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Lo scarabeo nel formicaio

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Lo scarabeo nel formicaio
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— Oh Signore! — esclamò Saul. — È pieno di bestiacce.

— Di che cosa?

— Di pidocchi, direi. Per prima cosa bisognerà lavarlo e disinfettare tutto…

Eccone ancora una, pensò Anton. Saul, come se indovinasse i suoi pensieri, aggiunse:

— Non si preoccupi, lo farò io. Speriamo che non crepi di paura quando farà il suo primo bagno.

Anton guidava il bioplano alla velocità massima, tenendosi a cento metri di quota. La piccola luna bianca si trovava quasi allo zenit, la falce rossa della seconda luna era già tramontata, ed un terzo satellite, roseo e piatto, si stava levando sull’orizzonte bianco. Vadim si scosse, sbadigliò rumorosamente e borbottò: — Mi hai curato? — e di nuovo si addormentò.

— Che cosa sta facendo? — chiese Anton. Era tanto stanco che non aveva voglia di voltarsi.

— Chi?

— Il prigioniero.

— Sta sdraiato. Puzza. Da parecchio non sentivo un puzzo simile…

Da un pezzo, pensò Anton. A me non è mai capitato di sentirlo. E ne avrei volentieri fatto a meno… Saul ha ragione: avevano fatto male ad invischiarsi in quella storia. Saul è in gamba. Si trattava veramente di un sistema. Era il sistema dello schiavismo. Schiavi e padroni. Però io avevo sempre pensato che gli schiavi devoti si incontrassero solo nei libri dozzinali… Lo schiavo devoto. Che schifo! Va bene, però ormai è fatta, per tirarsi indietro è tardi e faremmo anche la figura degli sciocchi. Se non altro scopriremo come stanno le cose. Sì, ma non era quello l’essenziale… Anche se avessi capito subito che cosa sta succedendo qui, non avrei certo potuto voltare le spalle… alla conca, dove le macchine schiacciavano gli uomini… a quel villaggio sudicio… Interessante, avrebbe tollerato il Consiglio Mondiale l’esistenza di un pianeta basato sullo schiavismo? Sentì improvvisamente tutta l’enormità del problema. Finora questa alternativa non si era mai presentata: si poteva o no intervenire nelle sorti di un altro pianeta? Gli abitanti di Leonida e di Tagora erano troppo diversi dagli uomini. La psicologia dei Leonidiani era ancora un mistero, e nessuno poteva dire quale fosse il regime sociale sul loro pianeta… Quanto agli umanoidi di Tagora, avevano da chiedere tanto poco alla natura, che non si capiva come avessero fatto a sviluppare la loro tecnica… Ma qui, su Saul, il problema era completamente diverso. Non c’era nessun altro posto in cui i rapporti sociali assumessero una forma tanto mostruosa e tuttavia, a quanto pareva, tanto universalmente accettata. I Sauliani parevano fratelli degli uomini, fratelli ancora molto giovani, immaturi e crudeli… E come se non bastasse ci si mettevano pure quelle stupide macchine degli alieni…

In lontananza, sulla piana azzurra comparve un puntolino nero. Ecco l’astronave, pensò Anton. E lì accanto, sotto la neve, c’erano i morti. Che strano, è passato appena un giorno e già mi sono abituato. Come se tutta la vita non avessi fatto altro che girare fra cadaveri nudi nella neve. L’uomo si adatta con facilità. Adattamento psicologico. Strano. Forse dipende dal fatto che in fin dei conti non sono uomini. Sulla Terra, sarei già diventato pazzo. No, sarei rimasto intontito…

Diminuendo la velocità, descrisse un cerchio intorno alla navicella.

Vedere il cono nero, che conosceva così bene, lo confortò. L’astronave sulle colline azzurre gettava due ombre dai contorni netti: una breve e nera, l’altra lunga e rossa. Il bioplano atterrò davanti all’entrata. La neve, gelando, aveva formato intorno alla nave un campo di ghiaccio. Anton si voltò verso Vadim e gli diede una manata sul ginocchio.

— Che c’è? — chiese Vadim con voce assonnata.

— Sveglia!

— Lasciami in pace…

— Alzati, Dimka. Siamo arrivati all’astronave.

— Adesso, — disse Vadim, aprendo le labbra con uno schiocco. — Ancora un minuto…

— Gli faccio il solletico? — propose Saul.

Vadim aperse subito gli occhi e si alzò.

— Ah sì, l’astronave… Capisco.

Uscirono sul ghiaccio scivoloso. L’aria gelata mozzava il fiato. Si sentiva Vadim che batteva i denti. Saul afferrò il prigioniero per il bavero. Che starà pensando quel poveretto? si chiese Anton.

— Salite, — disse Saul, — io lo porto direttamente al bagno. Entrarono nell’astronave, chiusero l’oblò e Anton, sospingendo Vadim, sali verso il quadrato. Vadim dormicchiava, battendo i denti. Dal piano inferiore risuonò un urlo terribile del prigioniero. Vadim si riscosse.

— Che cosa gli sta facendo? — chiese allarmato.

— Lo vuole lavare, — spiegò Anton. — È pieno di parassiti.

Si sentì la voce di Saul.

— Cammina con le tue gambe, la fatica non ti ammazzerà…

La porta del bagno sbatté. Anton e Vadim entrarono nel quadrato e si gettarono sulle poltrone.

— Cara, vecchia astronave, — disse Vadim. — Come si sta bene, come è pulita!

Anton stava ad occhi chiusi.

— Ti fa male? — chiese.

— Mi prude…

— Vuoi dire che va tutto bene… Senti, cosa ti occorre per lavorare?

— Il calcolatore, — rispose Vadim. — Metà della sua memoria interna. Entrambi gli analizzatori. Molto caffè per me e qualche leccornia per il prigioniero. Fra un paio d’ore te lo troverai qui davanti a parlare del senso della vita.

Dal piano inferiore giunsero di nuovo grida, rumore di oggetti smossi e scalpiccio di piedi nudi.

— Dove vai? — tuonò Saul. — Vieni qui… Sta’ fermo!

— Com’è bravo a lavarlo, — disse Vadim con ammirazione. — Forse gli è andato un po’ di sapone negli occhi… Però Saul sbaglia il tono della voce. Per il prigioniero gli urli non sono altro che implorazioni. Il tono di comando è questo: — e Vadim, allungato il collo, emise degli insopportabili strilli queruli.

— Sembri un gattino a cui abbiano pestato la coda, — disse Anton.

— Sì, è lo stesso tono!

— Va bene, ti lascerò la sala dei comandi… Ti porterò tutto il necessario.

Vadim lo scrutò con attenzione.

— Ma tu, caro mio, sembri un limone spremuto, — disse.

— Beh, un po’ lo sono… La tua ferita non era grave, ma mi sono stancato. Sai, stanca molto.

— Mettiti a dormire. Me la cavo da solo. Saul mi porterà tutto.

— Non preoccuparti, — disse Anton. — Questo è lavoro mio. Va’ a prepararti, — aggiunse scuotendo una mano.

Vadim si alzò.

— Ti consiglio di dormire un po’, — si avviò verso la sala dei comandi, ma ad un tratto si fermò. — Hanno poi preso i vestiti?

Lì per lì Anton non capì, ma poi disse:

— Per la verità non lo so… Non ricordo… Però erano molto arrabbiati con noi.

— Che razza di pasticcio! — disse Vadim. — Non ci capisco niente. Perché mi ha infilzato con la spada?

Scosse il capo e si diresse verso la sala dei comandi. Anton si addormentò subito. Sognò di essere andato in cucina, di aver preparato molto caffè, di aver portato la caffettiera e le conserve nella sala dei comandi, di essersi sentito dire di levarsi di torno, di essersene andato nella sua cabina e di essersi seduto al tavolino a scegliere il programma del volo di ritorno. Però aveva un gran sonno, e non riusciva a trovare altro che i programmi dei suoi voli precedenti. Poi Saul lo svegliò.

— Ecco, — disse Saul.

Davanti ad Anton c’era un biondino snello in calzoncini e in giubbotto sintetico, dagli occhi neri e spaventati.

— Le piace? — chiese Saul sarcastico.

Anton si mise a ridere.

— È una bella razza, — disse. — Salve, fratello minore.

Il fratello minore lo fissava con occhi tondi di paura. Sembra simpatico, pensò Anton.

— E questo lo aveva sotto la pelliccia, — disse Saul e posò sul tavolo un pacchetto rigido.

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