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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Filippo, dopo alquanti mesi riavuto, essendo una mattina in su la piazza di S. Maria del Fiore con Donato et altri artefici, si ragionava delle antichità delle cose della scultura, e raccontando Donato che quando e' tornava da Roma aveva fatto la strada da Orvieto per veder quella facciata del Duomo di marmo, tanto celebrata, lavorata di mano di diversi maestri, tenuta cosa notabile in que' tempi; e che nel passar poi da Cortona entrò in Pieve, e vide un pilo antico bellissimo dove era una storia di marmo, cosa allora rara non essendosi disotterrata quella abbondanza che si è fatta ne' tempi nostri, e così seguendo Donato il modo che aveva usato quel maestro a condurre quell'opera, e la fine che vi era dentro, insieme con la perfezzione e bontà del magisterio, accese sì Filippo di una ardente volontà di vederlo, che così come egli era, in mantello, in cappuccio et in zoccoli, senza dir dove andasse, si partì da loro a piedi e si lasciò portare a Cortona dalla volontà et amore ch'e' portava all'arte. E veduto e piaciutogli il pilo, lo ritrasse con la penna in disegno; e con quello tornò a Fiorenza, senza che Donato o altra persona si accorgesse che fusse partito, pensando che e' dovesse disegnare o fantasticare qualcosa.

Così tornato in Fiorenza li mostrò il disegno del pilo, da lui con pazienza ritratto; per il che Donato si maravigliò assai, vedendo quanto amore Filippo portava all'arte. Stette poi molti mesi in Fiorenza, dove egli faceva segretamente modelli et ingegni, tutti per l'opera della cupola, stando tuttavia con gli artefici in su le baie; ché allora fece egli quella burla del Grasso e di Matteo, et andando bene spesso per suo diporto ad aiutare a Lorenzo Ghiberti a rinettar qualcosa in su le porte. Ma toccoli una mattina la fantasia, sentendo che si ragionava del far provisione di ingegneri che voltassino la cupola, si ritornò a Roma, pensando con più riputazione avere a esser ricerco di fuora che non arebbe fatto stando in Fiorenza. Laonde, trovandosi in Roma e venuto in considerazione l'opera e l'ingegno suo acutissimo, per aver mostro ne' ragionamenti suoi quella sicurtà e quello animo che non avevasi trovato negli altri maestri, i quali stavono smarriti insieme con i muratori, perdute le forze, e non pensando poter mai trovar modo da voltarla, né legni da fare una travata che fusse sì forte che regesse l'armadura et il peso di sì grande edifizio, deliberati vederne il fine, scrissono a Filippo a Roma, con pregarlo che venisse a Fiorenza. Et egli, che non aveva altra voglia, molto cortesemente tornò. E ragunatosi a sua venuta l'ufizio delli Operai di S. Maria del Fiore et i Consoli dell'Arte della Lana, dissono a Filippo tutte le difficultà, da la maggiore a la minore, che facevano i maestri, i quali erano in sua presenza nella udienza insieme con loro, per il che Filippo disse queste parole: "Signori Operai, e' non è dubbio che le cose grandi hanno sempre nel condursi difficultà, e se niuna n'ebbe mai, questa vostra l'ha maggiore che voi per avventura non avisate. Perciò che io non so che neanco gl'antichi voltassero mai una volta sì terribile come sarà questa, et io, che ho molte volte pensato all'armadure di dentro e di fuori, e come si sia, per potervi lavorare sicuramente, non mi sono mai saputo risolvere; mi sbigottisce non meno la larghezza, che l'altezza dell'edifizio; perciò che se ella si potesse girar tonda, si potrebbe tenere il modo che tennero i Romani nel voltare il Panteon di Roma, cioè la Ritonda, ma qui bisogna seguitare l'otto facce et entrare in catene et in morse di pietre, che sarà molto difficile. Ma ricordandomi che questo è tempio sacrato a Dio et alla Vergine, mi confido che, faccendosi in memoria sua, non mancherà di infondere il sapere dove non sia et agiugnere le forze e la sapienza e l'ingegno, a chi sarà autore di tal cosa. Ma che posso io in questo caso giovarvi, non essendo mia l'opera? Bene vi dico che se ella toccasse a me, risolutissimamente mi basterebbe l'animo di trovare il modo che ella si volterebbe, senza tante difficultà. Ma io non ci ho pensato su ancor niente, e volte che io vi dica il modo? Ma quando pure le Signorie Vostre delibereranno che ella si volti, sarete forzati non solo a fare esperimento di me che non penso bastare a consigliare sì gran cosa, ma a spendere et ordinare che fra uno anno di tempo, a un dì determinato, venghino in Fiorenza architettori, non solo toscani et italiani, ma todeschi e franzesi e d'ogni nazione, e proporre loro questo lavoro, acciò che disputato e risoluto fra tanti maestri, si cominci e si dia a colui che più dirittamente darà nel segno, o averà miglior modo e giudizio per fare tale opera. Né vi saperei dare io altro consiglio, né migliore ordine di questo".

Piacque ai Consoli et agli Operai l'ordine et il consiglio di Filippo, ma arebbono voluto che in questo mentre egli avesse fatto un modello, e che ci avesse pensato su. Ma egli mostrava di non curarsene, anzi, preso licenzia da loro, disse esser sollecitato con lettere a tornare a Roma. Avvedutosi dunque i Consoli che i prieghi loro e degli Operai non erano bastanti a fermarlo, lo feciono pregare da molti amici suoi, e non si piegando, una mattina che fu a dì 26 di maggio 1417, gli fecero gli Operai uno stanziamento di una mancia di danari, i quali si truovano a uscita a Filippo ne' libri dell'Opera, e tutto era per agevolarlo. Ma egli, saldo nel suo proposito, partitosi pure di Fiorenza, se ne tornò a Roma, dove sopra tal lavoro di continuo studiò, ordinando e preparandosi per il fine di tale opera, pensando, come era certamente, che altro che egli non potesse condurre tale opera. Et il consiglio dato, del condurre nuovi architettori, non l'aveva Filippo messo inanzi per altro, se non perché eglino fussino testimoni del grandissimo ingegno suo; più che perché e' pensasse che eglino avessino ad aver ordine di voltar quella tribuna e di pigliare tal carico che era troppo difficile. E così si consumò molto tempo, inanzi che fussino venuti quegli architetti de' lor paesi, che eglino avevano di lontano fatti chiamare, con ordine dato a' mercanti fiorentini che dimoravano in Francia, nella Magna, in Inghilterra et in Ispagna; i quali avevano commissione di spendere ogni somma di danari, per mandare ed ottenere da que' principi, i più esperimentati e valenti ingegni che fussero in quelle regioni. Venuto l'anno 1420, furono finalmente ragunati in Fiorenza tutti questi maestri oltramontani, e così quelli della Toscana e tutti gli ingegnosi artefici di disegno fiorentini, e così Filippo tornò da Roma. Ragunaronsi dunque tutti nella Opera di Santa Maria del Fiore, presenti i Consoli e gli Operai, insieme con una scelta di cittadini i più ingegnosi, acciò che, udito sopra questo caso l'animo di ciascuno, si risolvesse il modo di voltare questa tribuna; chiamati dunque nella udienza, udirono a uno a uno l'animo di tutti, e l'ordine che ciascuno architetto sopra di ciò aveva pensato. E fu cosa bella il sentir le strane e diverse openioni in tale materia; perciò che chi diceva di far pilastri murati da 'l piano della terra, per volgervi su gli archi, e tenere le travate per reggere il peso; altri che egli era bene voltarla di spugne, acciò fusse più leggieri il peso: e molti si accordavano a fare un pilastro in mezzo, e condurla a padiglione, come quella di S. Giovanni di Fiorenza. E non mancò chi dicesse che sarebbe stato bene empierla di terra e mescolare quattrini fra essa, acciò che volta, dessino licenzia che chi voleva di quel terreno potessi andare per esso; e così in un subito il popolo lo portasse via senza spesa. Solo Filippo disse che si poteva voltarla senza tanti legni e senza pilastri o terra, con assai minore spesa di tanti archi e facilissimamente senza armadura.

Parve a' Consoli, che stavano ad aspettare quel bel modo, et agli Operai et a tutti que' cittadini, che Filippo avesse detto una cosa da sciocchi, e se ne feciono beffe ridendosi di lui; e si volsono, e li dissono ch'e' ragionasse d'altro che quello era un modo da pazzi, come era egli. Perché, parendo a Filippo di essere offeso, disse: "Signori, considerate che non è possibile volgerla in altra maniera che in questa; e ancora che voi vi ridiate di me, conoscerete (se non volete esser ostinati) non doversi né potersi far in altro modo. Et è necessario, volendola condurre nel modo ch'io ho pensato, che ella si giri col sesto di quarto acuto, e facciasi doppia, l'una volta di dentro e l'altra di fuori, in modo che fra l'una e l'altra si cammini. Et in su le cantonate degli angoli delle otto facce con le morse di pietra, s'incateni la fabbrica per la grossezza similmente, con catene di legnami di quercia si giri per le facce di quella. Et è necessario pensare a' lumi, alle scale et ai condotti, dove l'acque nel piovere possino uscire. E nessuno di voi ha pensato che bisogna avvertire che si possa fare i ponti di dentro per fare i musaici et una infinità di cose difficili, ma io, che la veggo volta, conosco che non ci è altro modo né altra via da potere volgerla che questa ch'io ragiono". E riscaldato nel dire, quanto e' cercava facilitare il concetto suo, acciò che eglino lo intendessino e credessino, tanto veniva proponendo più dubbii che gli faceva meno credere e tenerlo una bestia et una cicala. Laonde, licenziatolo parecchie volte, et alla fine non volendo partire, fu portato di peso dai donzelli loro fuori dell'udienza, tenendolo del tutto pazzo. Il quale scorno fu cagione che Filippo ebbe a dire poi che non ardiva passare per luogo alcuno della città, temendo non fusse detto: "Vedi colà quel pazzo". Restati i Consoli nell'udienza confusi, e dai modi de' primi maestri, difficili, e da l'ultimo di Filippo, a loro sciocco, parendo loro come e' confondesse quell'opera con due cose: l'una era il farla doppia, che sarebbe stato pur grandissimo e sconcio peso; l'altra il farla senza armadura. Da l'altra parte Filippo, che tanti anni aveva speso nelli studii per avere questa opera, non sapeva che si fare e fu tentato partirsi di Fiorenza più volte. Pure volendo vincere gli bisognava armarsi di pazienza, avendo egli tanto di vedere, che conosceva i cervelli di quella città non stare molto fermi in un proposito. Averebbe potuto mostrare Filippo un modello piccolo che aveva fatto; ma non volle mostrarlo, avendo conosciuto la poca intelligenza de' Consoli, l'invidia degli artefici e la poca stabilità de' cittadini che favorivano chi l'uno e chi l'altro, secondo che più piaceva a ciascuno; et io non me ne maraviglio, facendo in quella città professione ognuno di sapere in questo quanto i maestri esercitati fanno, come che pochi siano quelli che veramente intendono: e ciò sia detto con pace di coloro che sanno. Quello, dunque, che Filippo non aveva potuto fare nel magistrato, cominciò a trattar in disparte, favellando or' a questo Consolo ora a quello Operaio, e similmente a molti cittadini, mostrando parte del suo disegno, gli ridusse che si deliberarono a fare allogazione di questa opera o a lui o a uno di que' forestieri. Per la qual cosa, inanimiti i Consoli e gli Operai e que' cittadini, si ragunarono tutti insieme, e gli architetti disputarono di questa materia; ma furon, con ragioni assai, tutti abbattuti e vinti da Filippo; dove si dice che nacque la disputa dell'uovo in questa forma: eglino arebbono voluto che Filippo avesse detto l'animo suo minutamente e mostro il suo modello, come avevano mostro essi il loro; il che non volle fare, ma propose questo a' maestri e forestieri e terrazzani, che chi fermasse in sur un marmo piano un uovo ritto, quello facesse la cupola, che quivi si vedrebbe l'ingegno loro. Tolto dunque un uovo, tutti qu' maestri si provarono per farlo star ritto, ma nessuno trovò il modo. Onde, essendo detto a Filippo ch'e' lo fermasse, egli con grazia lo prese e datoli un colpo del culo in sul piano del marmo, lo fece star ritto. Rumoreggiando gl'artefici che similmente arebbono saputo fare essi, rispose loro Filippo ridendo che gli arebbono ancora saputo voltare la cupola, vedendo il modello o il disegno. E così fu risoluto ch'egli avesse carico di condurre questa opera, e dettoli che ne informasse meglio i Consoli e gli Operai.

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