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Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)

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Nel 1550 presso l'editore Torrentino a Firenze uscì la prima edizione delle Vite de' più eccellenti architetti, pittori e scultori italiani da Cimabue insino a' tempi nostri di Giorgio Vasari. Quest'opera, di vastissime dimensioni, costituisce ancora oggi un documento di fondamentale importanza per la storia dell'arte italiana dal Tre al Cinquecento. Servendosi del modello umanistico delle vite degli uomini illustri, Vasari si propone di mantenere viva la memoria delle opere d'arte, rimediando con la parola scritta alla loro inevitabile deperibilità fisica inventando un nuovo genere letterario, quello delle biografie di artisti. Le Vite costituiscono un ricchissimo catalogo di notizie, descrizioni, documenti degli artisti italiani, all'interno di una storia delle arti figurative ricostruita dall'autore con notevole coscienza critica.
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Da Genova partito finalmente fra' Giovann'Agnolo andò a Napoli dove nel luogo già detto mise su la sepoltura detta del Sanazzaro, la quale è così fatta: in sui canti da basso sono due piedistalli, in ciascuno de' quali è intagliata l'arme di esso Sanazzaro, e nel mezzo di questi è una lapide di braccia uno e mezzo, nella quale è intagliato l'epitaffio che Iacopo stesso si fece, sostenuto da due puttini; di poi sopra ciascuno dei piedistalli è una statua di marmo tonda a sedere, alta quattro braccia, cioè Minerva et Apollo, et in mezzo a queste fra l'ornamento di due mensole, che sono dai lati, è una storia di braccia due e mezzo per ogni verso, dentro la quale sono intagliati di basso rilievo fauni, satiri, ninfe et altre figure, che suonano e cantano nella maniera che ha scritto nella sua dottissima Arcadia di versi pastorali quell'uomo eccellentissimo. Sopra questa storia è posta una cassa tonda di bellissimo garbo e tutta intagliata et adorna molto, nella quale sono l'ossa di quel poeta, e sopra essa in sul mezzo è in una basa la testa di lui ritratta dal vivo con queste parole a piè: "Actius Sincerus", accompagnata da due putti con l'ale a uso d'amori, che intorno hanno alcuni libri. In due nicchie poi, che sono dalle bande nell'altre due facce della cappella, sono sopra due base due figure tonde di marmo ritte e di tre braccia l'una o poco più: cioè San Iacopo apostolo e San Nazzaro. Murata dunque nella guisa che s'è detta quest'opera, ne rimasero sodisfattissimi i detti signori esecutori e tutto Napoli. Dopo ricordandosi il frate d'avere promesso al principe Doria di tornare a Genova, per fargli in San Matteo la sua sepoltura et ornare tutta quella chiesa, si partì subito da Napoli et andossene a Genova, dove arrivato e fatti i modelli dell'opera che dovea fare a quel signore, i quali gli piacquero infinitamente, vi mise mano con buona provisione di danari e buon numero di maestri. E così dimorando il frate in Genova fece molte amicizie di signori et uomini virtuosi e particolarmente con alcuni medici, che gli furono di molto aiuto, perciò che giovandosi l'un l'altro e facendo molte notomie di corpi umani et attendendo all'architettura e prospettiva, si fece fra' Giovann'Agnolo eccellentissimo. Oltre ciò, andando spesse volte il principe dove egli lavorava e piacendogli i suoi ragionamenti, gli pose grandissima affezione. Similmente in detto tempo di due suoi nipoti che aveva lasciati in custodia a maestro Zacheria gliene fu mandato uno chiamato Angelo, giovane di bell'ingegno e costumato, e poco appresso dal medesimo un altro giovanetto chiamato Martino, figliuolo d'un Bartolomeo sarto, de' quali ambi due giovani insegnando loro, come gli fussero figliuoli, si servì il frate in quell'opera che avea fra mano. Della quale ultimamente venuto a fine, messe su la cappella, sepoltura e gl'altri ornamenti fatti per quella chiesa; la quale facendo a sommo la prima navata del mezzo una croce e giù per lo manico tre, ha l'altar maggiore nel mezzo et in testa isolato. La cappella dunque è retta ne' cantoni da quattro gran pilastri, i quali sostengono parimente il cornicione che gira intorno e sopra cui girano in mezzo tondo quattro archi, che posano alla dirittura de' pilastri; de' quali archi tre ne sono nel vano di mezzo, ornati di finestre non molto grandi, e sopra questi archi gira una cornice tonda, che fa quattro angoli fra arco et arco ne' canti, e di sopra fa una tribuna a uso di catino. Avendo dunque il frate fatto molti ornamenti di marmo, dintorno all'altare da tutte quattro le bande, sopra quello pose un bellissimo e molto ricco vaso di marmo per lo Santissimo Sacramento, in mezzo a due Angeli pur di marmo, grandi quanto il naturale; intorno poi gira un partimento di pietre commesse nel marmo con bello e variato andare di mischi e pietre rare, come sono serpentini, porfidi e diaspri. E nella testa e faccia principale della cappella, fece un altro partimento dal piano del pavimento insino all'altezza di simili mischi e marmi, il quale fa basamento a quattro pilastri di marmo che fanno tre vani, in quello del mezzo, che è maggior degl'altri, è in una sepoltura il corpo di non so che Santo, et in quelli dalle bande sono due statue di marmo fatte per due Evangelisti. Sopra questo ordine è una cornice, e sopra la cornice altri quattro pilastri minori che reggono un'altra cornice, che fa spartimento per tre quadretti che ubbidiscono ai vani di sotto; in quel di mezzo, che posa in sulla maggior cornice, è un Cristo di marmo che risuscita, di tutto rilievo e maggiore del naturale. Nelle facce dalle bande ribatte il medesimo ordine, e sopra la detta sepoltura nel vano di mezzo è una Nostra Donna di mezzo rilievo con Cristo morto, la quale Madonna mettono in mezzo Davit re e San Giovanni Battista, e nell'altra è Santo Andrea e Geremia profeta. I mezzi tondi degl'archi sopra la maggior cornice, dove sono due finestre, sono di stucchi con putti intorno, che mostrano ornare la finestra. Negl'angoli sotto la tribuna sono quattro sibille similmente di stucco, sì come è anco lavorata tutta la volta a grottesche di varie maniere; sotto questa cappella è fabricata una stanza sotterranea, la quale, scendendo per scale di marmo, si vede in testa una cassa di marmo con due putti sopra, nella quale doveva essere posto, come credo sia stato fatto dopo la sua morte, il corpo di esso signore Andrea Doria. E dirimpetto alla cassa, sopra un altare, dentro a un bellissimo vaso di bronzo, che fu fatto e rinetto, da chi si fusse che lo gettasse, divinamente, è alquanto del legno della Santissima Croce sopra cui fu crucifisso Gesù Cristo benedetto, il qual legno fu donato a esso principe Doria dal duca di Savoia. Sono le pariete di detta tomba tutte incrostate di marmo e la volta lavorata di stucchi e d'oro con molte storie de' fatti egregii del Doria, et il pavimento è tutto spartito di varie pietre mischie a corrispondenza della volta; sono poi nelle facciate della crociera della navata, da sommo, due sepolture di marmo con due tavole di mezzo rilievo; in una è sepolto il conte Filippino Doria e nell'altra il signor Giannettino della medesima famiglia. Ne' pilastri dove comincia la navata del mezzo, sono due bellissimi pergami di marmo; e dalle bande delle navate minori sono spartite nelle facciate con bell'ordine d'architettura alcune cappelle con colonne et altri molti ornamenti, che fanno quella chiesa essere un'opera veramente magnifica e ricchissima.

Finita la detta chiesa, il medesimo principe Doria fece mettere mano al suo palazzo e fargli nuove aggiunte di fabriche e giardini bellissimi, che furono fatti con ordine del frate, il quale avendo in ultimo fatto, dalla parte dinanzi di detto palazzo, un vivaio, fece di marmo un mostro marino, di tondo rilievo, che versa in gran copia acqua nella detta peschiera; simile al quale mostro ne fece un altro a que' signori, che fu mandato in Ispagna al Granvela. Fece un gran Nettunno di stucco, che sopra un piedistallo fu posto nel giardino del Principe; fece di marmo due ritratti del medesimo Principe e due di Carlo Quinto, che furono portati da Coves in Ispagna. Furono molto amici del frate, mentre stette in Genova, Messer Cipriano Palavigino, il quale per essere di molto giudizio nelle cose delle nostre arti ha praticato sempre volentieri con gl'artefici più eccellenti e quelli in ogni cosa favoriti, il signore abbate Negro, Messer Giovanni da Monte Pulvano et il signor Priore di San Matteo, et insomma tutti i primi gentiluomini e signori di quella città, nella quale acquistò il frate fama e ricchezza.

Finite dunque le sopra dette opere, si partì fra' Giovann'Agnolo di Genova e se n'andò a Roma per rivedere il Buonarroto, che già molti anni non aveva veduto, e vedere se per qualche mezzo avesse potuto rapiccare il filo col duca di Fiorenza e tornare a fornire l'Ercole che aveva lasciato imperfetto. Ma arrivato a Roma, dove si comperò un cavalierato di San Piero, inteso per lettere avute da Fiorenza che il Bandinello, mostrando aver bisogno di marmo e facendo a credere che il detto Ercole era un marmo storpiato, l'aveva spezzato con licenzia del maiorduomo Riccio e servitosene a far cornici per la sepoltura del signor Giovanni, la quale egli allora lavorava, se ne prese tanto sdegno, che per allora non volle altrimenti tornare a rivedere Fiorenza, parendogli che troppo fusse sopportata la prosonzione, arroganza et insolenza di quell'uomo. Mentre che il frate si andava trattenendo in Roma avendo i messinesi deliberato di fare sopra la piazza del lor Duomo una fonte con un ornamento grandissimo di statue, avevano mandati uomini a Roma a cercare d'avere uno eccellente scultore; i quali uomini, se bene avevano fermo Raffaello da Monte Lupo, perché s'infermò quando apunto volea partire con esso loro per Messina, fecero altra resoluzione e condussero il frate, che con ogni instanza e qualche mezzo cercò d'avere quel lavoro. Avendo dunque posto in Roma al legnaiuolo Angelo suo nipote che gli riuscì di più grosso ingegno che non aveva pensato, con Martino si partì il frate e giunsono in Messina del mese di settembre 1547, dove, accomodati di stanze e messo mano a fare il condotto dell'acque che vengono di lontano et a fare venire marmi da Carrara, condusse con l'aiuto di molti scarpellini et intagliatori con molta prestezza quella fonte, che è così fatta: ha, dico, questa fonte otto facce, cioè quattro grandi e principali e quattro minori, due delle quali maggiori venendo in fuori fanno in sul mezzo un angolo, e due, andando in dentro, s'accompagnano con un'altra faccia piana che fa l'altra parte dell'altre quattro facce, che in tutto sono otto. Le quattro facce angolari, che vengono in fuori facendo risalto, danno luogo alle quattro piane, che vanno in dentro; e nel vano è un pilo assai grande, che riceve acque in gran copia da quattro fiumi di marmo che accompagnano il corpo del vaso di tutta la fonte intorno alle dette otto facce; la qual fonte posa sopra un ordine di quattro scalee che fanno dodici facce: otto maggiori che fanno la forma dell'angolo, e quattro minori dove sono i pili. E sotto i quattro fiumi sono le sponde alte palmi cinque, et in ciascun angolo (che tutti fanno venti facce) fa ornamento un termine; la circonferenza del primo vaso dall'otto facce è centodue palmi et il diametro è trentaquattro, et in ciascuna delle dette venti facce è intagliata una storietta di marmo in basso rilievo, con poesie di cose convenienti a fonti et acque, come dire il cavallo Pegaso che fa il fonte Castalio, Europa che passa il mare, Icaro che volando cade nel medesimo, Aretusa conversa in fonte, Iason che passa il mare col montone d'oro, Narciso converso in fonte, Diana nel fonte che converte Ateon in cervio, con altre simili. Negl'otto angoli che dividono i risalti delle scale della fonte che saglie due gradi andando ai pili et ai fiumi e quattro alle sponde angolari sono otto mostri marini in diverse forme a giacere sopra certi dadi, con le zampe dinanzi che posano sopra alcune maschere, le quali gettano acqua in certi vasi. I fiumi che sono in sulla sponda et i quali posano di dentro sopra un dado tanto alto, che pare che seggano nell'acqua, sono il Nilo con sette putti, il Tevere circondato da una infinità di palme e trofei, l'Ibero con molte vittorie di Carlo Quinto et il fiume Cumano vicino a Messina, dal quale si prendono l'acque di questa fonte, con alcune storie e ninfe fatte con belle considerazioni. Et insino a questo piano di dieci palmi sono sedici getti d'acqua grossissimi: otto ne fanno le maschere dette, quattro i fiumi e quattro alcuni pesci alti sette palmi, i quali stando nel vaso ritti e con la testa fuora gettano acqua dalla parte della maggior faccia. Nel mezzo dell'otto facce, sopra un dado alto quattro palmi, sono sopra ogni canto una serena con l'ale e senza braccia, e sopra queste, le quali si annodano nel mezzo, sono quattro tritoni alti otto palmi, i quali anch'essi con le code annodate e con le braccia reggono una gran tazza, nella quale gettano acqua quattro maschere intagliate superbamente; di mezzo alla quale tazza surgendo un piede tondo sostiene due maschere bruttissime, fatte per Scilla e Cariddi, le quali sono conculcate da tre ninfe ignude grandi sei palmi l'una, sopra le quali è posta l'ultima tazza, che da loro è con le braccia sostenuta. Nella quale tazza, facendo basamento quattro delfini col capo basso e con le code alte, reggono una palla, di mezzo alla quale per quattro teste esce acqua che va in alto e così dai delfini sopra i quali sono a cavallo quattro putti nudi. Finalmente nell'ultima cima è una figura armata rappresentante Orione, stella celeste, che ha nello scudo l'arme della città di Messina, della quale si dice, o più tosto si favoleggia essere stata edificatrice.

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