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Lo scarabeo nel formicaio

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Lo scarabeo nel formicaio
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Il prigioniero fece per slanciarsi sul pacchetto.

— Altolà, — fece Saul con voce minacciosa. — Di nuovo! Ti faccio vedere io!

Il prigioniero rannicchiò la testa nelle spalle. Evidentemente, era riuscito a capire il tono di voce di Saul. Anton prese il pacchetto, lo guardò e lo aprì. In una busta di ottimo cuoio c’erano un foglio ripiegato varie volte, un disegno e qualche pezzo di cerotto insanguinato.

— Capisce? — disse Saul. — Hanno strappato i cerotti ai feriti.

Anton ricordò gli uomini maciullati e strinse i denti.

— Questo deve essere il rapporto — disse dopo una pausa — sul nostro arrivo. Vadim! — chiamò.

Il prigioniero improvvisamente si mise a parlare. Parlava in fretta, dandosi dei pugni sul petto. Il suo volto esprimeva terrore e disperazione, in strano contrasto con le intonazioni brusche e persino sarcastiche della sua voce. Vadim scese nella sala e si fermò alle spalle del prigioniero, tendendo le orecchie. Il prigioniero tacque e si coprì il volto con le mani.

— Guarda, Vadim, — disse Anton, porgendogli il foglio.

— Oh! — disse Vadim. — Una lettera! Magnifico! Questo ci riduce il lavoro a metà!

Prese il prigioniero per una manica e lo condusse nella sala dei comandi, guardando nel frattempo il foglio. Il prigioniero lo seguì docilmente. Saul studiava attentamente il disegno.

— Non sono uno specialista, — disse infine, — ma, secondo me, è uno schizzo esatto del carro armato che abbiamo ispezionato nella conca. Se lo ricorda?

Passò il disegno ad Anton. Il disegno era stato fatto con molta cura con inchiostro azzurro, ma sulla carta c’erano molte ditate. Era la pianta, probabilmente esattissima, della cabina del veicolo. Alcuni fori erano contrassegnati da rozze crocette rosse, altri erano cancellati. Anton sbadigliò e si stropicciò gli occhi. Ma guarda, pensò fiacco. Che bei disegni fanno gli schiavisti.

— Senta, capitano, — disse Saul, — vada a dormire. Tanto finché il nostro linguista non avrà finito, qui non c’è bisogno di lei.

— Crede?

— Ne sono sicuro.

La voce di Vadim dalla sala dei comandi ordinò:

— Caffè e marmellata.

— Arriva! — gridò Saul. — Vada Anton, vada.

— Non me ne vado, — disse Anton. — Resterò qui.

Abbassò le palpebre e smise di opporre resistenza. Dormì un sonno inquieto: di tanto in tanto si svegliava e apriva gli occhi. Vide Saul che passava in punta di piedi reggendo in una mano un barattolo vuoto e nell’altra una caffettiera. Vide poi Saul che portava un vassoio nella sala dei comandi, e nel quadrato giunse un odore di pomodoro. Poi Saul sedette al tavolo e si mise a succhiare la pipa vuota, fissando attentamente Anton. Dalla sala dei comandi giungevano voci monotone. «Su-o… Mu-u… Bu-u…» diceva Vadim, e l’analizzatore ripeteva meccanicamente: «Su-a… Ma-a… Bu-a… Lavorare, karosuu… Lavoratore, karobu… Diventare un lavoratore, karomuu…». Anton si addormentava e tornava a svegliarsi. La voce di Vadim aleggiava incomprensibile: «Rupe lucente, grande e possente… idai-hikari… tika — udo…», e la voce stridula del prigioniero correggeva: «Tiko-o… udo-o…». Vadim gridava: «Saul! Caffè!». «E già la terza caffettiera!» Saul borbottava scontento.

Poi Anton si svegliò e sentì che non aveva più voglia di dormire. Saul non era nella sala. Dal piano di sopra echeggiava la voce ormai rauca di Vadim: «Sorinaka-ba… torunaka-bu… capunori-cu…». Il prigioniero tubava qualcosa in risposta con voce di basso. Anton guardò l’orologio. Erano le tre del mattino, ora locale. Bravo il nostro superlinguista, pensò Anton con rispetto. Improvvisamente fu preso dall’impazienza. Bisognava concludere.

— Dimka! — gridò. — Come va?

— Ti sei svegliato? — rispose Vadim senza fiato. — Ora scendiamo. Aspettavamo che fossi pronto.

Saul si affacciò sulla soglia della sua cabina, dalla quale uscivano nuvole di fumo.

— È già ora? — si informò.

— Venga Saul, — disse Anton. — Ora cominciamo.

Saul sedette in poltrona e gettò sul tavolo il disegno. Dalla sala dei comandi scese barcollando il prigioniero. Aveva le guance sporche di marmellata. Si fermò senza guardare nessuno e cominciò a lanciare occhiate di canina venerazione verso Vadim, che stava scendendo con la grossa scatola lucida dell’analizzatore. Accostatosi alla tavola, Vadim posò l’analizzatore e crollò su una poltrona. Il suo volto esprimeva tripudio.

— Sono un genio! — comunicò con voce spenta. — Sono in-tel-li-gen-tis-si-mo! Sono una rupe grande e potente! Hikaritiko-udo!

A queste parole il prigioniero smise di leccarsi le dita e incrociò rispettosamente le braccia sul petto.

— Vedete? — esclamò Vadim, volgendo una mano nella sua direzione. Poi declamò:

Per qualsiasi occasione C’è qui lo specialista: L’astronave dispone Del linguista superstrutturalista.

Anton lo guardò soddisfatto. Sulle tempie Vadim portava le piccole corna gialle dei cristalli mnemonici. Anche il prigioniero portava sulle tempie le piccole corna gialle dei cristalli mnemonici. Parevano dei giovani diavoli di buon carattere. No, il prigioniero sembrava piuttosto un vitello.

— Vi avverto, — dichiarò Vadim, — non bisogna rivolgergli domande astratte. È tonto come pochi. Ha una cultura da seconda elementare. — Si alzò e diede un paio di cristalli mnemonici sia a Saul che ad Anton. — Pensa solo in modo concreto. — Si girò verso il prigioniero: — Ringa bosi-ma?

«Vuoi della marmellata?», capì Anton.

Il prigioniero sorrise eccitato e di nuovo incrociò le braccia sul petto.

— Ecco, vedete? — disse Vadim. — Vuole dell’altra marmellata. Ma gli toccherà aspettare un po’. Cominciamo.

Anton rimase imbarazzato. Si era accorto improvvisamente di non avere la minima idea sul modo di condurre un interrogatorio. Vadim e Saul lo guardavano attendendo l’inizio. Il prigioniero si dondolava a destra e a sinistra con aria tetra.

— Come si chiama? — chiese Anton con la massima delicatezza. La diffidenza e l’indubbia paura del prigioniero lo mettevano a disagio.

Il prigioniero lo guardò stupito.

— Haira, — rispose smettendo di dondolare.

«Del dan dei colli», capì Anton.

— Molto piacere, — disse. — Mi chiamo Anton.

Lo stupore sul volto di Haira aumentò.

— Mi dica, per favore, Haira, che lavoro fa?

— Io non lavoro. Sono un guerriero.

— Vede, — disse Anton, — probabilmente lei si sente offeso per la violenza che siamo stati costretti ad usare nei suoi confronti. Ma la prego di non aversela a male. Non avevamo altra via d’uscita.

Il prigioniero appoggiò le braccia sui fianchi, sporse in fuori il labbro inferiore e si mise a guardare oltre Anton. Saul tossicchiò e si mise a tamburellare sul tavolo con le dita.

— Non deve aver paura, — continuò Anton. — Non le faremo nulla di male.

Il volto del prigioniero assunse un’espressione chiaramente altezzosa. Guardatosi intorno, si spostò, andò a sedersi al fianco di Anton e accavallò le gambe. Si sente a suo agio, pensò Anton. È un bene. Vadim, semisdraiato sulla poltrona, osservava la scena con soddisfazione. Saul smise di tamburellare con le dita e cominciò a battere la pipa sul tavolo.

— Vorremmo rivolgerle alcune domande, — continuò Anton in tono più sollevato, — perché ci è indispensabile sapere che cosa stia succedendo qui.

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