Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Nell'offizio della Ruota dipinse Federigo, dopo le dette opere, intorno a un'arme di papa Pio Quarto, due figure maggior del vivo, cioè la Giustizia e l'Equità, che furono molto lodate, dando in quel mentre tempo a Taddeo di attendere all'opera di Caprarola et alla capella di San Marcello. Intanto Sua Santità, volendo finire ad ogni modo la sala de' re, dopo molte contenzioni state fra Daniello et il Salviati, come s'è detto, ordinò al vescovo di Furlì quanto intorno a ciò voleva che facesse, onde egli scrisse al Vasari a dì tre di settembre l'anno 1561, che volendo il Papa finire l'opera della sala de' re, gl'aveva commesso che si trovassero uomini, i quali ne cavassero una volta le mani, e che perciò, mosso dall'antica amicizia e d'altre cagioni, lo pregava a voler andare a Roma per fare quell'opera, con bona grazia e licenzia del Duca suo signore; perciò che con suo molto onore et utile ne farebbe piacere a Sua Beatitudine, e che acciò quanto prima rispondesse. Alla quale lettera rispondendo, il Vasari disse che, trovandosi stare molto bene al servizio del Duca et essere delle sue fatiche rimunerato altrimenti che non era stato fatto a Roma da altri pontefici, voleva continuare nel servigio di sua eccellenza per cui aveva da mettere allora mano a molto maggior sala che quella de' re non era, e che a Roma non mancavano uomini di chi servirsi in quell'opera. Avuta il detto vescovo dal Vasari questa risposta, e con Sua Santità conferito il tutto, dal cardinale Emulio, che novamente aveva avuto cura dal Pontefice di far finire quella sala, fu compartita l'opera, come s'è detto, fra molti giovani, che erano parte in Roma e parte furono d'altri luoghi chiamati. A Giuseppe Porta da Castel Nuovo della Carfagnana, creato del Salviati, furono date due [del]le maggiori storie della sala; a Girolamo Siciolante da Sermoneta un'altra delle maggiori et un'altra delle minori; a Orazio Sammacchini bolognese un'altra minore, et a Livo da Furlì una simile; a Giambattista Fiorini bolognese un'altra delle minori. La qual cosa udendo Taddeo e veggendosi escluso, per essere stato detto al detto cardinale Emulio che egli era persona che più attendeva al guadagno che alla gloria e che al bene operare, fece col cardinale Farnese ogni opera per essere anch'egli a parte di quel lavoro, ma il cardinale non si volendo in ciò adoperare, gli rispose che gli dovevano bastare l'opere di Caprarola e che non gli pareva dovere che i suoi lavori dovessero essere lasciati indietro per l'emulazioni e gare degli artefici, aggiungendo ancora che quando si fa bene sono l'opere che danno nome ai luoghi, e non i luoghi all'opere. Ma ciò nonostante, fece tanto Taddeo con altri mezzi appresso l'Emulio, che finalmente gli fu dato a fare una delle storie minori sopra una porta, non potendo, né per preghi o altri mezzi, ottenere che gli fusse conceduto una delle maggiori. E nel vero dicono che l'Emulio andava in ciò rattenuto perciò che, sperando che Giuseppo Salviati avesse a passare tutti, era d'animo di dargli il restante e forse gittare in terra quelle che fussero state fatte d'altri. Poi dunque che tutti i sopra detti ebbono condotte le lor opere a buon termine, le volle tutte il Papa vedere; e così fatto scoprire ogni cosa, conobbe (e di questo parere furono tutti i cardinali et i migliori artefici) che Taddeo s'era portato meglio degl'altri, come che tutti si fossero portati ragionevolmente; per il che ordinò Sua Santità al signor Agabrio, che gli facesse dare dal cardinal Emulio a far un'altra storia delle maggiori. Onde gli fu allogata la testa, dove è la porta della capella Paulina, nella quale diede principio all'opera, ma non seguitò più oltre, sopravenendo la morte del Papa e scoprendosi ogni cosa per fare il conclave, ancor che molte di quelle storie non avessero avuto il suo fine. Della quale storia, che in detto luogo cominciò Taddeo, ne abbiamo il disegno di sua mano, e da lui statoci mandato, nel detto nostro libro de' disegni.
Fece nel medesimo tempo Taddeo, oltre ad alcune altre cosette, un bellissimo Cristo in un quadro, che doveva essere mandato a Caprarola al cardinal Farnese, il quale è oggi appresso Federigo suo fratello, che dice volerlo per sé mentre che vive. La qual pittura ha il lume d'alcuni Angeli, che piangendo tengono alcune torce. Ma perché dell'opere che Taddeo fece a Caprarola si parlerà a lungo poco appresso nel discorso del Vignuola, che fece quella fabrica, per ora non ne dirò altro.
Federigo intanto, essendo chiamato a Vinezia, convenne col patriarca Grimani di finirgli la capella di San Francesco della Vigna rimasa imperfetta, come s'è detto, per la morte di Battista Franco viniziano. Ma inanzi che cominciasse detta capella adornò al detto patriarca le scale del suo palazzo di Venezia di figurette poste con molta grazia dentro a certi ornamenti di stucco, e dopo condusse a fresco nella detta capella le due storie di Lazzero e la conversione di Madalena. Di che n'è il disegno di mano di Federigo nel detto nostro libro. Appresso nella tavola della medesima capella fece Federigo la storia de' Magi a olio; dopo fece fra Ghioggia e Monselice, alla villa di Messer Gioambatista Pellegrini, dove hanno lavorato molte cose Andrea Schiavone e Lamberto e Gualtieri fiaminghi, alcune pitture in una loggia, che sono molto lodate.
Per la partita dunque di Federigo, seguitò Taddeo di lavorare a fresco tutta quella state nella capella di San Marcello, per la quale fece finalmente nella tavola a olio la conversione di San Paolo; nella quale si vede fatto con bella maniera quel Santo cascato da cavallo, e tutto sbalordito dallo splendore e dalla voce di Gesù Cristo, il quale figurò in una gloria d'Angeli, in atto a punto che pare che dica: "Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?"; sono similmente spaventati e stanno come insensati e stupidi tutti i suoi, che gli stanno d'intorno. Nella volta dipinse a fresco dentro a certi ornamenti di stucco tre storie del medesimo Santo: in una quando, essendo menato prigione a Roma, sbarca nell'isola di Malta, dove si vede che nel far fuoco se gl'aventa una vipera alla mano per morderlo, mentre in diverse maniere stanno alcuni marinari quasi nudi d'intorno alla barca; in un'altra è quando cascando dalla finestra uno giovane, è presentato a San Paolo, che in virtù di Dio lo risuscita; e nella terza è la decollazione e morte di esso Santo. Nelle facce da basso sono, similmente a fresco, due storie grandi: in una San Paolo che guarisce uno stropiato delle gambe, e nell'altra una disputa dove fa rimanere cieco un mago, che l'una e l'altra sono veramente bellissime. Ma quest'opera essendo per la sua morte rimasa imperfetta, l'ha finita Federigo questo anno e si è scoperta con molta sua lode. Fece nel medesimo tempo Taddeo alcuni quadri a olio, che dall'ambasciatore di quel re furono mandati in Francia.
Essendo rimaso imperfetto per la morte del Salviati il salotto del palazzo de' Farnesi, cioè mancando due storie nell'entrata, dirimpetto al finestrone, le diede a fare il cardinale Sant'Agnolo Farnese a Taddeo, che le condusse molto bene a fine, ma non però passò Francesco, né anco l'arrivò, nell'opere fatte da lui nella medesima stanza, come alcuni maligni et invidiosi erano andati dicendo per Roma, per diminuire con false calumnie la gloria del Salviati. E se bene Taddeo si difendeva con dire che aveva fatto fare il tutto a' suoi garzoni e che non era in quell'opera di sua mano se non il disegno e poche altre cose, non furono cotali scuse accettate, perciò che non si deve nelle concorrenzie, da chi vuole alcuno superare, mettere in mano il valore della sua virtù e fidarlo a persone deboli, però che si va a perdita manifesta. Conobbe adunque il cardinale Sant'Agnolo, uomo veramente di sommo giudizio in tutte le cose e di somma bontà, quanto aveva perduto nella morte del Salviati; imperò che, se bene era superbo, altiero e di mala natura, era nelle cose della pittura veramente eccellentissimo. Ma tuttavia essendo mancati in Roma i più eccellenti si risolvé quel signore, non ci essendo altri, di dare a dipignere la sala maggiore di quel palazzo a Taddeo, il quale la prese volentieri, con speranza di avere a mostrare con ogni sforzo quanta fusse la virtù e saper suo. Aveva già Lorenzo Pucci fiorentino cardinal Santiquattro fatta fare nella Trinità una capella e dipignere da Perino del Vaga tutta la volta, e fuori certi Profeti, con due putti che tenevano l'arme di quel cardinale. Ma essendo rimasa imperfetta e mancando a dipignersi tre facciate, morto il cardinale, que' padri senza aver rispetto al giusto e ragionevole, venderono all'arcivescovo di Corfù la detta capella, che fu poi data dal detto Arcivescovo a dipignere a Taddeo. Ma quando pure per qualche cagione e rispetto della chiesa fusse stato ben fatto trovar modi di finire la capella, dovevano, almeno in quella parte che era fatta, non consentire che si levasse l'arme del Cardinale per farvi quella del detto Arcivescovo, la quale potevano mettere in altro luogo e non far ingiuria così manifesta alla buona mente di quel Cardinale. Per aversi dunque Taddeo tant'opere alle mani, ogni dì sollecitava Federigo a tornarsene da Venezia, il quale Federigo, dopo aver finita la capella del patriarca, era in pratica di tòrre a dipignere la facciata principale della sala grande del consiglio, dove già dipinse Antonio Viniziano. Ma le gare e le contrarietà che ebbe dai pittori veniziani furno cagione che non l'ebbero né essi con tanti lor favori, né egli parimente. In quel mentre Taddeo, avendo disiderio di vedere Fiorenza e le molte opere che intendeva avere fatto e fare tuttavia il duca Cosimo et il principio della sala grande che faceva Giorgio Vasari amico suo, mostrando una volta d'andare a Caprarola in servizio dell'opera che vi faceva, se ne venne, per un San Giovanni, a Fiorenza, in compagnia di Tiberio Calcagni, giovane scultore et architetto fiorentino, dove oltre la città gli piacquero infinitamente l'opere di tanti scultori e pittori eccellenti, così antichi come moderni; e se non avesse avuto tanti carichi e tante opere alle mani, vi si sarebbe volentieri trattenuto qualche mese. Avendo dunque veduto l'apparecchio del Vasari per la detta sala, cioè quarantaquattro quadri grandi, di braccia quattro, sei, sette e dieci l'uno, nei quali lavorava figure per la maggior parte di sei et otto braccia, e con l'aiuto solo di Giovanni Strada fiamingo et Iacopo Zucchi, suoi creati, e Battista Naldini, e tutto essere stato condotto in meno d'un anno, n'ebbe grandissimo piacere e prese grand'animo; onde, ritornato a Roma, messe mano alla detta capella della Trinità, con animo d'avere a vincere se stesso nelle storie che vi andavano di Nostra Donna, come si dirà poco appresso.