Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]
- Автор: Хайнлайн Роберт Энсон
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- ISBN: 978-88-04-33638-9
- Переводчик: Riccardo Valla
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il pianeta del miraggio [Job: A Comedy of Justice - it]». Краткое содержание книги:
Nominato per il premio Nebula per il miglior romanzo in 1984.
Nominato per il premio Hugo per il miglior romanzo in 1985.
«Certo! Oh, caro, anch’io voglio allontanarmi dal Texas! Ho ancora paura, sai!»
«Non sei l’unica ad averla!»
«Però…»
«“Però” cosa? E non fare quella faccia afflitta.»
«Alec, sono quattro giorni che non faccio un bagno!»
Trovammo il gioielliere, e trovammo il numismatico. Spesi circa metà di quel denaro e tenni il resto per il viaggio e per altre cose di quel mondo: la cena, per esempio, che ci affrettammo a fare non appena chiusero i negozi. L’hamburger che avevamo mangiato a Gainesville era ormai lontano nel tempo e nello spazio. Poi mi informai sugli autobus diretti a nord — Oklahoma City, Wichita, Salina — e venni a sapere che ce n’era uno quella sera stessa, alle dieci. Presi i biglietti e pagai un dollaro di supplemento per riservare i posti. Poi cominciai a spendere e a spandere come un marinaio ubriaco: prendemmo una stanza in un albergo davanti alla stazione degli autobus, pur sapendo che avevamo a disposizione solo un paio d’ore prima di partire.
Ma ne valse la pena. Bagni caldi per tutt’e due, uno alla volta, perché uno di noi doveva rimanere vestito e tenere con sé tutti gli abiti, i gioielli e le monete d’argento, mentre l’altro si faceva il bagno e si asciugava. E doveva tenere anche il mio rasoio, che ormai era divenuto un simbolo: significava che eravamo riusciti a battere Loki al suo stesso gioco.
E biancheria nuova e pulita, acquistata en passant, mentre trasformavamo in valori i biglietti di carta.
Quando tutt’e due ci fummo lavati e messi in ordine, rimaneva solo il tempo di andare a prendere l’autobus. Salimmo ai nostri posti, tirammo indietro lo schienale, Marga mi appoggiò la testa sulla spalla e, mentre l’autobus iniziava il suo viaggio verso il nord, ci addormentammo tutt’e due.
Mi svegliai dopo qualche tempo perché la strada era molto accidentata. Eravamo seduti alle spalle del guidatore, e io gli chiesi: «Che cos’è? Una deviazione?» Avevamo percorso in senso inverso quella strada, dodici ore prima, e non ricordavo che ci fossero delle buche.
«No» rispose lui. «Siamo entrati nell’Oklahoma, nient’altro. Non ci sono molte strade asfaltate nell’Oklahoma. Qualche pezzo attorno a Oklahoma City, e un tratto fra qui e Guthrie.»
Le nostre parole avevano svegliato Margrethe; alzò la testa e chiese: «Che cosa c’è?»
«Niente, cara. È solo Loki che si diverte. Dormi pure.»
21
Guidavo un carro a cavalli, e la cosa non mi piaceva affatto. Faceva caldo, e la polvere sollevata dal cavallo mi si impiastricciava sulla pelle sudata, le mosche non mi davano tregua, e non spirava un alito di vento. Eravamo nella zona in cui il Missouri e il Kansas confinano con l’Oklahoma, ma non conoscevo bene la mia posizione. Da giorni non vedevo una carta geografica e dalle strade erano spariti i segnali per gli automobilisti… dato che non esistevano le automobili.
Nelle ultime due settimane (più o meno: non tenevo più il conto dei giorni) avevamo sofferto la pena di Sisifo: avevo incontrato una ridicola frustrazione dopo l’altra. Vendere i dollari d’argento a qualche negoziante in cambio della valuta del luogo? Nessun problema; l’avevo fatto molte volte. Ma non sempre ci era stato utile.
Una volta avevo ceduto alcune monete d’argento e avevamo ordinato la cena, quando, bum, c’era stato un altro cambiamento di mondo e noi eravamo rimasti a digiuno. Un’altra volta ero stato vergognosamente imbrogliato, e alle mie rimostranze l’acquirente mi aveva detto: «Amico, il possesso di queste monete è illegale, e lei lo sa. Le ho offerto qualcosa lo stesso, perché lei mi è simpatico. Cosa fa, accetta o preferisce che faccia il mio dovere di cittadino?»
Avevo accettato. Ma il denaro di carta che mi aveva dato in cambio di cinque once d’argento non era stato sufficiente a pagare un pasto per me e Marga in un ristorante dei dintorni chiamato “Mom’s Diner”.
Questo avvenne in un affascinante paesino che si chiamava (come lessi in un cartello posto ai confini dell’abitato):
Ci tenemmo alla larga anche noi. Due settimane erano trascorse, e non eravamo riusciti neppure a percorrere i trecento chilometri da Oklahoma City a Joplin, Missouri. Avevo dovuto accettare, mio malgrado, di passare per Kansas City (ma contavo di rimanerci il meno possibile, perché un cambiamento di mondo poteva metterci in balia di Abigail) perché a Oklahoma City mi era stato detto che l’unica strada possibile per raggiungere Wichita era la deviazione attraverso Kansas City. Eravamo regrediti all’epoca del calesse e dei cavalli.
Quando consideriamo l’età della terra, dalla creazione (4004 a.C.) all’Anno del Signore 1994 — vale a dire 5998 anni, che per comodità arrotonderemo a 6000 — una novantina d’anni non è molto, rispetto a 6000. E questo era appunto il tempo che era trascorso, nel mio mondo, dall’epoca dei carri a cavalli. Mio padre era nato in quell’epoca (1909), e il mio nonno paterno non solo non aveva mai posseduto un’automobile, ma si era sempre rifiutato di salire su una. Diceva che erano fabbricate dal diavolo, e citava alcuni versetti di Ezechiele che, secondo lui, lo confermavano. Forse aveva ragione.
Ma l’epoca dei carri a cavalli ha effettivamente i suoi difetti. Ce ne sono alcuni ovvi, come l’assenza di servizi igienici interni, dei condizionatori d’aria e della medicina moderna. Ma per noi ce n’era un altro, meno ovvio ma importante: se non ci sono camion e automobili, è impossibile fare l’autostop. Oh, a volte è possibile farsi portare su un carro agricolo… ma la differenza di velocità tra un uomo che va a piedi e un cavallo che va al passo non è molto grande. Quando potevamo, accettavamo un passaggio, ma in qualsiasi caso, una ventina di chilometri al giorno era già una buona media: fin troppo buona, anzi, perché non ci rimaneva tempo per lavorare.
C’è un vecchio paradosso, Achille e la tartaruga, in cui a ogni passo la distanza tra voi e la vostra meta si dimezza. Domanda: Quanto vi occorre per raggiungerla? Risposta: Non riuscirete mai ad arrivarci.
Ecco il nostro “progresso” da Oklahoma City a Joplin.
Inoltre, c’era un’altra cosa che mi preoccupava. Ero sempre più convinto di dovermi aspettare da un momento all’altro il giudizio finale… e Margrethe non si era ancora convertita. Eppure, avevo la folle impressione (oltre alla mia convinzione paranoica che tutti quei cambiamenti di mondo fossero indirizzati contro di me, personalmente) che la fine del nostro viaggio fosse essenziale per la salvezza dell’anima di Margrethe. E ora temevo che, a causa di quei ritardi, il giorno del giudizio venisse mentre eravamo ancora in viaggio.
Continuavo a cercare qualche lavoro (lavare piatti o altro) anche se avevamo ancora monete d’argento e d’oro da vendere. Ma i motel erano scomparsi, gli alberghi erano diventati rari, e il numero dei ristoranti era diminuito, come ci si poteva aspettare in un’economia dove si viaggiava poco e la gente mangiava a casa.
Era più facile trovare lavori nelle stalle. Ma io preferivo lavare i piatti, anziché spalare letame., soprattutto perché avevo un solo paio di scarpe.
Potete chiedervi perché non salissimo come clandestini sui treni merci. Per prima cosa non sapevo come si facesse, dato che non avevo mai avuto occasione di farlo. E, soprattutto, temevo per Marga. Oltre al pericolo di cadere da un carro in movimento, c’era il rischio di trovare dei malintenzionati: vagabondi, ubriachi e mezzi delinquenti. Perciò evitammo sempre le ferrovie.
Ero in cassetta e guidavo quel carro (Dio, che giornata calda!… “tempo da cicloni” l’avrebbe definito mia nonna Hergensheimer) come corollario di un lavoro in una stalla. Come sempre, avevo smesso dopo il primo giorno, e avevo spiegato al mio datore di lavoro che dovevamo ripartire per Joplin: la madre di Margrethe era laggiù ed era ammalata.