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La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]

Электронная книга - «La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]». Краткое содержание книги:

2047: l’America soffre le conseguenze di un attacco nucleare portato a termine in maniera insospettabile da esecutori di nazioni diverse. Da quasi sessant’anni la più grande potenza mondiale è regredita a un’economia di pura sussistenza, e le comunità vivono un’esistenza separata, ristretta ognuna ai propri confini. Lo stato subisce una quarantena mantenuta con ferrea disciplina dalle squadre di sorveglianza militare giapponese e avallata dalle Nazioni Unite.
È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno.
La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.
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La zona vecchia di Avalon era rimasta in gran parte tale e quale ai vecchi tempi, mi dissero: piccole case intonacate, sul fianco della montagna che scendeva fino alla piccola baia utilizzata come porto. Erano state costruite banchine per allargare il porto; nuove costruzioni si riversavano sulle montagne a nord e a ovest, centinaia di edifici in stile giapponese, con spesse travi, pareti sottili, tetto a punta coperto di tegole. Tutta l’isola aveva nuove strade asfaltate, fiancheggiate da bassi muretti di pietra che dividevano i terreni in appezzamenti simili a parchi, nei quali sorgevano quegli enormi edifici che i giapponesi chiamano dacie. Lì vivevano i funzionari delle Nazioni Unite e dell’amministrazione giapponese. Le dacie sul lato occidentale dell’isola erano più piccole; quelle davvero grandi fronteggiavano la terraferma, perché la vista dell’America era tenuta in grande pregio. Le dacie più grandi di tutte, almeno così ho sentito, si trovavano sul lato orientale dell’isola di San Clemente: le luci da me viste la notte in cui decisi di circumnavigare il globo.

Trascorsero alcune settimane. Viaggiai in automobile sulle strade bianche, guidai io stesso una volta e a momenti andai a sbattere contro un muro; quando l’automobile si muove, crea un forte spostamento d’aria e tutto scorre via un po’ troppo rapidamente per i riflessi umani.

«Non hai detto di avere provato la stessa impressione, sul treno?» intervenne Rebel, rivolgendosi a me.

«Verissimo» risposi. «Vai così forte che ti sembra di tagliare l’aria. Per fortuna non occorreva guidarlo, altrimenti saremmo andati a sbattere almeno cento volte.»

«Zitti!» esclamò Mando. Steve continuò, troppo interessato al racconto per alzare gli occhi dalla pagina.

Vidi le gigantesche macchine volanti, i jet, atterrare all’aeroporto come pellicani e decollare con un ruggito che quasi faceva scoppiare le orecchie. E intanto eseguivo parecchi lavori a profitto del signor Nisha. Quando cominciò a fidarsi completamente di me, mi chiese se potevo guidare a San Diego una spedizione notturna, composta di cinque uomini d’affari giapponesi in visita a Catalina proprio a questo scopo. Ero riluttante a tornare sulla terraferma, ma il signor Nisha propose di dividere con me la tariffa che applicava per questi viaggi, una cifra enorme. Valutai i vantaggi e accettai.

Così una notte mi ritrovai a tornare a San Diego, in una barca a motore, e a dare istruzioni al pilota, Ao, l’unica persona a bordo che parlasse inglese. Ao sapeva quale percorso avrebbero seguito quella notte le navi di pattuglia lungo la costa e mi garantì che non ci sarebbero state interferenze. Lo indirizzai a un approdo nella parte interna di Point Lorna, condussi i turisti alle rovine del piccolo faro e li portai fra i vialetti del piccolo cimitero navale, fiancheggiati di croci bianche: un cimitero così vasto che si sarebbe detto contenesse tutti i morti della grande devastazione. All’alba ci nascondemmo in una casa abbandonata; per tutto il giorno i cinque uomini d’affari giapponesi fecero scattare le loro grosse macchine fotografiche puntandole sul profilo dentellato del centro città e sul porto distrutto. La notte tornammo ad Avalon e mi sentii ragionevolmente soddisfatto dell’impresa.

Dopo la prima, guidai altre quattro spedizioni a San Diego, con buon guadagno e senza difficoltà, tranne l’ultima, durante la quale mi lasciai convincere, nonostante il mio parere contrario, a guidare di notte la motobarca nella foce del Mission River. I miei lettori di San Diego sanno certo che la foce del Mission è ostruita dai detriti, scorre sopra un paio di vecchi moli e di vecchie strade, cambia percorso ogni primavera e in genere è una delle foci più turbolente, bizzarre e pericolose che esistano. Ora, quella notte l’oceano era liscio come una tavola, ma il giorno prima era piovuto a dirotto e l’acqua turbinava sui blocchi di cemento della foce come quella di una cascata. Un nostro cliente, sotto il peso della macchina fotografica (hanno macchine che fotografano anche di notte), cadde fuori bordo e io mi tuffai per soccorrerlo. Occorse un mucchio di fatica, da parte mia e di Ao, per riunirci tutti e trovare scampo in mare. In una barca a vela saremmo annegati, e io ero abituato alle barche a vela.

Da quella volta non fui più molto entusiasta all’idea di guidare altre spedizioni. E avevo accumulato, grazie alla generosità del signor Nisha, un buon gruzzolo. Due notti dopo la spedizione del disastro, durante una grande festa in una dacia di lusso sulle pendici orientali dell’isola, l’uomo a cui avevo salvato la vita mi propose, nelle sue dieci parole d’inglese, di entrare al suo servizio e di accompagnarlo in Giappone. Evidentemente Ao gli aveva parlato di quanto desideravo vedere il mondo e lui desiderava ripagarmi per avergli salvato la vita.

Condussi Hadaka in giardino, fra i cespugli sagomati ad arte; ci sedemmo davanti alla fontana illuminata che gorgogliava nella terrazza inferiore. Mentre guardavamo la massa scura del continente, le parlai dell’occasione che mi si presentava. Con un bacio da sorella maggiore (un paio di volte ci eravamo scambiati baci di natura differente…

«Figuriamoci se non l’avevano fatto!» esclamò Rebel e le ragazze risero.

Kathryn imitò la voce di Steve: «… e mi preparai a dire alla mia cara madre, giù a casa, che i suoi nipotini sarebbero stati per un quarto giapponesi…»

«Niente interruzioni!» gridò Steve, ma ormai tutti ridevamo a crepapelle. «Continuo subito!»

E riprese.

… (un paio di volte ci eravamo scambiati baci di natura differente, ma non provavo per lei un’attrazione tanto forte da rischiare la collera del signor Nisha)…

«Oh, il vigliaccone!» esclamò Kristen. «Che coniglio!»

«Un momento» obiettò Steve. «Quest’uomo ha in mente una mela, vuole andare in giro per il mondo. Non può fermarsi a Catalina. Voi ragazze pensate solo al lato romantico della storia. Adesso state zitte, o smetto di leggere.»

«Per favore!» supplicò Mando. «Voglio sapere cosa accade dopo.»

… Hadaka mi disse che sarebbe stato meglio per tutti se avessi colto al volo l’occasione e fossi partito; anche se i Nisha non me l’avevano fatto capire, la mia permanenza a casa loro non era del tutto sicura: era sempre possibile dimostrare che avevo documenti contraffatti e in questo caso il signor Nisha si sarebbe trovato in guaì grossi. Capii allora che proprio per questo lui m’aveva dato una parte così grossa del guadagno dei viaggi sul continente: alla fine avrei avuto il necessario per andarmene. Mi dissi che era una famiglia generosissima e che avevo avuto una grande fortuna a incontrarla.

Perciò tornai dentro la dacia, evitai le ragazze americane nude che offrivano a tutti bevande e sigarette, e dissi al mio benefattore, signor Tasumi, che accettava la proposta. Poco dopo rivolsi un triste saluto alla mia famiglia di Catalina. Quando avevo lasciato mia madre e gli amici, a San Diego, avevo potuto dire sinceramente che avrei cercato di tornare; ma cosa potevo dire ai Nisha? Baciai madre e figlia, abbracciai il signor Nisha e in un sincero conflitto d’emozioni andai all’aeroporto per imbarcarmi in un viaggio a diecimila chilometri sopra lo smisurato oceano Pacifico.

«Qui finisce il secondo capitolo» disse Steve, chiudendo il libro. «Si è messo in moto.»

«Leggi ancora!» supplicò Mando.

«Ora no.» Steve lanciò un’occhiata acida alle donne, che toglievano dal forno le teglie. «È quasi ora di cena, mi pare.» Si alzò, scosse la testa verso di me e di Mando. «Queste ragazze non sanno apprezzare un buon libro» si lamentò.

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