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Le Torri di Mezzanotte

Электронная книга - «Le Torri di Mezzanotte». Краткое содержание книги:

Аннотация

Rand al’Thor, il Drago Rinato, si è confrontato con sé stesso, comprendendo finalmente il suo ruolo nello scontro finale con il Tenebroso. Ora tutto ciò che gli resta da fare prima dell’ultima Battaglia è riparare quanti più danni possibile nel mondo per poi radunare le truppe.
Anche Perrin sta cercando di ricongiungersi con lui, ma sulla sua strada si frappongono ostacoli provenienti dal suo passato, e per superarli dovrà innanzitutto trovare la pace con il lupo dentro di lui. E mentre Egwene, ormai stabilmente Amyrlin Seat, deve confrontarsi con Mesaana, una dei Reietti che da tempo si nasconde all’interno della Torre Bianca, Elayne sta consolidando il suo potere nell’Andor. È qui che arriva Mat, con la sua Banda della Mano Rossa, costretto da un giuramento ad attendere a Caemlyn prima di imbarcarsi in un’impresa impossibile per salvare una persona che tutti credevano morta. Dopo tante peripezie, tutti i protagonisti si ricongiungeranno per affrontare Tarmon Gai’don. Il penultimo episodio di un ciclo che con la sua potente ed essenziale visione del Bene e del Male ha appassionato milioni di lettori.
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Perrin si voltò di nuovo verso Hopper. «Tu hai detto che ci sarebbe stata. 'L’Ultima Caccia arriva’, hai detto.»

Una scelta dev’essere fatta, Giovane Toro. Un sentiero conduce all’Ultima Caccia.

«E l’altro?» chiese Perrin.

Hopper non rispose immediatamente. Si voltò verso Montedrago. L’altro sentiero non conduce all’Ultima Caccia.

«Sì, ma a cosa conduce?»

A nulla.

Perrin aprì bocca per incalzarlo, ma poi il peso del messaggio di Hopper lo colpì. "Nulla" per il lupo voleva dire una tana vuota, tutti i cuccioli presi dai cacciatori. Un cielo notturno senza stelle. La luna che sbiadiva. L’odore di sangue vecchio, secco, stantio e scrostato via.

Perrin chiuse la bocca. Il cielo continuava ad agitarsi con quella tempesta nera. La fiutava nel vento, l’odore di alberi spezzati e terra, di campi allagati e fuochi di fulmini. Come accadeva così spesso, in particolare di recente, quegli odori parevano in contrasto con il mondo attorno a lui. Uno dei suoi sensi gli diceva che si trovava nel centro stesso di una catastrofe mentre gli altri non vedevano nulla fuori posto.

«Questa scelta. Perché non la prendiamo e basta?»

Non è una nostra scelta, Giovane Toro.

Perrin si sentiva attratto dalle nuvole. Involontariamente iniziò a salire su per le pendici. Hopper procedeva a balzi accanto a lui. Su è pericoloso, Giovane Toro.

«Lo so» disse Perrin. Ma non riusciva a fermarsi. Invece aumentò la sua velocità, ciascun passo che lo lanciava appena un po’ più lontano. Hopper correva accanto a lui, superando alberi, rocce, gruppi di lupi che osservavano. Perrin e Hopper salirono, arrampicandosi finché gli alberi non si diradarono e il terreno non divenne freddo per brina e ghiaccio.

Alla fine si avvicinarono alla nube stessa. Pareva una nebbia scura, che tremava per delle correnti nel rimestarsi. Perrin esitò ai margini, poi vi entrò. Era come entrare dentro l’incubo. Il vento fu tutt’a un tratto violento, l’aria che ronzava di energia. Foglie, terra e granelli di polvere soffiavano nella tempesta, e Perrin dovette sollevare una mano per schermarsi contro di essa.

No, pensò.

Una piccola bolla di aria calma si aprì attorno a lui. La tempesta continuò a soffiare solo a pochi pollici dalla sua faccia e lui dovette sforzarsi per impedire di essere reclamato di nuovo da essa. Questa tempesta non era un incubo o un sogno; era qualcosa di più vasto, qualcosa di più reale. Stavolta era Perrin quello che creava qualcosa di anormale con la bolla di sicurezza.

Si spinse avanti, presto lasciando delle tracce nella neve. Hopper camminò contro il vento, attenuando a sua volta gli effetti su Perrin. Lui era più forte di Perrin, il quale riusciva a malapena a tenere attiva la propria bolla. Temeva che, senza di essa, sarebbe stato risucchiato nella tempesta e lanciato in aria. Vide grossi rami volar via e perfino qualche albero più piccolo.

Hopper rallentò, poi si sedette nella neve. Alzò lo sguardo verso l’alto, verso la vetta. Non posso rimanere, trasmise il lupo. Questo non è il mio posto.

«Capisco» disse Perrin.

Il lupo scomparve, ma Perrin continuò. Non poteva spiegare cosa lo attirava, ma sapeva di aver bisogno di assistere. Camminò per quelle che parvero ore, concentrato completamente su due sole cose: mantenere i venti lontano da lui e mettere un piede di fronte all’altro.

La tempesta divenne sempre più violenta. Era così terribile qui che lui non riusciva a tenerla a bada del tutto, solo la parte peggiore. Superò l’orlo frastagliato dove la vetta della montagna era spezzata, scegliendo la sua strada lungo di essa, accucciato contro le raffiche, un ripido precipizio da ciascun lato. Il vento iniziò a sferzargli i vestiti e lui dovette stringere gli occhi contro la polvere e la neve nell’aria.

Ma proseguì. Sforzandosi di arrivare alla vetta, che si elevava più avanti, sorgendo sopra la parte devastata della montagna. Sapeva che in cima a quella vetta avrebbe trovato quello che stava cercando. Questo orribile gorgo era la reazione del sogno del lupo a qualcosa di grande, qualcosa di terribile. In questo posto, a volte le cose erano più reali che nel mondo della veglia. Il sogno rifletteva una tempesta perché stava accadendo qualcosa di importante. Si preoccupava che fosse qualcosa di terribile.

Perrin si spinse avanti, facendosi strada attraverso la neve, strisciando su per le pareti di roccia, le sue dita che lasciavano pelle attaccata alle pietre gelate. Ma si era addestrato bene in queste ultime settimane. Superò precipizi con balzi che non sapeva di poter fare e si arrampicò su rocce che sarebbero dovute essere troppo alte per lui.

Una figura si trovava proprio in cima alla punta rotta e frastagliata della montagna. Perrin continuò a spingersi avanti. Qualcuno doveva assistere. Qualcuno doveva essere lì quando fosse accaduto.

Infine Perrin si issò in cima all’ultima roccia e si ritrovò a una dozzina di piedi dalla sommità. Poteva distinguere la figura ora. L’uomo era in piedi proprio al centro del vortice di venti, lo sguardo fisso a est, immobile. Era fioco e trasparente, un riflesso del mondo reale. Come un’ombra. Perrin non aveva mai visto nulla del genere.

Era Rand, naturalmente. Perrin aveva saputo che lo sarebbe stato. Perrin si tenne alla pietra con una mano ruvida e si tirò il mantello vicino con l’altra: aveva creato il mantello diverse pareti di roccia prima. sbatté le palpebre su occhi arrossati, fissando verso l’alto. Dovette concentrarsi maggiormente sul ricacciare indietro alcuni dei venti per impedire che lo scagliassero via nella tempesta.

All’improvviso balenò il fulmine, il tuono che risuonava per la prima volta dall’inizio della sua scalata. Il fulmine iniziò a descrivere un arco in una cupola sopra la vetta della montagna. Gettò luce sul volto di Rand. Quel volto duro, impassibile, come la roccia stessa. Dov’erano andate le sue curve? Quand’era che Rand aveva ottenuto così tante linee e angoli? E quegli occhi sembravano fatti di marmo!

Rand indossava una giacca di nero e rosso. Elegante e decorata, con una spada alla cintura. I venti non influenzavano i vestiti di Rand. Quelli cadevano innaturalmente immobili, come se in realtà lui fosse solo una statua. Intagliata nella pietra. L’unica cosa che si muoveva erano i suoi capelli rosso scuro, soffiando nel vento, sferzati e rigirati.

Perrin si aggrappò alle rocce per la propria vita, con il vento freddo che gli mordeva le guance, dita e piedi così intirizziti che riusciva a malapena a sentirseli. Qualcosa di nero iniziò a ruotare attorno a Rand. Non era parte della tempesta; pareva come se la notte vera e propria stesse trasudando da lui. Viticci scuri crescevano dalla pelle stessa di Rand, come minuscole mani che si arricciavano all’indietro e si avvolgevano attorno a lui. Pareva male stesso che avrebbe preso vita.

«Rand!» gridò Perrin. «Combattilo! Rand!»

La sua voce si perse nel vento e lui dubitò che Rand avrebbe potuto udirlo comunque. L’oscurità continuava a filtrare fuori, come catrame liquido che usciva dai pori di Rand, creando un miasma di pece attorno al Drago Rinato. Di li a pochi momenti, Perrin riusciva a malapena a vedere Rand attraverso quel nero. Lo racchiudeva, isolandolo ed esiliandolo. Il Drago Rinato era scomparso. Solo il male rimaneva.

«Rand, per favore...» sussurrò Perrin.

E poi — dal mezzo di questa oscurità, dal centro del tumulto della tempesta — una minuscola scheggia di luce fendette quel male. Come il bagliore di una candela in una notte molto buia. La luce brillava verso l’alto, verso il cielo distante, come un faro. Così fragile.

La tempesta la colpì. I venti imperversavano, ululavano e gemevano. Il fulmine si infranse contro la sommità del picco roccioso, sbalzando via pezzi di pietra, segnando il terreno. L’oscurità ondulava e pulsava.

Ma la luce brillava lo stesso.

Un reticolo di fratture apparve lungo il lato dell’involucro di oscurità malvagia, con la luce che risplendeva dall’interno. Si unì un’altra frattura e poi un’altra ancora. C’era dentro qualcosa di forte, qualcosa di lucente, qualcosa di brillante.

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