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Lo scarabeo nel formicaio

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Lo scarabeo nel formicaio
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Haira incrociò le braccia sui petto e tubò in risposta:

— È avvenuto quel che doveva avvenire! Ho raccontato loro della grandezza e della potenza della Grande Rupe, della Battaglia Scintillante, di colui che posa un piede nel Cielo e che vivrà quanto le macchine, ed essi si sono bagnati addosso per la paura. Mi hanno nutrito con un cibo gustoso e mi hanno parlato come dei sottoposti e sono venuti qui per inchinarsi al tuo cospetto.

I portatori di lancia si erano rispettosamente raccolti presso la veranda. Soltanto i condannati nudi non si erano mossi, aspettando rassegnati l’esecuzione. Il comandante rinfoderò la spada con pomposa lentezza. Non guardò più il bioplano. Si mise ad interrogare Haira in tono calmo e indifferente.

— Dove vivono?

— Hanno una grande casa nella pianura. Molto calda.

— Dove hanno preso questa macchina?

— Non so. Probabilmente sulla strada.

— Dovevi dirgli che tutto il cielo e tutta la terra appartengono alla Grande Rupe Potente.

— Gliel’ho detto. Ma le scarpe, una giubba e una cassa lucente appartengono a me. Non lo dimenticare poi, mio glorioso e forte.

— Sei uno stupido, — disse il capo con disprezzo. — Tutto appartiene alla Grande Rupe Potente. E tu avrai solo quello che ti spetterà. Dov’è il messaggio?

— Me l’hanno preso, — disse Haira, deluso.

— Due volte stupido. Questo ti costerà la pelle.

Haira si rabbuiò. Il capo lanciò un’occhiata vaga nello spazio fra Vadim ed Anton e disse:

— Che mostrino le scarpe.

Saul ringhiò e fece per uscire dal bioplano.

— Calma, calma, — disse Anton.

Il capo si soffiò melanconicamente il naso con le dita.

— E che cibo hai mangiato? — chiese.

— Marmellata. Cioè una specie di marmellata. È dolce e rallegra il palato.

Il capo parve riaflimarsi un poco.

— E ne hanno molta di questa roba?

— Moltissima! — gridò con entusiasmo Haira. — Però non farmi battere.

— Ho deciso, — disse il capo. — Che tornino a casa e mi portino tutta la marmellata e tutto il cibo che hanno. Non hanno carbone?

Haira guardò interrogativo Anton. Anton disse brusco:

— Esigi la libertà di quei condannati!

— Che dice? — chiese il capo.

— Chiede di non uccidere quei delinquenti.

— E come fai a capire quello che dice?

Haira indicò con entrambe le mani i cristalli mnemonici sulle sue tempie.

— Se ci si appoggia queste cose alla testa, si capisce il linguaggio degli altri come se fosse il proprio.

— Dammele, — ordinò il capo. — Anche queste sono proprietà della Grande Rupe Potente.

Tolse i cristalli ad Haira e dopo qualche tentativo infruttuoso riuscì ad applicarseli alla fronte. Anton disse subito:

— Lascia immediatamente liberi questi uomini che hanno meritato la libertà.

Il capo lo guardò stupito.

— Non puoi parlare così, — disse. — Ti perdono perché sei un plebeo e non conosci la mia lingua. Ora va’ a prendere tutto e ricordati di portare anche la lettera ed il disegno. — Si voltò verso i portatori di picche che l’ascoltavano con rispetto e urlò: — Che cosa volete voi qui, necrofili? Volete annusare le loro brache? Le brache di tutti quelli che parlano con me puzzano nello stesso modo! Andate a lavorare! Portate questa marmaglia nella conca. Via! Via!

I portatori di picche corsero via ridacchiando. Gli ex liberati, sospinti da loro, li precedevano lungo la strada. Il capo appioppò ad Haira un manrovescio che voleva essere amichevole e gli ordinò di levarsi di torno. Haira barcollò sotto il colpo e si precipitò a casa. Rimasto solo, il capo volse lo sguardo prima al cielo poi alle baracche, sbadigliò a lungo e rumorosamente, lanciò un’occhiata al bioplano, sputò a terra, e disse con voce annoiata, guardando altrove:

— Fate come vi ho detto. Tornate a casa e portatemi qui tutta la marmellata e gli altri cibi e andate nella conca, se volete restare vivi.

Vadim guardava quell’enorme corpo sudicio e provava una strana debolezza in tutte le membra. Si sentiva come se stesse tentando di scalare in sogno una ripida parete scivolosa. Anton gli mormorò ad un orecchio:

— Sta’ attento, Dimka. Non è un ragazzino come Haira.

— Non resisto più, — disse Saul con una strana voce incolore.

— Adesso lo strozzo.

— Glielo proibisco assolutamente, — disse Anton.

Il capo gridò, rivolgendosi verso la porta aperta:

— Arrostiscimi la carne, Haira, necrofio! E scaldami il letto! Oggi sono di buon umore. — Poi si volse di profilo rispetto al bioplano, alzò l’indice sporco e si mise a dire, guardando verso le montagne: — Adesso siete ancora istupiditi e impietriti per la paura. Però dovete sapere che in futuro, quando parlerete con me, sarete tenuti a inchinarvi e a premervi le palme delle mani sul petto. E non mi dovete guardare, perché siete plebei ed il vostro sguardo è immondo. Oggi vi perdono, ma un’altra volta vi farò bastonare. E un’altra cosa dovete tenere bene in mente, che le massime virtù sono l’obbedienza ed il silenzio. — Si infilò l’indice in bocca e cominciò a stuzzicarsi un dente. Il suo discorso divenne quasi incomprensibile. — Quando tornerete con la marmellata, il messaggio ed il disegno, vi svestirete e lascerete tutto sulla veranda. Io non verrò fuori. Poi andrete nelle baracche a prendere un camiciotto ai morti. Ne potete prendere solo uno a testa. — Sghignazzò all’improvviso. — Con due sudereste, quando siete al lavoro. Se volete, potete anche spogliare i vivi, ma solo quelli che hanno le unghie dorate…

Dalla porta aperta fece capolino Haira.

— Tutto è pronto, mio forte e glorioso, — comunicò.

— La vostra sorte non sarà cattiva, — continuava il capo. — La Grande Rupe Potente ha bisogno di uomini che sappiano muovere le macchine. Quando li avrà, potrà finalmente cominciare la guerra per la conquista delle terre che gli spettano di diritto! Ed allora la Grande Rupe Potente, — alzò di nuovo l’indice, — la Battaglia Scintillante, colui che posa un piede nel cielo e che vivrà quanto le macchine…

— Porco! — urlò Saul con voce assordante. Accanto alla testa di Vadim brillò la canna del disintegratore.

— Non deve farlo! — tuonò Anton.

Saul scostò Vadim e si impadronì del volante.

— Ah, non devo farlo? — gridò. — E che cos’è che devo fare? Aver pazienza e aspettare finché non spariscono le macchine? Va bene!

Uno strappo tremendo fece cadere Vadim fra i sedili. Saul aveva avviato il bioplano senza chiudere l’oblò. Si udì uno schianto. Una trave spezzata passò sopra la cabina. Il vento gelato fischiava nelle orecchie, il bioplano rollava paurosamente, e Vadim fece appena in tempo a vedere il capo rannicchiato carponi sulla veranda, con le enormi natiche rivolte verso il cielo, mentre il tetto della casa, rivoltato e ridotto in pezzi, crollava nel mezzo della strada. Vadim cercò di chiudere l’oblò. L’oblò non si chiudeva.

— Saul! — gridò Vadim. — Rallenti!

Saul non rispose. Guidava il bioplano lungo la strada, sulla quale già marciavano le colonne dei condannati diretti alla conca. Sedeva curvo, nascondendosi il volto sotto la piccola visiera del berretto. Teneva lo skorcer sulle ginocchia. Il bioplano procedeva a strappi irregolari, il vento contrario cercava di rovesciarlo.

Vadim continuava a tentare di chiudere l’oblò con una mano sola. Con l’altra reggeva la cassetta dell’analizzatore che gli era caduta sulle ginocchia. Saul mormorava fra i denti:

— Farabutti!… canaglie… boia… Volete le macchine? Ve le do io le macchine!… Volete terre da conquistare? Eccovi le terre!…

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