo di mutazione e trasformazione, i cui limiti non sono facilmente immaginabili, perché infatti è subito chiaro che questa forma di intelligenza virale può assorbire e riplasmare qualsiasi materia vivente. Un’epidemia assolutamente inattaccabile, un vero e proprio universo di miliardi di cellule senzienti in frenetica espansione, che lentamente inghiottono l’America del Nord, trasformandola in uno scenario “alieno” che suscita al tempo stesso orrore e meraviglia. Ma si può parlare di catastrofe? O non è piuttosto un nuovo gradino nella scala dell’evoluzione? E che ne sarà dell’umanità, letteralmente trasfigurata da questi microscopici organismi che rappresentano una nuova dimensione di ciò che si può concepire come “vita”?

Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.
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— Difficile capire come scorra il tempo per loro — disse. — Ci hanno messo forse tre o quattro giorni per decifrare il senso del linguaggio, per trovare la chiave dei concetti umani. Riesci a immaginarlo, Edward? Loro non capivano. Loro pensavano che io fossi l’universo. Ma adesso ci stanno arrivando. Stanno arrivando a me. Proprio ora. — Si alzò, ciabattò sul tappeto beige fino alle tende chiuse della finestra, annaspò dietro di esse in cerca della cordicella e le aprì di colpo. La luce della stanza parve uscire nell’abisso dell’immensa notte stellata, e Vergil fissò il firmamento con un brivido. — Devono avere migliaia dei loro ricercatori intenti ad analizzare i miei neuroni. Sono maledettamente efficienti, sai, per non avermi ammazzato per sbaglio. Così delicati dentro di me. Cambiando e cambiando.

— L’ospedale — disse Edward con voce rauca. Si schiari la gola. — Ti prego, Vergil. Subito.

— Cosa diavolo può fare un ospedale? Riesci a immaginare un qualche modo di controllare le cellule? Voglio dire, loro sono me stesso. Colpisci loro e colpirai me.

— Avrei pensato una cosa. — In realtà l’idea gli era balenata in quel preciso istante, segno chiaro che stava cominciando a credere a Vergil. — L’actinomicina può fissarsi al DNA e bloccarne la capacità di codificare. Potremmo ostacolarli in questo modo… certo arresterebbe la loro azione, come hai detto, sulle altre molecole.

— Sono allergico all’actinomicina. Mi ucciderebbe.

Edward si fissò le mani senza vederle. Questa era stata la miglior soluzione che poteva escogitare, ne era sicuro. — Potremmo fare qualche esperimento, vedere come metabolizzano, scoprire la differenza con le cellule normali. E, una volta isolato il loro principale nutrimento, forse potremmo farli morire di fame. Oppure con l’uso di radiazioni…

— Colpisci loro — ripeté Vergil voltandosi a guardarlo, — e colpirai me. — Venne a fermarsi al centro del soggiorno e si tolse la vestaglia, restando in mutande. Ma Edward, con la luce negli occhi, non vide molto. — Non sono certo di volermi liberare di loro. Non mi stanno facendo alcun male.

Edward deglutì, cercando di controllare l’ira e la frustrazione, ma stava fremendo. — Come fai a saperlo?

Vergil scosse il capo e alzò un dito. — Stanno cercando di capire che cos’è lo spazio. Questo è difficile per loro. Concepiscono la distanza in termini di diverse concentrazioni di elementi chimici. Per loro lo spazio è un susseguirsi di variazioni nell’intensità di ciò che percepiscono.

— Vergil…

— Ascoltami, Edward, rifletti! — Il suo tono era eccitato ma sotto controllo. — Dentro di me sta accadendo qualcosa. Si parlano l’un l’altro mediante proteine e acidi nucleici, attraverso i fluidi, attraverso le membrane. Costruiscono qualcosa, forse dei virus, come veicoli per trasmettere lunghi messaggi, o tratti personali, o biologici. Strutture tipo plasmidi. C’è una logica. Questi sono alcuni dei comportamenti per cui li ho programmati. Forse è questo che il tuo computer scambia per un’infezione… tutte le nuove informazioni che scorrono nel mio sangue. Chiacchiere. Sapori di altri individui. Pari loro. Superiori. Subordinati.

— Vergil, io ti sto ascoltando ma…

— Questo è il mio show, Edward. Io sono il loro universo. Sono stupefatti da questa nuova scala di grandezze. — Tornò a sedersi e per un poco restò quieto. Edward si alzò e andò a raccogliere la vestaglia di Vergil. Fu in quel momento che notò l’intreccio di linee bianche sulle sue braccia.

— Io chiamo un’ambulanza — esclamò, andando al telefono.

— No! — gridò Vergil. Si alzò di scatto. — Te l’ho detto: non sono malato. Questo è il mio show. Cosa potrebbero fare altri per me? Sarebbe una farsa.

— Allora che accidenti sono venuto a fare qui? — chiese Edward, rabbiosamente. — Hai chiamato uno dei tuoi cavernicoli, e pretendi ora…

— Tu sei un amico — disse Edward, guardandolo negli occhi. Edward ebbe l’intollerabile sospetto d’essere fissato da qualcosa di più che il solo Vergil. — Volevo che tu fossi qui a tenermi compagnia. — Rise. — Ma non posso dire d’essere precisamente solo, vero?

— Devo chiamare Gail — disse Edward, componendo il numero.

— Gail, certo. Ma non dirle niente.

— Oh, no. Ci puoi scommettere.

XI

All’alba Vergil stava ancora andando avanti e indietro per l’appartamento, toccava oggetti, guardava fuori dalle finestre, e ogni tanto si fermava in cucina a mangiare qualcosa. — Sai, in questo momento posso sentire i loro pensieri — disse. Edward lo fissava, esausto e rigido per la tensione, da una poltrona del soggiorno. — Voglio dire, il loro citoplasma sembra avere una volontà sua. Una specie di vita inconscia, per contrasto con la razionalità che hanno acquisito così di recente. Sentono il rumore chimico delle molecole che scorrono loro attorno.

Si fermò al centro del soggiorno, con la vestaglia aperta, gli occhi chiusi. Era come se ogni tanto si fermasse per fare un sonnellino. Non era da escludere, pensò Edward, che si trattasse di brevi attacchi di petit mal. Chi poteva dire quali danni quei linfociti gli stessero facendo al cervello?

Edward chiamò ancora Gail dalla derivazione telefonica della cucina. La trovò alzata e sul punto di recarsi a scuola. Le chiese di telefonare in ospedale e di avvertire che lui stava troppo male per andare al lavoro.

— Sei costretto a cercare una scusa? Allora la cosa è seria. Cosa sta succedendo a Vergil. Non riesce a cambiarsi i pannolini da solo?

Edward non disse niente.

Dopo una lunga pausa lei chiese: — Va tutto bene?

Doveva essere sincero? Decise di no. — Benissimo — rispose.

— Cultura! — esclamò Vergil, sbucando da dietro il divisorio della cucina. Lui la salutò e riattaccò in fretta. — Nuotano continuamente in un bagno d’informazioni. Vi contribuiscono. È una specie di gestalt sociale. La gerarchia è assoluta. Mandano fagociti appositi alla caccia delle cellule che non interagiscono. Virus specifici contro un individuo o un gruppo. Non c’è fuga. Una volta attaccata dal virus la cellula si spacca e si dissolve. Ma non è esattamente una dittatura. Penso che in effetti godano di libertà maggiore della nostra. Sono così diversi… voglio dire da individuo a individuo, sempreché siano esseri individuali; ma lo sono in modi che non si possono paragonare ai nostri. Questo ha un senso per te?

— No — disse sottovoce Edward, massaggiandosi le tempie. — Vergil, mi stai portando allo stremo. Non potrò sopportare tutto questo per molto. Non capisco, e non sono neppure sicuro di cominciare a…

— Neppure adesso?

— Va bene, ammettiamo che tu mi stia dando la giusta interpretazione, l’esatta e completa versione della realtà. Ti sei preoccupato d’immaginarne le conseguenze?

Vergil lo fissò, guardingo. — Mia madre — disse.

— Che c’entra lei?

— C’entra chiunque debba pulire la tazza di un cesso.

— Per favore, sii chiaro. — La disperazione rese fievole la voce di Edward.

— Non sono mai stato molto bravo in questo — mormorò Vergil. — Nell’immaginare a cosa possa portare un avvenimento.

— Non hai paura?

— Sono terrorizzato — disse lui. Il suo sogghigno divenne maniacale. — Ed esilarato. — S’inginocchiò accanto alla sedia di Edward. — All’inizio volevo controllarli. Ma loro sono molto più abili di me. Ma chi sono io, uno sciocco confusionario, per tentare di ostacolarli? Loro stanno facendo qualcosa di molto importante.

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