Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]
- Автор: Сигурдардоттир Ирса
- Серия: Thora Gudmundsdottir #1
- Год: 2006
- Язык: итальянский
- Год: Sperling & Kupfer
- ISBN: 9788820041724
- Переводчик: Paolo Maria Turchi
- Жанр: Криминальные детективы
Электронная книга - «Il cerchio del male [Þriðja táknið - it]». Краткое содержание книги:
Le storie e le descrizioni dei riti e delle trovate di maghi e stregoni erano grottesche. A quanto si leggeva, si aveva a che fare con persone dotate di poteri sovrumani e capaci, tra l’altro, di scatenare venti e bufere, volare, mutare esseri umani in bovini e altri animali, causare impotenza negli uomini o addirittura creare l’illusione della perdita temporanea del membro maschile. Buona parte di un capitolo, per esempio, era dedicata alla prolungata disquisizione sul dubbio se tale mancanza temporanea fosse un incantesimo o una perdita vera e propria. E comunque, anche dopo un’attenta lettura, a Thora non riuscì di capire quale fosse la conclusione degli autori. Per procacciarsi i poteri illimitati di cui sopra, gli adepti alla stregoneria si sarebbero sottoposti a indicibili sacrifici, di cui facevano parte il cannibalismo (cucinare e divorare bambini) e gli atti perversi con il diavolo in persona.
Pur non essendo esperta di psicologia, Thora si convinse presto che gli autori soffrissero di qualche malattia mentale, forse esacerbata dal voto di castità giurato comunemente dai frati domenicani. Si sarebbe così spiegato anche l’astio sfrenato che gli stessi autori mostravano verso tutte le creature di sesso femminile. Il ribrezzo e la nausea impregnavano ogni disquisizione sull’animo femminile, lasciando Thora allibita e indignata. Le argomentazioni per dimostrare quanto tutte le donne fossero per natura malriuscite e diaboliche erano di una tale assurdità da spingere i due autori a sostenere che l’imperfezione del sesso debole fosse da addebitare alla costola utilizzata da Dio per creare la femmina: essendo piegata verso l’interno, aveva prodotto un essere deforme, mentre se Dio avesse utilizzato uno stinco, le donne sarebbero state perfette. Tutto ciò veniva adoperato per convincere il lettore della corruttibilità estrema dell’animo femminile alle tentazioni del diavolo, ergo la maggior parte delle donne erano streghe. Anche i poveri ricevevano però la loro dose di umiliazione perché si teorizzava che l’indigenza li rendesse di per sé più propensi alle menzogne e alle calunnie, e quindi molto meno attendibili dei benestanti. Thora si chiese che cosa potesse significare, a quei tempi, essere una donna povera.
Comunque quello che attrasse di più la sua attenzione fu il terzo capitolo del volume, quello conclusivo, dove venivano trattati i particolari legali e formali dei processi contro le streghe. Da avvocato, non poteva che trovare quelle descrizioni perverse e degradanti nei confronti dell’accusato, che si doveva convincere a confessare dietro la promessa menzognera di salvargli la vita. Il libro spiegava anche tre metodi differenti per far rimangiare all’inquisitore quella falsa promessa senza che ciò costituisse reato.
Poi si descriveva la prassi da seguire durante l’arresto degli indiziati, secondo la quale si doveva evitare con la massima cura che i piedi delle streghe venissero a contatto con la terra nel tragitto verso il carcere. In caso contrario, il diavolo avrebbe trasmesso loro dal suolo poteri e forze tali da poter continuare a negare le accuse nei loro confronti fino allo stremo. All’arrivo in prigione, si doveva poi eseguire una perquisizione meticolosa in ogni parte del corpo, poiché era risaputo che le streghe portavano addosso amuleti, fatti con gli arti dei neonati, che aumentavano le loro forze. Si consigliava inoltre di rasare loro i capelli per evitare che vi nascondesse dentro i loro feticci, mentre c’erano delle controversie sulla necessità di includere nell’ordine anche la rasatura del pube. In seguito venivano elencati i metodi da applicare per rendere ardua la loro difesa. Le testimonianze, per esempio, venivano verbalizzate su due pagine differenti. Sull’una c’era la deposizione vera e propria, sull’altra invece i nomi dei testimoni. All’avvocato difensore arrivavano quindi anonime in modo che la presunta strega non sapesse chi la accusava. Sempre che si decidesse di comunicarle l’accusa. Le povere donne potevano dunque ritrovarsi in carcere senza nemmeno sapere perché o per denuncia di chi, visto che chiunque poteva rendere testimonianza, a differenza degli altri casi, in cui valeva solamente quella di persone di provata integrità.
Poi si spiegavano i procedimenti da seguire nell’esecuzione delle torture, il tempo che doveva passare tra una tortura e l’altra e in che modo si doveva evitare di far piangere l’accusato davanti al giudice, poiché ciò avrebbe potuto provarne l’innocenza. Probabilmente quelle povere creature orrendamente torturate non avevano più lacrime da versare in tribunale, nemmeno se ne andava della loro vita. Dopo un simile trattamento, non si saranno nemmeno rese conto di dove si trovassero, pensò Thora. Invece le lacrime che sgorgavano nella solitudine delle celle, sulle panche delle torture e in altro luogo non avevano valore giuridico. Contrariamente alle confessioni forzate, estorte in ogni luogo con la violenza o i sotterfugi. Chiunque dotato di un briciolo di buon senso avrebbe capito che spesso gli accusati avrebbero confessato qualunque cosa pur di mettere fine alle proprie sofferenze.
Mettendosi a sedere sul letto, Thora rifletté che dai tempi di quel libro nefando l’umanità aveva fortunatamente fatto dei passi da gigante. Finalmente racimolò le forze per alzarsi e si avviò a farsi una bella doccia. Sulla via verso il bagno bussò alla porta del figlio per svegliarlo. La colazione fu, come al solito, un quadretto confuso di vita famigliare, con Soley seduta al tavolo e gli altri affannati nei preparativi per la giornata.
Prima di salire sulla sua auto, Thora ricordò ai figli che quella sera sarebbero dovuti andare dal padre. Nessuno dei due ne era mai entusiasta anche se poi, quando ritornavano a casa dopo il fine settimana, sembravano contenti di aver passato il tempo in compagnia dell’altro genitore. Soprattutto se avevano evitato le gite a cavallo.
Dopo aver sistemato i ragazzi, Thora si precipitò in ufficio. Con sé aveva il foglio manoscritto di Harald da mostrare a Matthew. Mancando ancora mezz’ora all’apertura dello studio legale, alle nove, l’avvocatessa aveva il tempo necessario per prepararsi un buon caffè e dare un’occhiata alla posta, in modo da aggiornarsi su quello che stava succedendo lì attorno mentre lei era immersa in quello strano caso che le portava via tutto il tempo.
Briet era arrivata all’università per seguire una lezione che cominciava alle otto e un quarto, quando era stata fermata da Gunnar Gestvik sulla porta dell’aula. Si scambiarono solo poche parole, ma poi la studentessa, anziché presentarsi in classe, preferì uscire dall’edificio e mettersi a fumare sulla scalinata fuori dell’ingresso principale. Aveva bisogno di calmarsi prima di telefonare agli amici per dir loro quello che era successo. Briet tirò una lunga boccata di fumo dalla sottile sigaretta al mentolo, leggerissima in confronto alle Marlboro di Marta Mist. La ragazza si augurava che l’amica ne avesse molte a portata di mano. Ne avrebbe avuto bisogno dopo la sua telefonata.
«Pronto», disse in fretta e furia quando l’altra le rispose. «Sono Briet.»
«Per la miseria, quanto chiami presto.» La voce di Marta Mist era rauca e Briet capì di averla svegliata.
«Devi venire di corsa qui all’università. Il direttore del dipartimento è uscito di testa e dice di voler adoperare tutta la sua influenza per farci espellere con infamia e disonore dall’università, se non facciamo come dice lui.»
«Che stronzate sono queste?» La sua voce ora indicava che si era del tutto svegliata.
«Dobbiamo subito chiamare gli altri a riunione. Io non mi faccio espellere dai corsi. Papà diventerebbe matto e poi perderei il presalario.»
«Calmati un attimo», la interruppe Marta Mist. «Come fa Gunnar a cacciarci da scuola? Non so i tuoi, ma i miei voti sono tutti di prim’ordine.»