Presagi di tempesta
- Автор: Джордан Роберт, Сандерсон Брендон
- Серия: La Ruota del Tempo #12
- Язык: итальянский
- Переводчик: Gabriele Giorgi
- Жанр: Фэнтези
Электронная книга - «Presagi di tempesta». Краткое содержание книги:
Аннотация
I segni sono inequivocabili: l’Ultima Battaglia si avvicina. Rand al’Thor, il Drago Rinato, è determinato a stipulare una pace con gli invasori Seanchan. Per ottenerla, vuole dimostrare la sua buona fede riportando l’ordine nell’Arad Doman, un paese sotto attacco dei Seanchan, ma anche privo di un re… e dietro la sparizione del sovrano potrebbe esserci Graendal, una dei Reietti, maestra nella Coercizione. Nel frattempo, sia Mat che Perrin, superate varie vicissitudini, stanno cercando di tornare verso l’Andor per riunirsi a Rand prima dell’Ultima Battaglia.Ancora più difficile è il compito di Egwene: catturata e ridotta a novizia nella Torre Bianca, è riuscita a instillare il dubbio in molte delle Aes Sedai rimaste fedeli a Elaida, tanto che alcune di loro prestano ascolto alle sue parole e le chiedono addirittura consiglio. Ma sulla Torre incombe lo spettro di un attacco dei Seanchan: Egwene l’ha sognato e sa che avverrà e anche molto presto.
Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, si avvicina. Ma l’umanità non è pronta.
Rand non ebbe alcuna reazione. Aveva ordinato al Consiglio dei Mercanti di scegliere nuovi membri, poi designare un re. Ma probabilmente Bashere aveva ragione. Rand aveva già ricevuto rapporti dalle altre città lungo la costa dove aveva detto ai suoi Aiel di ritirarsi. I capi delle città stavano scomparendo, fuggendo prima del presunto assalto dei Seanchan. L’Arad Doman, come regno, era finito. Come un tavolo caricato con troppo peso, presto sarebbe crollato. Non è un mio problema, pensò Rand, senza guardare la gente. Ho fatto tutto quello che potevo.
Quello non era vero. Anche se aveva voluto aiutare i Domanesi, le vere ragioni per cui era venuto qui erano occuparsi dei Seanchan, scoprire cos’era successo al re e rintracciare Graendal. Per non parlare di mettere al sicuro quello che poteva delle Marche di Confine.
«Che notizie da Ituralde?» chiese Rand.
«Nulla di buono, temo» disse Bashere con aria cupa. «Ha avuto delle schermaglie con i Trolloc, ma lo sapevi già. La Progenie dell’Ombra si ritira sempre rapidamente, ma lui avverte che qualcosa si sta radunando. I suoi esploratori hanno scorto forze abbastanza vaste da sopraffarlo. Se i Trolloc si stanno radunando lì, è probabile che lo stiano facendo anche altrove. In particolare alla breccia.»
Dannazione a quegli uomini delle Marche di Confine!, pensò Rand. Dovrò fare qualcosa con loro. Presto.
Raggiunta la piazza, arrestò Tai’daishar e annuì a Flinn e Naeff.
Al suo segnale, ciascuno di loro aprì un ampio passaggio nella piazza cittadina. Rand aveva voluto partire direttamente dai terreni della villa di lady Chadmar, ma quello sarebbe stato scomparire come un ladro, un giorno lì e il giorno dopo svanito. Almeno voleva che la gente vedesse che se ne stava andando e che era stata lasciata a se stessa.
Le persone erano allineate lungo le passerelle, in modo molto simile a quando Rand era entrato per la prima volta in città. Se possibile, adesso erano più silenziose di allora. Donne nei loro abiti eleganti, uomini in giacche variopinte con maniche increspate al di sotto. C’erano molti senza la pelle ramata dei Domanesi. Rand aveva attirato così tanta gente in città con la promessa di cibo.
Tempo di andare. Si avvicinò a uno dei passaggi, ma una voce chiamo’: «Lord Drago!»
La voce fu facile da udire, dal momento che le folle erano così silenziose. Rand si voltò sulla sella, cercando la sorgente della voce. Un uomo snello in una rossa giacca domanese, abbottonata alla cintura, aperta in una V sul davanti, con sotto una camicia increspata. I suoi orecchini dorati scintillavano mentre si faceva strada a gomitate attraverso la folla. Gli Aiel lo intercettarono, ma Rand lo riconobbe come uno dei capitani del porto. Rand fece cenno agli Aiel di lasciare che l’uomo — il suo nome era Iralin — si avvicinasse.
Iralin si affrettò verso Tai’daishar. Era stranamente rasato per un Domanese, e i suoi occhi erano oscurati dalla mancanza di sonno.
«Mio lord Drago» disse l’uomo con voce sommessa, in piedi accanto al cavallo di Rand. «Il cibo! Si è guastato!»
«Che cibo?» chiese Rand.
«Tutto quanto» rispose l’uomo, la voce tesa. «Ogni barile, ogni sacco, ogni pezzo nei nostri magazzini e nelle navi del Popolo del Mare. Mio signore! Non è solo pieno di larve. E diventato nero e amaro, e fa ammalare gli uomini che lo mangiano!»
«Tutto quanto?» ripete Rand sbigottito.
«Tutto» disse Iralin piano. «Centinaia su centinaia di barili. È accaduto all’improvviso, in un batter d’occhio. Un momento era buono, quello successivo… Mio signore, così tante persone sono venute in città perché hanno sentito che avevamo cibo! Ora non abbiamo nulla. Cosa faremo?»
Rand chiuse gli occhi.
«Mio signore?» chiese Iralin.
Rand aprì gli occhi e spronò Tai’daishar avanti. Si lasciò alle spalle il capitano del porto, a bocca aperta, e attraversò il passaggio. Non c’era altro che Rand potesse fare. Non c’era nient’altro che avrebbe fatto. Scacciò dalla mente l’ormai prossima carestia. Fu sconcertante quanto gli risultò facile.
Bandar Eban scomparve, così come quelle persone troppo silenziose. Nel momento in cui attraversò il passaggio, la folla in attesa esplose in acclamazioni.
Era un contrasto talmente sbalorditivo che Rand fermò all’istante Tai’daishar, sbigottito.
Tear si estendeva davanti a lui. Questa era una delle grandi città , enorme ed estesa, e i passaggi si aprivano direttamente su Raduno del Convitato, una delle principali piazze cittadine. Una corta fila di Asha’man lo salutò col pugno contro il petto. Rand li aveva mandati presto in mattinata per preparare la città per il suo arrivo e sgombrare la piazza per i passaggi.
La gente continuò con le sue acclamazioni. A migliaia si erano radunati, e gli Stendardi della Luce sventolavano in cima a dozzine di aste tenute in alto dalla folla. L’adulazione colpì Rand come un’ondata di rimprovero. Non si meritava tali lodi. Non dopo quello che aveva fatto nell’Arad Doman.
Devo continuare a muovermi, pensò, spronando di nuovo Tai’daishar. Gli zoccoli del cavallo qui pestavano su pietre del selciato, invece di terra inumidita dalla pioggia. Bandar Eban era una città grande, ma Tear era qualcosa di totalmente diverso. Le strade serpeggiavano per il paesaggio, fiancheggiate da edifici che nella maggior parte delle nazioni la gente avrebbe definito ammassati, ma che per i Tarenesi erano normali. Su molti dei tetti a spiovente a lastre di ardesia c’erano dei ragazzi appollaiati, sperando di ottenere una visuale migliore del lord Drago. Le pietre dei palazzi erano di una tonalità più chiara qui rispetto a Bandar Eban, e costituivano il materiale di costruzione preferito. Forse era per via della fortezza che incombeva sopra la città. La Pietra di Tear, era chiamata. Un vestigio di un’epoca precedente, ancora impressionante.
Rand avanzò al trotto, con Min e Bashere lì vicino. Quelle folle ruggirono forte. Nelle vicinanze, due pennoni sventolarono e, inspiegabilmente, rimasero aggrovigliati. Gli uomini che li tenevano in alto, vicino alle prime file della folla, li abbassarono e cercarono di separarli, ma erano annodati stretti, in qualche maniera contorti a quel modo dal vento. Rand li superò notandoli a malapena. Aveva smesso di sorprendersi per quello che la sua natura di ta’veren poteva fare.
Rimase però sorpreso di vedere così tanti stranieri tra la folla. Quello non era così inusuale: a Tear c’erano sempre molti forestieri, dato che accoglieva coloro che commerciavano in spezie e sete dall’Est, porcellana dai mari, granaglie o tabacco dal Nord e storie da ovunque venissero racimolate. Comunque, Rand aveva notato che i forestieri — a prescindere dalla città — gli prestavano meno attenzione quando giungeva in visita. Questo valeva anche per coloro che provenivano da altre nazioni che aveva conquistato. Quando era a Cairhien, i Cairhienesi gli facevano festa… ma se era a Illian, i Cairhienesi lo evitavano. Forse alla gente non piaceva che gli venisse ricordato che il loro signore e il signore del loro nemico erano la stessa persona.
Qui, però, non aveva problemi a contare gli stranieri: il Popolo del Mare con la carnagione scura e i flosci vestiti vivaci; Murandiani, con le giacche lunghe e i baffi incerati; Illianesi barbuti con colletti voltati all’insù; Cairhienesi dal volto pallido con vestiti a strisce. C’erano anche uomini e donne che indossavano semplice lana dell’Andor. Rispetto alla gente del luogo, erano meno i forestieri che esultavano, ma erano lì, attenti.
Bashere passò in rassegna la folla.
«La gente pare sorpresa» si ritrovò a dire Rand.
«Sei stato via per un po’.» Bashere si toccò i baffi con le nocche, pensieroso. «Senza dubbio le voci sono volate più rapide delle frecce, e molti locandieri hanno raccontato storie della tua morte o della tua sparizione per incoraggiare un altro giro di bevute.»
«Luce! Mi sembra di passare metà della mia vita a mettere a tacere una voce o l’altra. Quando finirà ?»
Bashere rise. «Quando riuscirai a far cessare le dicerie stesse, smonterò dal mio cavallo e mi metterò a dorso di capra! Ah! E diventerò anche uno del Popolo del Mare.»