L'ultima fase [Blood Music - it]
- Автор: Бир Грег
- Год: 1987
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0180-6
- Переводчик: Gianluigi Zuddas
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «L'ultima fase [Blood Music - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula in 1985.
Nominato per i premi Hugo, Campbell e BSFA in 1976.
Tacque e scosse il capo, intrecciando nervosamente le dita senza smettere.
— E allora?
— È molto strano, Edward. Sin dalla scuola di medicina sentiamo parlare di «geni individuali», e del fatto che la mescolanza degli individui non ha altro scopo che creare combinazioni genetiche. Dalle uova nascono galline che fanno altre uova, magari migliori. E la scienza sembrava credere che gli introni fossero soltanto geni che non hanno scopo, a parte quello di riprodurre se stessi nelle funzioni cellulari. E tutti accettavano questa opinione, dicendo che erano dei sovrappiù inutili. Per questo non ho sentito alcun senso di colpa lavorare coi miei eucarioti, coi miei introni. Diavolo, erano roba sacrificabile, il deserto genetico. Dunque potevo usarli per costruire quel che mi pareva. — Di nuovo tacque, ma Edward non intervenne. Vergil lo fissò con occhi velati. — Non vedevo colpa in me. Ero sedotto dalla ricerca.
— Io non ti sto giudicando, Vergil. — La voce di Edward suonò tesa, sull’orlo dell’irritazione. Era stanco, e in lui tornavano vecchi ricordi sull’indifferenza di Vergil per le opinioni altrui; era esausto, anzi, mentre Vergil andava a ruota libera senza dire nulla che per lui avesse un senso.
Vergil abbatté un pugno sul bordo del tavolo. — Loro mi hanno condotto a farlo. Quei maledetti geni!
— Perché mai, Vergil?
— Perché non vogliono più aver bisogno di noi. Il gene individuale per eccellenza. Io credo che in tutto questo tempo il DNA abbia cercato di evolversi fino al punto in cui io l’ho portato. Di diventare adulto, di andarsene di casa, facendo pressione su questo o su quello per ottenere infine da noi ciò che oscuramente voleva.
— Queste sono parole, Vergil.
— Tu non ci hai lavorato sopra, non hai provato quel che ho provato io. Per ottenere questi risultati ci sarebbe voluta un’intera squadra di ricerca, delle dimensioni del Progetto Manhattan. Io sono brillante, ma non brillante fino a questo punto. I risultati andavano a posto da soli. È stato troppo facile.
Edward si sfregò gli occhi. — Adesso ti preleverò sangue, feci e urine.
— A che scopo?
— Per scoprire cosa ti sta succedendo.
— Te l’ho appena detto.
— Mi hai detto delle cose pazzesche.
— Edward, tu hai visto quello schermo. Non porto più gli occhiali, l’artrosi dorsale è scomparsa, non ho un attacco d’allergia da quattro mesi e non ho avuto malattie. Avevo una vasta gamma d’allergie che mi procurava tutta una serie di infiammazioni. Non più raffreddore, non più infezioni, niente. Non mi sono mai sentito tanto bene.
— Così in te ci sono dei linfociti mutanti, e intelligenti, che scovano le magagne e le correggono.
Lui annuì. — Ora come ora, ogni gruppo di cellule è intelligente quanto te o me.
— Non avevi parlato di «gruppi».
— Sono soliti riunirsi, in sospensione. Forse due o trecento cellule. Non sono mai riuscito a immaginarne il perché. Ma adesso mi sembra ovvio: collaborano.
Edward lo guardò. — Sono piuttosto stanco.
— Da come la vedo io, ho perso peso perché loro hanno migliorato il mio metabolismo. Ho ossa più robuste. La mia colonna vertebrale è stata ricostruita…
— Il tuo cuore sembra anormale.
— Non so niente del mio cuore. — Esaminò da vicino l’immagine computerizzata. — Gesù! Voglio dire, non ho potuto seguire l’andamento di tutto questo da quando ho lasciato la Genetron; potevo solo fare deduzioni e preoccuparmi. Tu non sai che sollievo sia parlarne con qualcuno che può capire.
— Io non capisco.
— Edward, l’evidenza parla da sé. Ti stavo dicendo del grasso. Loro possono incrementare le cellule che desiderano alterando il mio metabolismo. Le mie abitudini alimentari sono cambiate, infatti. Ma non sono ancora riusciti a toccarmi il cervello. — Si batté un dito su una tempia. — Loro capiscono le glandole e il resto. È il loro ambiente. Ma non hanno la visuale del quadro completo, se afferri quel che voglio dire.
Edward controllò le pulsazioni di Vergil e i riflessi. — Penso che faremmo meglio a occuparci delle ultime analisi, e poi a dire basta per stasera.
— E non voglio che escano nella mia pelle. Questo mi ha spaventato sul serio. C’è stata una notte in cui hanno cercato di uscire sulla mia epidermide, e allora ho deciso di passare all’azione. Ho comprato alcune lampade al quarzo. Volevo tenerli sotto controllo, in ogni caso. Capisci? Cosa succederebbe se oltrepassassero la barriera fra il sangue e il cervello, e scoprissero me… le mie funzioni cerebrali? Immagino che il motivo per cui volevano impadronirsi anche della mia pelle fosse perché era più semplice stabilire i loro collegamenti lungo la superfice del corpo. Molto più facile che mantenere le comunicazioni attraverso i muscoli, gli organi e il sistema vascolare; molto più diretto. Ora alterno le lampade a raggi ultravioletti con quelle al quarzo, per sterilizzarli. Per tenerli fuori dalla mia pelle, in profondità, finché posso. E adesso sai perché vado in giro con una bella abbronzatura.
— Rischi un cancro alla pelle, anche — disse Edward, automaticamente.
— Questo non mi preoccupa. Loro lo leverebbero di mezzo, come piccoli poliziotti.
— D’accordo. — Edward sollevò le mani in un gesto rassegnato. — Ti ho fatto gli esami. Tu mi hai raccontato una storia che io non posso accettare. Cosa vuoi che faccia?
— La mia noncuranza è solo una maschera. Sono spaventato, Edward. Vorrei poter trovare un modo migliore di controllarli prima che scoprano cos’è il mio cervello. Capisci? Pensaci. Sono miliardi, adesso, e di più se hanno indotto la mutazione in altri tipi di cellule. Forse triliardi. E ciascun gruppo è intelligente. Io sono probabilmente la creatura che contiene più intelligenza di tutto il pianeta, e loro non hanno ancora cominciato ad agire veramente insieme. Non voglio che abbiano il sopravvento su di me. — Ebbe una risata acre. — Rubarmi l’anima, capisci? Cosi, cerca di trovare un trattamento che li blocchi. Magari possiamo eliminare le pulci facendole morire di fame. Ti chiedo solo di pensarci. E dammi un colpo di telefono.
Recuperò i pantaloni e diede a Edward un biglietto con l’indirizzo e il numero di telefono. Poi andò alla tastiera del computer e cancellò le immagini, eliminandole anche dalla memoria elettronica. — Soltanto tu. Nessun altro, per ora. E per favore… non perdere tempo.
Era l’una del mattino quando Vergil uscì dal reparto esami dopo aver terminato i prelievi. Nel grande andito strinse la mano a Edward, e il suo palmo era umido di sudore nervoso. — Stai attento coi campioni per le analisi — disse. — Bada a non inghiottire niente.
Edward seguì con gli occhi l’amico che attraversava il parcheggio fino alla sua Volvo rossa. Poi si volse e tornò lentamente al Padiglione Frankenstein. Mise un cc. del sangue di Vergil in una provetta, e alcuni cc. di urina in un’altra, quindi le inserì entrambe in un analizzatore automatico. Voleva avere i risultati per il mattino dopo, chiedendoli sul VDT del suo ufficio. Il campione di feci avrebbe richiesto un lavoro manuale, ma quello poteva aspettare; ormai si sentiva sfinito. Il suo orologio segnava le due.
Si tolse il camice, spense le luci e andò a gettarsi su un letto senza spogliarsi. Detestava dormire in ospedale. Quando Gail si sarebbe svegliata, verso le sei di quel mattino, avrebbe trovato un messaggio nella segreteria telefonica… un messaggio, ma nessuna spiegazione. Si domandò cosa gli sarebbe convenuto lasciarle detto.
— Soltanto che ho visto il buon vecchio Vergil — mormorò.
X
Edward si fece la barba con un vecchio rasoio a mano libera che teneva nel cassetto della scrivania per simili emergenze, si esaminò allo specchio dello spogliatoio dei medici e con espressione critica si passò una mano sulle guance. Nei suoi anni di studente aveva usato quel rasoio con regolarità, per snobismo; da allora aveva perso la mano, e la sua faccia ne era la prova: tre taglietti suturati con piccoli pezzi di tessuto emostatico. Controllò l’orologio. La batteria doveva essere quasi scarica perché le cifre digitali vacillavano. Gli diede un colpetto irritato e i cristalli si accesero: le 6,30 del mattino. Gail doveva essere già in piedi e vestita, pronta per andare a scuola.