Il sole nudo [The Naked Sun - it]
- Автор: Азимов Айзек
- Серия: Elijah Baley e R. Daneel Olivaw (it) #3
- Год: 1957
- Язык: итальянский
- Год: Mondadori
- Переводчик: Beata Della Frattina
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «Il sole nudo [The Naked Sun - it]». Краткое содержание книги:
Ancora una volta un caso da risolvere.
Ancora una volta Uomo e Robot assieme.
Naturalmente, ancora una volta Baley e Olivaw.
E ricomincia il sottile duello tra uomo e robot, tra istinto e ragione. Un argomento che molti tratterebbero con superficiale banalità , ma che nella penna di Asimov raggiunge livelli di incredibile meraviglia.
Sarà l’uomo a piegarsi alla razionalità del robot, oppure R. Daneel Olivaw comprenderà i meccanismi illogici del cervello umano?
Ancora una meravigliosa avventura che lascerà il lettore estasiato.
La coppia più riuscita di tutta la letteratura di fantascienza.
Ancora una perla del geniale good doctor Isaac Asimov.
Un romanzo degno del precedente (Abissi d’Acciaio) e un preludio eccellente al meraviglioso seguito: I Robot dell’Alba.
Ma Attlebish lo interruppe. «Ci lasci ascoltare, Leebig!»
Baley si morse un labbro per impedirsi un prematuro sfoggio di soddisfazione per l'ovvia mancanza di simpatia nella voce del capo della Sicurezza. «Nella stessa discussione» proseguì «in cui lei ha menzionato robot con membra distaccabili, dottor Leebig, ha anche parlato di astronavi con cervello positronico incorporato. Quella volta ha proprio parlato troppo. Era perché sono solo un terrestre incapace di capire le implicazioni della robotica? O era perché l'avevo minacciata di presenza personale e poi avevo ritirato la minaccia, e c'era un po' di delirio nel sollievo? In ogni caso il dottor Quemot mi aveva già detto che l'arma segreta di Solaria contro i Mondi Esterni era il robot positronico.»
Quemot, così inaspettatamente tirato in ballo, sobbalzò violentemente e gridò: «Io intendevo dire…».
«Intendeva dire sociologicamente, lo so. Ma ha dato l'avvio a certi pensieri. Consideriamo un'astronave con cervello positronico incorporato e paragoniamola con una fornita di equipaggio umano. In una guerra operativa un equipaggio umano non potrebbe usare i robot. Un robot non potrebbe distruggere esseri umani di una nave nemica o di mondi nemici. Non afferrerebbe la distinzione tra esseri umani amici e nemici.
«Naturalmente a un robot si può dire che la nave nemica non ha esseri umani a bordo. Gli si può dire che c'è un pianeta disabitato che dev'essere bombardato. Ma questo sarebbe difficile farglielo ingoiare. Un robot vedrebbe che la sua nave porta esseri umani; saprebbe che il suo mondo è pieno di esseri umani. Darebbe per scontato che la stessa cosa è vera per le navi nemiche e per i mondi nemici. Ci vorrebbe un vero esperto di robotica, come lei, dottor Leebig, per controllarlo in un caso del genere, e di esperti come lei ce ne sono pochi.»
«Ma mi sembra che un'astronave con un proprio cervello positronico attaccherebbe allegramente qualunque nave dovesse attaccare. Darebbe naturalmente per scontato che tutte le altre navi sono senza uomini. Una nave con cervello positronico potrebbe essere facilmente resa incapace di ricevere messaggi dalle navi nemiche, che potrebbero ingannarla. Con le armi e le difese sotto l'immediato controllo di un cervello positronico sarebbe molto più manovrabile di qualsiasi equipaggio umano. Senza locali per l'equipaggio, per le provviste, per l'acqua, per i purificatori d'aria, potrebbe portare più corazzatura, più armi ed essere più invulnerabile di qualunque altra nave. Una nave con cervello positronico potrebbe distruggere flotte di navi ordinarie. Sbaglio?»
L'ultima domanda era stata sparata al dottor Leebig, che si era alzato e stava dritto, rigido, quasi catalettico per… cosa? Ira? Orrore?
Non ci fu risposta. Nessuna risposta poteva essere data. Si era spezzato qualcosa e ora gli altri gridavano come pazzi. Klorissa aveva il volto di una Furia, e anche Gladia era in piedi, agitando minacciosamente nell'aria il piccolo pugno.
E tutti erano rivolti a Leebig.
Baley si rilassò e chiuse gli occhi. Cercò per qualche istante di sciogliere i muscoli, di scongelare i tendini.
Aveva funzionato. Finalmente aveva premuto il pulsante giusto. Quemot aveva fatto un'analogia tra i robot solariani e gli iloti spartani. Aveva detto che i robot non si sarebbero mai ribellati per cui i solariani potevano rilassarsi.
Ma che cosa sarebbe successo se degli uomini minacciavano d'insegnare ai robot come far del male agli esseri umani, di renderli, in altre parole, capaci di ribellarsi?
Non sarebbe stato l'estremo delitto? A quest'idea ogni solariano non si sarebbe rivoltato ferocemente contro chiunque fosse anche solo sospettato di rendere un robot capace di far del male a un essere umano? Su Solaria, dove i robot sopravanzavano in numero gli esseri umani nella proporzione di ventimila a uno?
Attlebish gridò: «Lei è in arresto. Le è assolutamente proibito toccare i suoi libri e le sue registrazioni finché il governo non abbia modo di ispezionarli…». Continuava a parlare quasi incoerentemente, appena udibile nel pandemonio.
Un robot si avvicinò a Baley. «Un messaggio, padrone, da padron Olivaw.»
Baley prese con gravità il messaggio, lo srotolò per poi gridare: «Un momento!».
La sua voce ebbe quasi un effetto magico. Tutti si voltarono a guardarlo solennemente e in nessun volto (a parte lo sguardo fisso di Leebig) c'era segno di nulla che non fosse una spasmodica attenzione per il terrestre.
Baley disse: «È stupido aspettarsi che il dottor Leebig non tocchi le sue registrazioni in attesa che giunga ad esaminarle un funzionario governativo. Così, prima che incominciasse questa riunione, il mio collega, Daneel Olivaw, è partito per la tenuta del dottor Leebig. È appena atterrato e tra un momento sarà con il dottor Leebig per poterlo mettere in detenzione».
«Detenzione!» ululò Leebig, quasi con terrore animalesco. Gli occhi gli si spalancarono fino all'inverosimile. «Viene qui qualcuno? Presenza personale? No! No!» Il secondo “No” fu un grido acuto.
«Non le verrà fatto del male» disse freddo Baley «se coopererà.»
«Ma io non voglio vederlo. Non posso vederlo.» Il robotista cadde sulle ginocchia senza neanche sembrare conscio del movimento. Unì le mani in un disperato gesto di appello. «Che cosa vuole? Vuole una confessione? Il robot di Delmarre aveva le braccia distaccabili. Sì. Sì. Sì. Ho organizzato io l'avvelenamento di Gruer. Ho organizzato anche la faccenda della freccia. Ho anche progettato le astronavi che ha detto. Non ho avuto successo ma, sì, le ho progettate. Solo, tenga lontano quell'uomo. Non lo faccia venire. Lo tenga lontano!»
Stava farfugliando.
Baley annuì. Un altro pulsante giusto. La minaccia di una presenza personale avrebbe funzionato meglio di una tortura fisica per indurlo a confessare.
Ma poi, a qualche rumore o movimento fuori campo, Leebig torse il capo e spalancò la bocca. Alzò le mani, come per tenere a distanza qualcosa.
«Via» implorava. «Va' via. Non ti avvicinare. Ti prego, non ti avvicinare. Ti prego…»
Arrancava sulle mani e sulle ginocchia, poi la mano gli corse improvvisamente alla tasca della giacca. Ne tirò fuori qualcosa che portò rapidamente alla bocca. Inghiottì due volte, poi cadde prono.
Baley avrebbe voluto gridare: idiota, non è un essere umano quello che sta arrivando; è soltanto uno dei robot che ami tanto.
Daneel Olivaw entrò in campo e per un istante fissò la figura accartocciata a terra.
Baley trattenne il fiato. Se Daneel si fosse reso conto che era stata la sua pseudoumanità a uccidere Leebig, l'effetto sul suo cervello, schiavo della Prima Legge, avrebbe potuto essere drastico.
Ma Daneel si limitò a inginocchiarsi, con le dita delicate che toccavano qua e là. Poi sollevò il capo di Leebig come se fosse infinitamente prezioso per lui, cullandolo, accarezzandolo.
Il suo bel volto scolpito fissava gli altri. Sussurrò: «È morto un essere umano!».
Lei aveva chiesto un ultimo colloquio e Baley la stava aspettando. Ma quando lei apparve gli si spalancarono gli occhi.
«Ti vedo» disse.
«Sì» disse lei. «Come hai fatto a capirlo?»
«Hai i guanti.»
«Oh.» Si guardò confusa le mani. Poi, a voce bassa: «Ti dispiace?».
«No, naturalmente no. Ma perché hai deciso di vedermi, invece di visionarmi?»
«Be'» lei sorrise debolmente. «Dovrò abituarmici, no, Elijah? Voglio dire, se vado su Aurora.»
«Allora è tutto sistemato?»
«Sembra che mister Olivaw abbia dell'influenza. È tutto sistemato. Non tornerò mai più indietro.»
«Bene. Sarai più felice, Gladia. So che lo sarai.»
«Ho un po' di paura.»
«Lo so. Vuol dire che dovrai vedere in continuazione, e poi non avrai tutte le comodità che avevi su Solaria. Ma ci farai l'abitudine e, quel che più conta, dimenticherai tutto il terrore attraverso cui sei passata.»