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Presagi di tempesta

Электронная книга - «Presagi di tempesta». Краткое содержание книги:

Аннотация

I segni sono inequivocabili: l’Ultima Battaglia si avvicina. Rand al’Thor, il Drago Rinato, è determinato a stipulare una pace con gli invasori Seanchan. Per ottenerla, vuole dimostrare la sua buona fede riportando l’ordine nell’Arad Doman, un paese sotto attacco dei Seanchan, ma anche privo di un re… e dietro la sparizione del sovrano potrebbe esserci Graendal, una dei Reietti, maestra nella Coercizione. Nel frattempo, sia Mat che Perrin, superate varie vicissitudini, stanno cercando di tornare verso l’Andor per riunirsi a Rand prima dell’Ultima Battaglia.
Ancora più difficile è il compito di Egwene: catturata e ridotta a novizia nella Torre Bianca, è riuscita a instillare il dubbio in molte delle Aes Sedai rimaste fedeli a Elaida, tanto che alcune di loro prestano ascolto alle sue parole e le chiedono addirittura consiglio. Ma sulla Torre incombe lo spettro di un attacco dei Seanchan: Egwene l’ha sognato e sa che avverrà e anche molto presto.
Tarmon Gai’don, l’Ultima Battaglia, si avvicina. Ma l’umanità non è pronta.
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«Dovresti sentire cos’ha da dire quest’Ammessa.»

Saerin alzò gli occhi, rendendosi conto che la voce apparteneva al capitano Chubain. Aveva la mano sulla spalla di una giovane Ammessa Arafelliana, con occhi azzurri e un volto tondo e paffuto. Qual era il suo nome? Mair, ecco. La povera bambina pareva a pezzi. Il suo volto presentava diversi tagli e alcuni graffi che avrebbero prodotto un livido. Il suo abito da Ammessa era strappato sulla manica e sulla spalla.

«Bambina?» chiese Saerin, lanciando un’occhiata alla faccia preoccupata di Chubain. Cosa c’era che non andava?

«Saerin Sedai» mormorò la ragazza con una riverenza, poi trasalendo per quell’azione.

«Io…»

«Sputa fuori, bambina» le ordinò Saerin. «Questa notte non c’è tempo per gli indugi.» Mair abbassò lo sguardo. «Si tratta dell’Amyrlin, Saerin Sedai. Elaida Sedai. La stavo assistendo stasera, trascrivendo per lei. E…»

«E cosa?» domandò Saerin, avvertendo un gelo sempre più forte.

La ragazza cominciò a piangere. «L’intera parete è esplosa, Saerin Sedai. Le macerie mi hanno ricoperto; credo che abbiano pensato che fossi morta. Non ho potuto fare nulla! Mi dispiace!»

Che la Luce interceda!, pensò Saerin. Non può stare dicendo quello che credo. Vero?

Elaida si svegliò con una sensazione molto strana. Perche il suo letto si stava muovendo increspandosi, ondeggiando in modo così ritmico? E quel vento! Carlya aveva forse lasciato aperta la finestra? In tal caso, la cameriera sarebbe stata punita. Era stata avvisata. Era stata…

Questo non era il suo letto. Elaida aprì gli occhi e si ritrovò a guardare giù verso un paesaggio scuro a centinaia di piedi sotto di lei. Era legata alla schiena di una qualche strana bestia. Non poteva muoversi. Perche non poteva muoversi? Si protese verso la Fonte, poi avvertì un dolore acuto e improvviso, come se fosse stata percossa tutta un tratto su ogni parte del corpo da mille verghe.

Sollevò una mano, tastando il collare alla sua gola. C’era una sagoma scura sulla sella accanto a lei; nessuna lanterna illuminava la faccia della donna, ma Elaida poteva percepirla in qualche modo. Riusciva a stento a ricordarsi di aver trascorso del tempo penzolando in aria, legata a una corda, mentre perdeva e riacquistava conoscenza. Quando era stata tirata su? Cosa stava succedendo?

Una voce sussurrò nella notte. «Perdonerò quel piccolo errore. Sei stata marath’damane per molto tempo, e ci si possono aspettare delle cattive maniere. Ma non toccherai di nuovo la Fonte senza permesso. Capito?»

«Lasciami andare!» urlò Elaida.

Il dolore tornò dieci volte più intenso, ed Elaida fu colta da conati per tale intensità. Il suo vomito cadde oltre il fianco della bestia, giù verso il terreno lontano.

«Su, su» disse la voce, paziente, come una donna che parlava a un bimbo molto piccolo.

«Devi imparare. Il tuo nome è Suffa. E Suffa sarà una brava damane. Sì che lo sarà. Una brava, bravissima damane.»

Elaida urlò di nuovo, e stavolta non si fermò quando giunse il dolore. Continuò semplicemente a gridare nella notte indifferente.

42

Davanti alla Pietra di Tear

Non conosciamo i nomi delle donne che si trovavano nel palazzo di Graendal, disse Lews Therin. Non possiamo aggiungerli alla lista. Rand cercò di ignora re il pazzo. Si rivelò impossibile. Lews Therin seguitò.

Come possiamo continuare la lista se non conosciamo i nomi! In guerra, cercavamo le Fanciulle cadute. Le abbiamo trovate tutte! La lista è fallata! Non posso continuare! Non è la tua lista! ringhiò Rand. È la mia, Lews Therin. Mia!

No!, farfuglio il folle. Chi sei tu? È mia! lo l’ho fatta. Non posso continuare ora che sono morte. Oh, Luce! Fuoco malefico? Perche abbiamo usato il fuoco malefico? Ho promesso che non l’avrei fatto mai piu’…

Rand chiuse a forza gli occhi, tenendo strette le redini di Tai’daishar. Il cavallo da guerra scelse il proprio percorso lungo la strada; gli zoccoli percuotevano la terra battuta, uno dopo l’altro. Cosa siamo diventati?, sussurrò Lews Therin. Lo faremo di nuovo, vero? Ucciderli tutti. Tutti quelli che abbiamo amato. Ancora, ancora, ancora…

«Ancora e ancora» mormorò Rand. «Non ha importanza, sempre che il mondo sopravviva. Mi hanno maledetto in precedenza, hanno imprecato contro Montedrago e il mio nome, ma sono vissuti. Noi siamo qui, pronti a combattere. Ancora e ancora.»

«Rand?» chiese Min.

Lui apri gli occhi. Min fece avanzare la sua giumenta bruno grigiastra accanto a Tai’daishar. Rand non poteva lasciare che lei o chiunque altro lo vedesse perdere il controllo. Non dovevano sapere quanto era vicino a crollare.

Così tanti nomi che non conosciamo, sussurrò Lews Therin. Così tanti morti per mano nostra. Ed era solo l’inizio.

«Sto bene, Min» disse. «Stavo pensando.»

«Alla gente?» chiese Min. Le passerelle di legno di Bandar Eban erano piene di persone. Rand non vedeva più i colori dei loro vestiti; vedeva quanto erano laceri. Vedeva gli strappi nel tessuto eccellente, i rattoppi logori, lo sporco e le macchie. Praticamente chiunque a Bandar Eban era un profugo di qualche tipo. Lo osservavano con occhi tormentati.

Ogni volta che aveva conquistato un regno in precedenza, lo aveva lasciato meglio di quando era arrivato. Rand aveva rimosso tiranni che erano in realtà Reietti, aveva posto fine a guerre e assedi. Aveva cacciato via invasori shaido, aveva inviato cibo, aveva creato stabilità. Ogni terra che aveva distrutto, in sostanza, era stata salvata allo stesso tempo.

L’Arad Doman era diverso. Rand aveva portato cibo… ma quel cibo aveva attirato ancor più rifugiati, mettendo a dura prova i suoi rifornimenti. Non solo aveva fallito nel dar loro la pace con i Seanchan, ma si era appropriato delle loro uniche truppe e le aveva inviate a sorvegliare le Marche di Confine. I mari non erano ancora sicuri. La minuta imperatrice Seanchan non si era fidata di lui. Avrebbe continuato i suoi attacchi, forse li avrebbe raddoppiati. I Domanesi sarebbero stati travolti sotto gli zoccoli della guerra, schiacciati fra gli invasori, i Trolloc a nord e i Seanchan a sud. E Rand li stava abbandonando.

In qualche modo, la gente l’aveva capito, e per Rand era molto difficile guardarli. Quegli occhi affamati lo accusavano: perché portarci speranza e poi lasciarla inaridire, come un pozzo appena scavato durante una siccità ? Perche costringerci ad accettarti come nostro governante, solo per poi abbandonarci?

Flinn e Naeff lo avevano preceduto; lui poteva vedere le loro giubbe nere mentre sedevano in sella ai loro cavalli, osservando la processione di Rand avvicinarsi alla piazza cittadina.

Le spille luccicavano sui loro alti colletti. La fontana nella piazza zampillava ancora fra scintillanti cavalli di rame che balzavano da onde, sempre di rame. Quali di quei silenziosi Domanesi continuavano a lucidare la fontana, quando nessun re governava e metà del Consiglio dei Mercanti era disperso?

Gli Aiel di Rand non erano stati in grado di rintracciare abbastanza membri del consiglio per formare una maggioranza; Rand sospettava che Graendal ne avesse uccisi o catturati abbastanza per impedire che fosse scelto un nuovo sovrano. Se alcuni dei membri del Consiglio dei Mercanti fossero stati abbastanza graziosi, si sarebbero uniti alle file dei suoi preferiti… il che voleva dire che Rand li aveva uccisi.

Ah, disse Lews Therin. Nomi che posso aggiungere alla lista. Sì…

Bashere accostò il suo cavallo a quello di Rand, toccandosi con le nocche i baffi, con aria pensierosa. «Il tuo volere è stato compiuto» disse.

«Lady Chadmar?» chiese Rand.

«Tornata alla sua residenza» rispose Bashere. «Abbiamo fatto lo stesso con gli altri quattro membri del Consiglio dei Mercanti che gli Aiel stavano trattenendo vicino alla città.»

«Comprendono quello che devono fare?»

«Sì» disse Bashere con un sorriso. «Ma non pensare che lo faranno. Se vuoi il mio parere, nel momento in cui ce ne saremo andati, schizzeranno via dalla città come ladri in fuga da una prigione una volta che le guardie si sono allontanate.»

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