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L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]

Электронная книга - «L’ombra della maledizione [The Curse of Chalion - it]». Краткое содержание книги:

Da una grande maestra della narrativa fantastica, più volte vincitrice del premio Hugo, un potente racconto di mistero, magia e tradimento. Il destino di un cavaliere, della sua stirpe e di un regno tormentato. Provato nel corpo e nello spirito da una lunghissima prigionia, il comandante Lupe dy Cazaril ritorna nel regno di Chalion, in cui aveva servito come paggio, e viene nominato tutore di Royesse, bella e intelligente sorella dell’erede al trono. Ma quell’occasione di riscatto si trasforma presto in un incubo, poiché Cazaril scopre che a corte proprio quegli uomini che lo hanno tradito ora occupano posti di grande potere. E scopre soprattutto che l’intera stirpe di Chalion è gravata da una terribile maledizione, che non può essere annullata se non con la magia più nera…
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«Signora, se io sono ancora vivo in questo luogo, allora significa che tu sei presente», sussurrò Cazaril, crollando in ginocchio. «Per favore, allevia la sofferenza di queste povere anime.»

L’espressione di quei volti spettrali passò immediatamente dall’angoscia alla meraviglia, poi i loro corpi evanescenti divennero sfocati, come raggi di sole riflessi in una nube lontana, e svanirono.

«Foix, aiutami a rialzarmi», disse Cazaril, dopo qualche istante. Sconcertato, Foix gli passò una mano sotto il gomito per sollevarlo, e lui si girò, barcollando, avviandosi lungo il sentiero.

«Mio signore, non dovremmo cercare se ce ne sono altri?» domandò Foix.

«No, sono tutti qui», garantì Cazaril, e il giovane ufficiale lo seguì senza aggiungere altro.

Al loro ritorno nel cortile, videro Ferda e un servitore armato uscire dal portone della rocca. «Avete trovato qualcuno?» chiese Cazaril.

«No, mio signore.»

Accanto al portone, lo spettro dell’uomo giovane stava ancora indugiando, sebbene il suo corpo luminescente sembrasse prossimo a dissolversi come fumo nel vento, e si contorceva, incitando Cazaril a entrare.

«Sì, sì, arrivo», gli disse lui, chiedendosi quale spaventosa urgenza potesse aver indotto quello spettro ad aggrapparsi al mondo reale, esitando a gettarsi nelle braccia aperte della Dea.

Quando lo spettro sgusciò nella fortezza, Cazaril, senza badare alle occhiate stupefatte di Foix e a Ferda, fece cenno ai due di seguirlo. Attraversarono la sala principale e passarono sotto una galleria, sbucando in cucina e scendendo una scala di legno verso un buio magazzino dalle pareti di pietra. «Avete cercato anche qui?» gridò, da sopra la spalla.

«Sì, mio signore», garantì Ferda.

«Fate più luce!» ordinò Cazaril, fissando con attenzione lo spettro, che adesso girava in cerchio nella stanza con crescente agitazione, descrivendo una spirale sempre più stretta. «Spostate quelle botti», disse infine.

Mentre Foix faceva rotolare di lato le botti, Ferda sopraggiunse dalla cucina con un paio di candele di sego, la cui fiamma, anche se gialla e fumosa, fu sufficiente a rischiarare la stanza. Nascosta sotto le botti, c’era una lastra di pietra incassata nel pavimento e dotata di un anello di ferro. A un altro cenno di Cazaril, Foix afferrò l’anello e prese a tirare finché la lastra non si sollevò, rivelando una stretta rampa di gradini che scendeva nell’oscurità.

Dal basso, una voce fievole lanciò un grido.

Chinandosi su Cazaril, lo spettro del giovane parve baciargli la fronte, le mani e i piedi, poi si dissolse nell’eternità. Ma una debole scintilla azzurra, simile a un accordo musicale reso visibile, brillò per un momento ancora davanti alla sua seconda vista.

Con le candele in una mano e la spada snudata nell’altra, Ferda cominciò a scendere con cautela i gradini di pietra. Dal sotterraneo buio giunse allora un clamore di voci e, quando Ferda riapparve, di lì a poco, sorreggeva un uomo anziano ma robusto, dall’aria sconvolta, col volto segnato a causa delle percosse e le gambe tremanti. Alle loro spalle, una dozzina di persone, sconvolte e piangenti di gioia, risali la scala alla spicciolata.

I prigionieri liberati si accalcarono tutti intorno a Ferda e a Foix, raccontando la loro storia e subissandoli di domande; in disparte, Cazaril si appoggiò a una botte e rimase ad ascoltare, formando a poco a poco un quadro preciso dell’accaduto. L’uomo anziano e robusto era il vero Castillar dy Zavar, una sconvolta donna di mezz’età era la sua Castillara, un ragazzo e una ragazza in giovane età — risparmiata per puro miracolo, pensò Cazaril — erano i loro figli, e gli altri erano i servi e i dipendenti di quella dimora rurale.

Dy Joal e i suoi uomini erano arrivati al castello il giorno precedente. In apparenza erano soltanto un gruppo di rozzi viaggiatori, ma, quando un paio di quei bravacci avevano cominciato a molestare la cuoca, il marito della donna e il siniscalco erano accorsi in sua difesa. Non appena avevano tentato di allontanare gli sgraditi visitatori, però, erano spuntate le armi. Per quella famiglia, accogliere i viandanti in difficoltà che giungevano dal passo o che erano minacciati da una tempesta imminente era una sorta di tradizione. Inoltre nessuno degli abitanti del castello aveva riconosciuto dy Joal o i suoi uomini.

«Il mio figlio maggiore è vivo?» domandò poi il vecchio Castillar, aggrappandosi al braccio di Ferda. «Lo avete visto? E accorso in aiuto del mio siniscalco…»

«Era un giovane più o meno della stessa età di questi altri, vestito di lana e di cuoio, come te?» replicò Cazaril, indicando i fratelli dy Gura.

«Sì…» confermò il vecchio, impallidendo.

«Allora ha trovato consolazione nell’abbraccio degli Dei», riferì Cazaril, mentre il padre si abbandonava ad alte grida strazianti.

Accodatosi ai prigionieri liberati, Cazaril risalì stancamente le scale verso la cucina. Ben presto uomini e donne si sparsero per la casa, per recuperare i morti, prendersi cura dei feriti e dedicarsi di nuovo alle loro faccende.

«Mio signore… Eravate mai stato in questa casa, prima d’ora?» chiese Ferda a Cazaril, allorché questi si soffermò accanto al fuoco della cucina, per riscaldarsi.

«No.»

«Allora come avete fatto… Quando ho guardato in cantina, io non ho sentito nulla. Avrei lasciato quella povera gente a morire di fame, di sete e di follia, al buio.»

«Credo che, prima della fine della notte, gli uomini di dy Joal ci avrebbero rivelato il loro misfatto. E adesso ho intenzione di apprendere da loro molte altre cose», ribatté Cazaril, accigliandosi.

Sotto le pressioni che Cazaril fu lieto di autorizzare, e che gli abitanti della fortezza misero subito in atto, i bravacci prigionieri si mostrarono fin troppo ben disposti a raccontare la loro versione della storia. Il loro gruppo comprendeva alcuni fuorilegge, vari soldati — allontanatisi dall’esercito e quindi bisognosi di denaro -, e alcuni uomini del posto, che, attirati dalla prospettiva di una ricompensa, avevano guidato gli altri fino alla dimora di dy Zavar, giacché la torre più alta di quella fortezza dominava la strada. A quanto pareva, dy Joal aveva raggiunto la frontiera ibrana da solo, assoldando quegli uomini in una città ai piedi delle montagne, dove essi si guadagnavano da vivere scortando a pagamento i viandanti oppure derubandoli. Loro sapevano soltanto che dy Joal era giunto lì per tendere un agguato a un uomo che, provenendo da Ibra, avrebbe attraversato uno dei passi, però ignoravano la sua vera identità, anche se il suo abbigliamento da cortigiano e i suoi modi arroganti non avevano suscitato molta simpatia.

Era chiaro che dy Joal non era riuscito a controllare quegli uomini da lui affrettatamente assoldati. Così, quando la disputa sulla cuoca aveva innestato una spirale di violenza, lui non aveva avuto il coraggio — o la forza — di porre termine alla faccenda, d’imporre un po’ di disciplina o di ripristinare l’ordine. E la situazione era degenerata.

Turbato da quei racconti, Bergon trasse in disparte Cazaril, sotto la luce incerta delle torce che rischiaravano il cortile. «Caz, sono stato io a scatenare questa sventura sulla brava gente del povero dy Zavar?» domandò.

«No, Royse. Dy Joal stava aspettando soltanto me, di ritorno da Ibra in qualità di corriere di Iselle. Il Cancelliere dy Jironal sta cercando di allontanarmi dal servizio della Royesse ormai da qualche tempo e, in mancanza di modi più ortodossi, non teme di ricorrere addirittura all’assassinio. Quanto vorrei non aver ucciso quell’idiota! Darei il braccio destro, pur di scoprire di quali informazioni dispone dy Jironal.»

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