Thora emise un debole sospiro. Ma chi l’avrebbe mai detto. «E se stesse soltanto bluffando?»
I loro sguardi si incontrarono e Matthew cercò di capire se Thora scherzasse, ma si rese conto che diceva sul serio. «Come no, presto ci rimanda un altro messaggio pieno di omini sorridenti che ballano sullo schermo per dirci che ama la famiglia Guntlieb con tutto il cuore.» Poi sospirò. «Beh, Harald non ha certo parlato bene della sua famiglia con gli amici. Penso che possiamo dimenticare questo individuo.»
Thora non si perse d’animo. «Perché rimaniamo qui a perdere tempo prezioso? Non sarebbe meglio fare un salto al Kaffibrennslan per parlare con il cameriere che ha avvalorato l’alibi a quel tale Halldor, se è di servizio? Sono d’accordo con te sul fatto che si tratta di una testimonianza piuttosto labile. E se non sta lavorando, ne approfittiamo per prenderci un caffè insieme.»
Matthew accolse con gioia la proposta e si alzò in piedi. Thora estrasse la chiave USB, che ripose nella borsetta, e spense il computer.
Nel bar c’erano solamente pochi avventori, cosicché i due poterono scegliersi i posti a piacere. Perciò si sedettero a un tavolino di fianco al bancone del piano inferiore. Mentre Thora si dava da fare per sistemare il suo piumino sulla spalliera della sedia, Matthew richiamò l’attenzione della cameriera di turno, una ragazza giovanissima. Lei lo vide e gli sorrise, facendogli intendere che sarebbe arrivata appena possibile. Matthew si volse allora verso Thora. «Perché non ti sei messa il cappotto che avevi quando ci siamo conosciuti?» le chiese con aria meravigliata vedendo l’ampio e pesante giaccone straripare da entrambi i lati della sedia, le maniche così ripiene di piume d’oca da rimanere quasi diritte.
«Avevo freddo», rispose Thora stupita. «Il cappotto lo riservo agli incontri formali. Per andare e tornare dal lavoro metto il giaccone. Perché, non ti piace?»
Matthew fece una smorfia eloquente. «Sì, come no, se lavorassi per una compagnia di misurazione dello spessore del ghiaccio in Antartide.»
Thora roteò gli occhi. «Spiritoso», borbottò e sorrise alla cameriera che era comparsa al loro fianco.
«Desiderate?» chiese la ragazza rispondendo al loro sorriso. Indossava un grembiule nero e corto legato sui fianchi snelli e teneva in mano un blocchetto, pronta a scrivere le ordinazioni.
«Per me un espresso doppio», rispose Thora e poi, girandosi verso Matthew, gli chiese: «Per te un tè in una tazza di porcellana, vero?»
«Ah, ah, molto divertente», la rimbeccò lui, e rivolgendosi alla cameriera ordinò a sua volta un espresso doppio.
«Va bene», disse la ragazza con un sorriso, senza appuntarsi niente per iscritto. «Nient’altro?»
«Sì e no», disse Thora. «Ci stavamo chiedendo se Björn Jonsson stesse lavorando. Volevamo parlargli un attimo».
«Björn?» chiese la ragazza sorpresa. «Sì, è appena arrivato.» Poi guardò l’orologio alla parete. «Sta appunto per cominciare il suo turno. Ve lo vado a chiamare?» Thora accettò con un sorriso e la ragazza andò a prendere sia Björn sia le tazzine di caffè.
Matthew guardò la socia e le sorrise sdolcinato. «Il tuo giaccone è molto elegante. Dico sul serio. Solo che ha un qualcosa di… mastodontico».
«Prima però non ci facevi caso quando flirtavi con Bella. Anche lei è… mastodontica, come dici tu, al punto da avere una forza di gravità tutta sua. Pensa che le graffette dell’ufficio le orbitano tutt’attorno. Comunque, anche tu dovresti comprarti un giaccone come il mio. È comodissimo.»
«Non potrei mai», rispose Matthew sorridendole ancora più melenso. «Occuperei tanto spazio in auto che tu dovresti sedere sul sedile posteriore, e mi sentirei solo.»
L’amena conversazione sui piumini dovette cedere il passo ai caffè che la cameriera stava portando, in compagnia di un giovane di bell’aspetto, quasi femminile con i suoi capelli neri ben acconciati e le guance senz’ombra di barba. «Ciao, siete voi che volevate parlare con me?» chiese con voce dolce.
«Sei Björn, presumo», disse Thora prendendo la sua tazzina di caffè. Alla risposta affermativa del giovane, lei gli spiegò chi fossero loro due, e pensando che non sarebbe servito a niente impacciarlo con l’inglese, proseguì a parlargli in islandese. Matthew non sollevò obiezioni e si mise a bere il suo caffè con aria rilassata. «Vorremmo chiederti alcuni particolari sulla sera del delitto e Halldor Kristinsson.»
Björn annuì, serio in volto. «Sì, non c’è problema. Ma siete sicuri che mi sia permesso parlarvi? Voglio dire, non si infrangono delle leggi?» Thora gli garantì che si trattava di un’iniziativa del tutto lecita e lo invitò a proseguire. «Allora, io ero di turno quella sera, ovviamente assieme ad altri.» Si guardò un attimo intorno nel locale mezzo vuoto. «Il fine settimana qui dentro è tutta un’altra cosa. È sempre strapieno.»
«Ciò nonostante ti sei ricordato esattamente di Halldor», constatò Thora cercando di non far sembrare le sue parole un’accusa troppo diretta contro il ragazzo.