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La compagnia della gloria [The Company of Glory - it]

Электронная книга - «La compagnia della gloria [The Company of Glory - it]». Краткое содержание книги:

La compagnia della gloria è l’ultimo romanzo scritto da Pangborn ed è stato pubblicato in America giusto un anno prima della sua morte. È un romanzo che per alcuni versi si riallaccia al suo celebre Davy: è ambientato anch’esso a pochi decenni di distanza dalla catastrofe, e ci presenta il personaggio di Demetrio il narratore, amato dal popolo per le sue affascinanti storie dei tempi antichi, piene di oggetti miracolosi come i telefoni e gli aeroplani, i televisori e le automobili; tutte cose che ormai la società non sa più costruire. Ma Demetrio è anche temuto dai potenti, perché un uomo che narra a tutti le antiche verità può diventare pericoloso. Così, egli è costretto a fuggire con i suoi compagni: insieme si avviano verso un viaggio pieno di dolori e di gioie inattesi, che tocca i reami della fantasia, della filosofia e delle possibilità umane.
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— Non devi scusarti, — disse Demetrios. — Laverò io il mio piatto e il resto. Vai dal tuo libro.

Lei restò lì ancora un po’; forse desiderava di sentire se stessa dire quello che sta al di là delle parole… continuiamo tutti a farlo. Uno di questi argomenti è l’amore, l’altro la solitudine. Non esiste un linguaggio per l’uno o per l’altro, tranne poche parole e pochissimi, fortunati matrimoni di parole che riflettono un po’ di verità, come frammenti d’uno specchio infranto. — Beh, non metterti nei guai, — disse, e chiuse la porta.

La strada più corta per andare da Redcurtain Street al Palazzo del Comune, la strada che fece Demetrios, passa per la Piazza della Forca, dove si può vedere — dove non si può fare a meno di vedere — la forca, la gogna, il palo per le fustigazioni. È la stessa forca cui venne appesa la ruota di Abraham, perché tutti lo potessero vedere, come ammonimento per gli altri nemici dello Stato. Alcuni dicono che non si voleva neppure che Abraham morisse. Le case ed i negozi squallidi che circondano la Piazza della Forca risalgono anch’essi al tempo di Abraham: sono edifici che niente può redimere, tranne il fuoco che prima o poi li divorerà: cosa può fare la brigata antincendio di Nuber, con i suoi secchi, se quel mucchio di legno secco e putrido si incendia? E alcune delle persone che oggi si affacciano alle finestre per studiare i particolari d’una fustigazione o d’una impiccagione dovevano aver fatto a gomitate, diciassette anni prima, per contendersi i posti migliori, per vedere Abraham sulla ruota. Molti dovevano essere morti, nel frattempo: il mondo attuale non è bonario, e perciò qualcuno poteva essere morto in una rissa, e altri se li erano portati via il vaiolo, il colera, la febbre gialla. Alcuni potevano essersene semplicemente andati, lasciando il posto a nuovi venuti che magari avrebbero osservato un altro Abraham morente con la stessa eccitazione inquieta, e magari l’avrebbero lapidato.

Lasciando la Piazza della Forca si sale un’erta ripida per un paio di isolati, ed ecco il Palazzo del Comune. Situato all’inizio della salita piramidale della Città Interna, è un esempio d’architettura orribile; una casa tozza a due piani con un paio di finte colonne che incorniciano la porta, il tutto sormontato da una torre campanaria squadrata, che sarebbe bellissima se non fosse troppo grossa per l’edificio. Era stata costruita per sistemare una magnifica campana bronzea del Tempo Antico, recuperata tra le rovine di qualche chiesa, e risalente all’anno chissà. Le finte colonne sono alte due piani; se fossero vere, anziché pastrocchi di canne e d’intonaco, potrebbero realmente sorreggere la grande architrave che non c’è; ma poiché si limitano ad aggrapparsi all’edificio, come bende attorno a un ginocchio dolorante, in mezzo c’è posto per il piccolo portico presuntuoso detto «il Balcone», dal quale gli uomini di stato possono arringare la folla. Nel complesso, quell’orrore ricordava a Demetrios uno stile del secolo XIX che doveva essere andato perduto alla fine di quell’epoca rimpianta, ma che aveva lasciato il segno persino nel Missouri. Non si saprà mai chi fosse l’idiota che lo riesumò per la Repubblica del Re nell’Anno 24 dopo l’Olocausto, quando venne costruito il Palazzo del Comune. Non importa… quella maledetta torre campanaria è bella.

Acquattato davanti al suo prato spazioso, ben tenuto e piuttosto bello, con l’erba falciata regolarmente, il Palazzo del Comune è anche una delle quattro entrate nel muro alto due metri e mezzo, che cinge completamente la Città Interna e Mount Everlasting. Si passa per il corridoio centrale e… se avete un lasciapassare o se arrivate in compagnia di un abitante della Città Interna, uscite sull’ampia, bellissima via che corre all’interno del muro ed è chiamata Wall Street. Il muro forma una frangia alla base della piramide, e ha una circonferenza approssimativa di dodici miglia. La Natura aveva costruito la piramide di rocce primordiali, e gli uomini ci avevano aggiunto i pomelli. Il muro svolta qua e là per seguire i contorni dei fianchi delle colline, ma la forma piramidale è sempre evidente, rafforzata da una torre triangolare di pietra, in cima a Mount Everlasting. La torre fu costruita per ordine di Simon Bridgeman perché (diceva) egli voleva guardare il mondo nuovo che veniva a lui. Era stata l’ultima sua creazione che aveva visto completata; non si era mai trasferito nel lussuoso appartamento, in cima alla torre alta quindici metri, perché era stato assassinato una settimana dopo che era stato cementato l’ultimo mattone; e Brian I, Primo Dittatore della Repubblica del Re di Katskil (che amava i titoli semplificati, perché così si risparmiava tempo ed erano gli unici che conosceva) aveva decretato che la torre doveva restare su Mount Everlasting, quale eterno monumento alla memoria del grande e generoso spirito di Simon Bridgeman, il compianto salvatore del popolo e profeta del nuovo mondo. Amen: i venti l’investivano, e nel 47 gli appartamenti della torre erano occupati da Brian II, dalla sua regina e dalle sue concubine, e Demetrios non poteva andare oltre il Palazzo del Comune.

Salì la breve erta che portava al prato: ansimava solo un poco. La giornata era già afosa, come se egli portasse con sé una tristezza contagiosa dalla Piazza della Forca. Sul prato, alcune panchine erano occupate da sfaccendati; i poliziotti li scacciavano al tramontar del sole e quelli tornavano nelle ore tranquille. Sull’erba giaceva una bambola di pezza… quale bambina poteva abbandonare un’amica in quello stato? Demetrios la sistemò su una panchina vuota, con le gambe disposte decorosamente. Vide una tranquilla cagna gialla trotterellare verso il Palazzo del Comune; un bastardo nero e zelante la seguì annusandole i quarti posteriori, la bloccò e la montò sui gradini, mentre tre maschi più piccoli aspettavano il loro turno: e la cagna aveva l’aria paziente e compresa. Un poliziotto scese i gradini con una scopa in mano, ma si limitò ad appoggiarvisi. — Dove debbo andare a vedere per una licenza?

— Che genere di licenza?

— Per raccontare storie.

— Devi essere matto.

— Mi hanno detto che adesso ci vuole.

— Oh… già. Seconda porta a destra, chiedilo al sergente.

Demetrios passò tra le colonne intonacate ed entrò nell’acido odore d’urina della virtù cittadina. Varcando la seconda porta trovò la feccia umana della notte precedente raccolta in attesa. Per tutto arredamento c’erano due panche lunghe otto piedi, una scrivania al cui fianco stava una sputacchiera d’ottone del Tempo Antico, una sedia pesante su cui sedeva un sergente altrettanto pesante. In fondo c’era una porta chiusa, sulla quale era dipinta la parola LUOGOTENENTE. Lì, in attesa, c’erano tre vecchi ubriaconi, tra cui una vecchia paralizzata con le palpebre inferiori iniettate di sangue, che forse era già quasi al di là di ogni sofferenza; un uomo squallido sulla quarantina che parlottava con le proprie dita e stava attento che nessuno origliasse, e un giovanotto sparuto dagli occhi stravolti, forse ancora sotto l’effetto della marawan. Diedero a Demetrios l’impressione di pazienti nella sala d’aspetto d’una clinica… per il momento il dottor Giustizia è occupato. Gli ubriachi sarebbero stati messi in isolamento per un giorno o due. all’uomo che borbottava poteva essere fatta qualunque cosa, il giovanotto probabilmente sarebbe stato rilasciato dopo una ramanzina, a meno che le sue imprese notturne non avessero compreso anche lesioni personali o watergataggio. Demetrios aveva osservato, con il passare degli anni, che nella città-stato di Nuber non c’era l’abituale risentimento della civiltà verso i giovani. Erano così pochi, ormai! Forse il Tempo Antico non avrebbe dovuto considerarli sacrificabili come pupazzi di plastica, carne da cannone vietnamibile.

Tutti e cinque, più Demetrios, dovevano aspettare, fino a quando avrebbero imparato a memoria ogni crepa dell’intonaco dei muri, ogni dubbio grumo d’ombra nella paglia e nella segatura che coprivano il pavimento di pietra. Il potere maligno di fare aspettare e aspettare la gente è una caratteristica innata di tutte le burocrazie: sia che l’autocrate nebuloso al vertice sia un monarca, o un’oligarchia, o il cosiddetto popolo sovrano, l’odore psicologico delle anticamere è lo stesso dovunque.

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