La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]
- Автор: Робинсон Ким Стэнли
- Серия: Tre Californie #1
- Год: 1990
- Язык: итальянский
- Год: Interno Giallo
- ISBN: 88-356-0035-9
- Жанр: Научная фантастика
Электронная книга - «La Costa dei Barbari [The Wild Shore - it]». Краткое содержание книги:
È in questo scenario apocalittico che si svolge la vicenda di Henry Fletcher, un giovane della comunità californiana di San Onofre, che per il suo sostentamento dipende interamente dalla pesca e dai raduni di baratto che si svolgono periodicamente nella valle. Dopo l’arrivo di alcuni viaggiatori di San Diego che hanno osato sfidare la vigilanza dei guardiani giapponesi. Henry viene gradualmente a conoscenza del nuovo mondo e delle sue insidie. La sua guida spirituale è Tom, l’uomo più anziano della valle, sopravvissuto alla catastrofe tristemente nota come II Giorno.
La scoperta di un mondo da cui gli americani vengono ingiustamente esclusi, il contatto con gli “stranieri” che vivono a pochi chilometri di distanza, le testimonianze di chi è riuscito a sfuggire alla prigionia in patria trascinano il giovane in un’avventura che segna la fine dell’adolescenza e la transizione verso la maturità, a cui si accompagna la speranza della redenzione per il popolo americano.
«Non ne abbiamo il diritto» disse Rebel. «E se fossi nata tu, con un braccio solo? Avresti avuto ugualmente il cervello e l’iniziativa per riportare il pane in questa valle. Il tuo talento non è nel corpo.»
«Il pane l’ha riportato il lievito, non io» disse Kathryn, cercando di alleggerire la tensione.
«Ma se li lasciamo vivere» continuò Carmen «metà della valle sarebbe di menomati. E la generazione successiva rischierebbe di non sopravvivere.»
«Non ci credo» disse Rebel. Sua madre, dopo Del e lei, aveva avuto quattro figli deformi: per questo Rebel era molto sensibile all’argomento. Credo che sentisse la mancanza di quei mocciosi. Ma Carmen era altrettanto ferma nell’altro senso. Toccava a lei e a Doc prendere la decisione; secondo me non le piaceva nemmeno che se ne parlasse. Kathryn capì che cominciavano a scaldarsi, notò il mio interesse e preferiva, credo, che non facessi da spettatore. Disse: «Forse Jo non aveva intenzione di restare incinta.»
«Ah, ne sono sicura» intervenne la signora Mariani, con un sorrisetto compiaciuto. «Marvin Hamish non è tipo da badare troppo al calendario.»
Risero tutte, anche Rebel e Carmen. Poi arrivarono Mando e Del. Il discorso si spostò sulla qualità del grano di quell’anno. Kathryn era depressa: la tempesta che per poco non mi aveva ucciso aveva avuto maggiore successo con buona parte delle messi.
Poi arrivò Steve. Abbracciò Kathryn sollevandola da terra e si pulì le mani che gli si erano infarinate.
«Katie, sei tutta sporca!» esclamò.
«E tu puzzi di pesce» lo rimbeccò lei.
«Nient’affatto. Bene, è il momento del secondo capitolo di questo magnifico libro.»
«Prima bisogna infornare le teglie» disse Kathryn. «Puoi darci una mano.»
«Ehi, ho terminato la giornata di lavoro.»
«Vieni qui e datti da fare» ordinò Kathryn. Steve ubbidì controvoglia e tutti quanti aiutammo a infornare le teglie.
«Una padrona davvero inflessibile» la prese in giro Steve.
«Chiudi il becco e guarda quel che fai» lo rimbeccò Kathryn.
Infornate le teglie, ci mettemmo a sedere. Dalla tasca della giacca Steve prese il libro e ricominciò a leggere.
Fra due cespugli di rose pieni di boccioli gialli c’era una donna bianca, alta, con un paio di cesoie da giardinaggio. Anche se non si somigliavano molto, era la madre di Hadaka. Quando mi vide, la donna fece scattare a vuoto le cesoie, con un gesto di rabbia.
«E lui chi è?» disse, mentre Hadaka abbassava la testa. «Ne hai portato a casa un altro, stupida?»
«Ecco come si procura gli amici» commentò Rebel, fra le risa delle ragazze. «Non male, come metodo!»
«Proprio quel che si dice pescare uomini» convenne Carmen.
«Silenzio!» ordinò Steve. E continuò.
«L’ho visto fare vela verso la spiaggia proibita, madre. E ho capito che proveniva dalla terraferma…»
«Basta così! Questa storia l’ho già sentita.»
Intervenni. «Sono profondamente grato a sua figlia e a lei per avermi salvato la vita.»
«In questo modo non fai che incoraggiare tuo padre» sbraitò la madre di Hadaka. E poi, a me: «Non l’avrebbero uccisa, a meno che non tentasse la fuga».
«Vedi?» disse Kathryn a me. «Avrebbero potuto ucciderti, quando ti sei buttato dalla loro nave. Hai corso un rischio maggiore che non restando a bordo.»
«Ah, be’…» cominciai.
«Piantatela» disse Steve. Era stufo di sentir parlare della mia avventura, questo era certo. Mando aggiunse: «Per favore!» Aveva una voglia matta di conoscere la storia del libro: gli piaceva davvero. Steve annuì con un gesto d’approvazione e riprese a leggere.
Le cesoie tagliarono l’aria. «Entri e si dia una ripulita» mi disse. Arricciò il naso, quando le passai accanto; non potevo darle torto, visto quant’ero sporco e irsuto. Mi sentivo un barbaro. Dentro la stanza da bagno dalle pareti a piastrelle, mi lavai sotto una doccia che forniva acqua di varie temperature, dal gelido al bollente, a seconda del desiderio di chi la usava. La signora Nisha (scoprii che questo era il loro cognome) mi portò degli abiti e mi mostrò come usare un rasoio che ronzava. Quando fui presentabile, mi ammirai in uno specchio perfetto: calzoni grigi, camicia azzurro vivo… un vero cosmopolita.
Il padre di Hadaka, rientrando in casa, si mostrò meno sconvolto della moglie per la mia presenza. Il signor Nisha mi esaminò da tutte le parti e mi strinse la mano; in un inglese aspro m’invitò a sedere con la famiglia. Era giapponese, forse non l’ho ancora detto, e somigliava molto a Hadaka, anche se era più scuro di pelle. Era anche molto più basso della signora Nisha.
«Devo procurare a te documenti» disse, quando Hanaka gli raccontò la storia del mio arrivo. «Io procuro documenti e tu lavori per me un poco. D’accordo?»
«Affare fatto.»
Mi pose mille domande e poi altre mille. Gli raccontai tutto di me, inclusi i progetti. A quanto pareva, nell’incontrare Hadaka ero stato più fortunato di quanto ancora non sapessi, perché il signor Nisha era impiegato nell’amministrazione giapponese delle Isole del Canale e lavorava nel dipartimento responsabile degli americani che vivevano in quella zona. Nell’ambito del suo lavoro aveva conosciuto la signora Nisha, che aveva attraversato come me il canale una ventina d’anni prima. Il signor Nisha aveva anche lo zampino come minimo in una decina di altre attività, per la maggior parte illegali, anche se mi occorse un paio di settimane per capirlo. Ma quella notte stessa capii che era un individuo assai intraprendente e mi presi la pena di fargli intuire che l’avrei servito in ogni modo possibile. Quando lui terminò d’interrogarmi, tutti e tre m’accompagnarono al giaciglio nel capanno del giardino e mi ritirai di buonumore.
Entro una settimana avevo documenti da cui risultava che ero nato a Catalina e vi ero sempre vissuto, al servizio dei giapponesi. Da quel momento, potevo lasciare liberamente la casa dei Nisha. Il signor Nisha mi affidò dei lavori: andavo a pesca con Hadaka, strappavo le erbacce in giardino. In seguito, terminato questo periodo di prova, mi mandò nelle vie di Avalon a scambiare con gente a me sconosciuta pesanti pacchetti avvolti in carta marrone, oppure ad accompagnare in città giapponesi sbarcati all’aeroporto nell’interno dell’isola, ovviamente evitando loro il fastidio dei vari posti di controllo.
Non bisogna credere che queste e altre attività clandestine assegnatemi dal signor Nisha fossero insolite ad Avalon. La città brulicava di rappresentanti di qualsiasi razza, credo e nazione; dal momento che, per disposizione delle Nazioni Unite, l’isola doveva essere usata solo dai giapponesi e all’unico scopo di mantenere in quarantena la costa americana, era chiaro che la presenza di parecchi visitatori era illegale. Ma funzionari come il signor Nisha erano numerosi, e li si trovava a tutti i livelli, sia nell’isola di Catalina sia nelle Hawaii, il porto d’ingresso per l’America occidentale. Quasi tutti, in città, avevano documenti che autorizzavano la loro presenza sull’isola ed era impossibile dire quali fossero contraffatti o comprati; ma, girando per le vie, vidi gente vestita secondo tutti gli stili, con tratti somatici orientali o messicani, o con pelle nera come il carbone: nell’amministrazione giapponese qualcosa non funzionava.
Approfittavo di ogni occasione per scambiare due chiacchiere con gli stranieri, grazie alle poche parole di giapponese che conoscevo, e per ascoltare alcune singolari versioni della lingua inglese. Gli unici individui con cui ero cauto nell’attaccare bottone erano quelli che avevano l’aspetto di americani: ma anche loro, notai, non avevano molta voglia di parlare con me. C’erano buone probabilità che pure loro fossero profughi, impegnati in chissà quale impresa disperata per rimanere ad Avalon; correva anche voce che un buon numero di costoro lavorasse per la polizia. Di fronte a questi rischi, sembrava più opportuno ignorare qualsiasi sentimento di fratellanza.