Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Il Vasari intanto, non lasciando gli studii delle lettere, d'ordine del Cardinale si tratteneva ogni giorno due ore con Ipolito et Alessandro de' Medici, sotto il Pierio lor maestro e valentuomo. Questa amicizia dunque contratta come di sopra fra il Vasari e Francesco, fu tale, che durò sempre fra loro, ancor che per la concorrenza e per un suo modo di parlare un poco altiero, che avea detto Francesco, fusse da alcuni creduto altrimenti. Il Vasari dopo essere stato alcuni mesi con Michelagnolo, essendo quell'eccellente uomo chiamato a Roma da papa Clemente per dargli ordine che si cominciasse la libreria di San Lorenzo, fu da lui, avanti che partisse, acconcio con Andrea del Sarto, sotto el quale attendendo Giorgio a disegnare, accomodava continuamente di nascoso dei disegni del suo maestro a Francesco, che non aveva maggior desiderio che d'averne e studiargli come faceva giorno e notte. Dopo essendo dal Magnifico Ipolito acconcio Giorgio con Baccio Bandinelli, che ebbe caro avere quel putto appresso di sé et insegnargli, fece tanto, che vi tirò anco Francesco, con molta utilità dell'uno e dell'altro, perciò che impararono e fecero stando insieme più frutto in un mese, che non avevano fatto disegnando da loro in due anni; sì come anco fece un altro giovinetto che similmente stava allora col Bandinello, chiamato Nannoccio dalla costa San Giorgio, del quale si parlò poco fa. Essendo poi l'anno 1527 cacciati i Medici di Firenze, nel combattersi il palazzo della Signoria, fu gettata d'alto una purliza per dare addosso a coloro che combattevano la porta; ma quella, come volle la sorte, percosse un braccio del Davit di marmo del Buonarroto, che è sopra la ringhiera a canto alla porta e lo roppe in tre pezzi; per che essendo stati i detti pezzi per terra tre giorni senza esser da niuno stati raccolti, andò Francesco a trovare al Ponte Vecchio Giorgio e dettogli l'animo suo, così fanciulli come erano, andarono in piazza e di mezzo ai soldati della guardia, senza pensare a pericolo niuno, tolsono i pezzi di quel braccio e nel chiasso di Messer Bivigliano gli portarono in casa di Michelagnolo, padre di Francesco; donde avutigli poi il duca Cosimo gli fece col tempo rimettere al loro luogo con perni di rame. Standosi dopo i Medici fuori e con essi il detto cardinale di Cortona, Antonio Vasari ricondusse il figliuolo in Arezzo con non poco dispiacere di lui e di Francesco, che s'amavano come fratelli; ma non stettono molto l'uno dall'altro separati perciò che essendo per la peste, che venne l'agosto seguente, morto a Giorgio il padre et i migliori di casa sua, fu tanto con lettere stimolato da Francesco, il quale fu per morirsi anch'egli di peste, che tornò a Fiorenza, dove con incredibile studio, per ispazio di due anni cacciati dal bisogno e dal disiderio d'imparare, fecero acquisto maraviglioso, riparandosi insieme col detto Nannoccio da San Giorgio tutti e tre in bottega di Raffaello del Brescia pittore, appresso al quale fece Francesco molti quadretti come quegli che avea più bisogno per procacciarsi da poter vivere.
Venuto l'anno 1529, non parendo a Francesco che lo stare in bottega del Brescia facesse molto per lui, andò egli e Nannoccio a stare con Andrea del Sarto, e vi stettono quanto durò l'assedio, ma con tanto incommodo, che si pentirono non aver seguitato Giorgio, il quale con Manno orefice si stette quell'anno in Pisa, attendendo per trattenersi quattro mesi all'orefice. Essendo poi andato il Vasari a Bologna, quando vi fu da Clemente Settimo incoronato Carlo Quinto imperadore, Francesco, che era rimaso in Fiorenza, fece in una tavoletta un boto d'un soldato che per l'assedio fu assaltato nel letto da certi soldati per amazzarlo, et ancora che fussi cosa bassa, lo studiò e lo condusse perfettamente; il qual boto capitò nelle mani a Giorgio Vasari non è molti anni che lo donò al reverendo don Vincenzio Borghini spedalingo degli Innocenti, che lo tien caro. Fece ai monaci neri di Badia tre piccole storie in un tabernacolo del Sagramento stato fatto dal Tasso intagliatore, a uso d'arco trionfale; in una delle quali è il sacrifizio d'Abramo, nella seconda la manna e nella terza gl'ebrei, che nel partire d'Egitto mangiano l'agnel pasquale. La quale opera fu sì fatta, che diede saggio della riuscita che ha poi fatto. Dopo fece a Francesco Sertini, che lo mandò in Francia, in un quadro una Dalida che tagliava i capegli a Sansone, e nel lontano quando egli abbracciando le colonne del tempio, lo rovina addosso ai Filistei, il quale quadro fece conoscere Francesco per il più eccellente de' pittori giovani che allora fussero a Fiorenza.
Non molto dopo, essendo a Benvenuto dalla Volpaia, maestro d'oriuoli, il quale allora si trovava in Roma, chiesto dal cardinale Salviati il Vecchio un giovane pittore, il quale stesse appresso di sé, e gli facesse per suo deletto alcune pitture, Benvenuto gli propose Francesco il quale era suo amico e sapeva esser il più sufficiente di quanti giovani pittori conosceva; il che fece anco tanto più volentieri, avendo promesso il Cardinale gli darebbe ogni comodo et aiuto da potere studiare.
Piacendo dunque al Cardinale le qualità del giovane, disse a Benvenuto che mandasse per lui e gli diede per ciò danari; e così arrivato Francesco in Roma, piacendo il suo modo di fare et i suoi costumi e maniere al Cardinale, ordinò che in Borgo Vecchio avesse le stanze, e quattro scudi il mese et il piatto alla tavola de' gentiluomini. Le prime opere che Francesco (al quale pareva avere avuto grandissima ventura) facesse al Cardinale furono un quadro di Nostra Donna, che fu tenuto bello, et in una tela un signor franzese che corre cacciando dietro a una cervia, il quale fuggendo, si salva nel tempio di Diana; della quale opera tengo io il disegno di sua mano, per memoria di lui, nel nostro libro. Finita questa tela, il Cardinale fece ritrarre in un quadro bellissimo di Nostra Donna una sua nipote maritata al signor Cagnino Gonzaga et esso signore parimente. Ora standosi Francesco in Roma e non avendo maggior disiderio che di vedere in quella città l'amico suo Giorgio Vasari, ebbe in ciò la fortuna favorevole ai suo' disideri, ma molto più esso Vasari. Perciò che, essendosi partito tutto sdegnato il cardinale Ipolito da papa Clemente, per le cagioni che allora si dissero, e ritornandosene indi a non molto a Roma accompagnato da Baccio Valori, nel passare per Arezzo trovò Giorgio che era rimaso senza padre e si andava trattenendo il meglio che poteva. Per che disiderando che facesse qualche frutto nell'arte e di volerlo appresso di sé, ordinò a Tommaso de' Nerli, che quivi era commessario, che glielo mandasse a Roma subito che avesse finita una cappella, che faceva a fresco ai monaci di S. Bernardo dell'Ordine di Monte Oliveto in quella città. La qual commessione essequì il Nerli subitamente; onde arrivato Giorgio in Roma andò subito a trovare Francesco, il quale tutto lieto gli raccontò in quanta grazia fusse del Cardinale suo signore, e che era in luogo dove potea cavarsi la voglia di studiare, aggiugnendo: "Non solo mi godo di presente, ma spero ancor meglio. Perciò che, oltre al veder te in Roma, col quale potrò come giovane amicissimo considerare e conferire le cose dell'arte, sto con speranza d'andare a servire il cardinale Ipolito de' Medici, dalla cui liberalità e pel favore del Papa potrò maggiori cose sperare, che quelle che ho al presente, e per certo mi verrà fatto, se un giovane che aspetta di fuori non viene". Giorgio, se bene sapeva che il giovane il quale s'aspettava era egli e che il luogo si serbava per lui, non però volle scoprirsi, per un certo dubbio cadutogli in animo: non forse il Cardinale avesse altri per le mani, e per non dir cosa che poi fusse riuscita altrimenti. Aveva Giorgio portato una lettera del detto commessario Nerli al Cardinale, la quale in cinque dì ch'era stato in Roma non aveva anco presentata. Finalmente andati Giorgio e Francesco a palazzo, trovarono, dove è oggi la sala de' re, Messer Marco da Lodi, che già era stato col Cardinale di Cortona, come si disse di sopra, et il quale allora serviva Medici. A costui fattosi incontra Giorgio gli disse che aveva una lettera del commessario d'Arezzo, la quale andava al Cardinale e che lo pregava volesse dargliele; la quale cosa mentre prometteva Messer Marco di far tostamente, ecco che appunto arriva quivi il Cardinale. Per che fattosegli Giorgio incontra e presentata la lettera, con basciargli le mani, fu ricevuto lietamente e poco appresso commesso a Iacopone da Bibbiena, maestro di casa, che l'accomodasse di stanze e gli desse luogo alla tavola de' paggi. Parve cosa strana a Francesco che Giorgio non gl'avesse conferita la cosa, tuttavia pensò che l'avesse fatto a buon fine e per lo migliore.