I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]
- Автор: Гуин Урсула К. Ле
- Серия: Ecumene #1
- Год: 1976
- Язык: итальянский
- Год: Nord
- ISBN: 88-429-0776-6
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «I reietti dell’altro pianeta [The Dispossessed - it]». Краткое содержание книги:
Venne portato a Rodarred, sede del Concilio dei Governi Mondiali, per rivolgere un indirizzo di saluto al consiglio plenario di quell’organismo. Egli aveva sperato di poter finalmente conoscere, o almeno vedere, laggiù gli stranieri, gli ambasciatori di Terra o di Hain, ma la lista degli incontri era già troppo fitta per permetterlo. Egli aveva lavorato con molto impegno al proprio discorso, una perorazione a favore della libera comunicazione e del mutuo riconoscimento tra il Nuovo e il Vecchio Pianeta. Il discorso venne raccolto da un’ovazione in piedi, durata dieci minuti. I rispettabili settimanali commentarono con approvazione il discorso, chiamandolo un «gesto morale disinteressato di umana fratellanza compiuto da un grande scienziato», ma non ne citarono alcun brano, né ne citarono i quotidiani popolari. In realtà, nonostante la lunga ovazione, Shevek aveva la curiosa impressione che nessuno l’avesse ascoltato.
Gli vennero fatti molti onori e venne condotto in molti luoghi: il Laboratorio di Ricerca sulle Onde Luminose, gli Archivi Nazionali, i Laboratori di Tecnologie Nucleari, la Libreria Nazionale di Nio, l’Acceleratore di Meafed, la Fondazione per le Ricerche Spaziali di Nio. Anche se tutto ciò che vedeva su Urras gli destava il desiderio di vedere ancora, alcune settimane di vita da turista erano sufficienti: ogni cosa era così affascinante, stupefacente, meravigliosa, da divenire, alla fine, quasi oppressiva. Shevek desiderava potersi sistemare all’Università per lavorare e ripensare a ciò che aveva visto. Ma come ultima cosa chiese di vedere la Fondazione per le Ricerche Spaziali. Pae sembrò molto compiaciuto quando gli rivolse la richiesta.
Molto di ciò che aveva visto negli ultimi tempi gli aveva ispirato un reverente timore poiché era così vecchio: vecchio di secoli, perfino di millenni. La Fondazione, invece, era nuovissima: costruita negli ultimi dieci anni, nello stile elegante, sovrabbondante del momento. Un’architettura spettacolare, in cui erano usate grandi macchie di colore e le altezze e le distanze erano esagerate. I laboratori erano chiari e spaziosi, le fabbriche e le officine che li servivano erano ospitate dietro splendidi porticati con archi e colonne in stile neo-setano. Le rimesse delle navi erano immense cupole multicolori, traslucide e fantastiche. Gli uomini che lavoravano nel loro interno, per contrasto, erano invece assai tranquilli e posati. Sottrassero Shevek alle attenzioni delle sue scorte abituali e gli mostrarono l’intera Fondazione, compreso ogni stadio del sistema sperimentale di propulsione interstellare su cui stavano lavorando, dai calcolatori elettronici e dai tavoli da disegno, fino a una nave per metà completa, che appariva enorme, surreale sotto le luci arancione, viola, gialle, all’interno della vasta cupola geodetica.
— Avete così tanto — disse Shevek all’ingegnere che lo accompagnava, un uomo chiamato Oegeo. — Avete così tanto con cui lavorare; e lavorate così bene. È tutto magnifico: la coordinazione, la cooperazione, la grandezza dell’impresa.
— Non potete fare niente su una scala come questa, eh, al suo paese? — disse l’ingegnere, sorridendo.
— Astronavi? La nostra flotta spaziale è costituita delle navi con cui i Coloni sono giunti da Urras… navi costruite qui su Urras, quasi duecento anni fa. Anche solo la costruzione di una nave che trasporti il grano da una riva all’altra, una chiatta, richiede una pianificazione di un anno, costituisce un grande sforzo per la nostra economia.
Oegeo annuì. — Be’, noi abbiamo i mezzi, certo. Ma lei sa, lei è la persona che ci può dire di fare rottame di tutta questa roba… di gettarla via.
— Gettarla via? Cosa intende dire?
— Il viaggio a una velocità superiore a quella della luce — disse Oegeo. — Trasmissione istantanea. La vecchia fisica dice che non è possibile. I terrestri dicono che non è possibile. Ma gli Hainiti, i quali, in fin dei conti, hanno inventato il sistema di propulsione che noi usiamo, dicono che è possibile, ma che loro non conoscono il modo di farlo, dato che soltanto adesso cominciano a imparare la fisica temporale da noi. Evidentemente, se c’è qualcuno che può fare questa scoperta, qualcuno che abiti sui mondi conosciuti, dottor Shevek, questa persona è lei.
Shevek gli rivolse uno sguardo dall’alto in basso. I suoi occhi erano duri e chiari. — Io sono un teorico, Oegeo. Non un progettista.
— Se lei fornirà la teoria, l’unificazione della Sequenza e della Simultaneità entro una teoria generale di campo del tempo, noi progetteremo le navi. E arriveremo su Terra, o su Hain, o sulla galassia accanto, nello stesso istante in cui lasciamo Urras! Questa tinozza — e guardò verso il fondo della rimessa, la gigantesca incastellatura della nave incompiuta che pareva nuotare fra lance di luce viola e arancione, — risulterà anacronistica come un carro a buoi.
— Lei sogna nella stessa dimensione su cui costruisce: superbamente — disse Shevek, chiuso e ritirato. Oegeo e gli altri avrebbero voluto mostrargli molte altre cose e continuare a discutere con lui, ma dopo breve tempo egli disse, con una semplicità che escludeva ogni interpretazione ironica: — Credo che fareste meglio a riportarmi ai miei guardiani.
Così fecero; si diedero l’addio con reciproco calore. Shevek salì sulla vettura, ma poi ne uscì nuovamente. — Dimenticavo — disse. — Abbiamo ancora tempo di vedere una cosa a Drio?
— Non c’è altro da vedere, a Drio — disse Pae, cortese come sempre, anche se non riusciva a nascondere completamente il fastidio procuratogli dalla scappata di cinque ore di Shevek fra gli ingegneri.
— Mi piacerebbe vedere il forte.
— Quale forte, signore?
— Un vecchio castello risalente ai tempi dei re, e che in seguito venne usato come prigione.
— Questo genere di cose è stato demolito, probabilmente. La Fondazione ha completamente ricostruito la città.
Quando furono all’interno della vettura e l’autista stava chiudendo le portiere, Chifoilisk (la cui presenza, molto probabilmente, era un’altra delle cause del malumore di Pae) chiese:
— Perché mai voleva vedere un altro vecchio castello, Shevek? Pensavo che ormai avesse fatto una scorpacciata di antiche rovine.
— Il Forte di Drio è il luogo dove Odo ha passato nove anni — Shevek rispose. Il suo viso si era indurito quando aveva parlato con Oegeo, e da allora non si era più rilassato. — Dopo l’Insurrezione del 747. Laggiù scrisse le Lettere dalla prigione, e anche l’Analogia.
— Mi spiace che sia stato demolito — disse Pae, addolorato.
— Drio era una città moribonda, e la Fondazione ha tolto tutto ed è partita da zero.
Shevek annuì. Ma quando la macchina corse parallela agli argini del fiume, diretta verso la strada che portava a Ieu Eun, e passarono davanti a un colle, in una curva del fiume Seisse, in alto, sulla cima del colle, apparve una costruzione massiccia, diroccata, implacabile, con torri sbreccate di pietra nera. Nulla sarebbe potuto essere più remoto dagli spettacolari, spensierati edifici della Fondazione per le Ricerche Spaziali, con le loro cupole vistose, le fabbriche luminose, i prati e i viali ben curati. Nulla avrebbe potuto meglio farli parere altrettanti pezzi di carta colorata.