Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)
- Автор: Вазари Джорджо
- Язык: итальянский
- Жанр: Картины, альбомы, иллюстрированные каталоги
Электронная книга - «Le vite dei più eccellenti pittori, scultori e architetti: 9 (Classici) (Italian Edition)». Краткое содержание книги:
Partito Francesco di Firenze e condottosi a Bologna vi trovò Giorgio Vasari, che di due giorni era tornato da Camaldoli, dove aveva finito le due tavole che sono nel tramezzo della chiesa e cominciata quella dell'altare maggiore, e dava ordine di fare tre tavole grandi per lo refettorio de' padri di San Michele in Bosco, dove tenne seco Francesco due giorni. Nel qual tempo fecero opera alcuni amici suoi che gli fusse allogata una tavola, che avevano da far fare gl'uomini dello spedale della Morte, ma con tutto che il Salviati ne facesse un bellissimo disegno, quegl'uomini, come poco intendenti, non seppono conoscere l'occasione che loro aveva mandata Messer Domenedio di potere avere un'opera di mano d'un valentuomo in Bologna. Per che, partendosi Francesco quasi sdegnato, lasciò in mano di Girolamo Fagiuoli alcuni disegni molto begli perché gl'intagliasse in rame e gli facesse stampare. E giunto in Vinezia, fu raccolto cortesemente dal patriarca Grimani e da Messer Vettor suo fratello, che gli fecero infinite carezze. Al quale patriarca, dopo pochi giorni fece a olio in uno ottangolo di quattro braccia una bellissima Psiche alla quale, come a dea, per le sue bellezze sono offerti incensi e voti; il quale ottangolo fu posto in un salotto della casa di quel signore, dove è un palco nel cui mezzo girano alcuni festoni fatti da Camillo Mantovano, pittore in fare paesi, fiori, frondi, frutti, et altre sì fatte cose eccellente; fu posto dico il detto ottangolo in mezzo di quattro quadri di braccia due e mezzo l'uno, fatti di storie della medesima Psiche, come si disse nella vita del Genga, da Francesco da Furlì. Il quale ottangolo è non solo più bello senza comparazione di detti quattro quadri, ma la più bell'opera di pittura che sia in tutta Vinezia. Dopo fece in una camera, dove Giovanni Ricamatore da Udine aveva fatto molte cose di stucchi, alcune figurette a fresco ignude e vestite, che sono molto graziose; parimente in una tavola che fece alle monache del Corpus Domini in Vinezia, dipinse con molta diligenza un Cristo morto con le Marie et un Angelo in aria che ha i misterii della Passione in mano.
Fece il ritratto di Messer Pietro Aretino, che come cosa rara fu da quel poeta mandato al re Francesco con alcuni versi in lode di chi l'aveva dipinto. Alle monache di Santa Cristina di Bologna dell'Ordine di Camaldoli dipinse il medesimo Salviati, pregato da don Giovanfrancesco da Bagno loro confessore, una tavola con molte figure, che è nella chiesa di quel monasterio, veramente bellissima. Essendo poi venuto a fastidio il vivere di Vinezia a Francesco, come a colui che si ricordava di quel di Roma, e parendogli che quella stanza non fusse per gl'uomini del disegno se ne partì per tornare a Roma. E dato una giravolta da Verona e da Mantova, veggendo in una quelle molte antichità che vi sono e nell'altra l'opere di Giulio Romano, per la via di Romagna se ne tornò a Roma e vi giunse l'anno 1541. Quivi posatosi alquanto, le prime opere che fece furono il ritratto di Messer Giovanni Gaddi e quello di Messer Anniballe Caro suoi amicissimi, e quelli finiti fece per la cappella de' cherici di camera nel palazzo del papa una molto bella tavola, e nella chiesa de' tedeschi cominciò una cappella a fresco per un mercatante di quella nazione, facendo di sopra nella volta degl'Apostoli che ricevono lo Spirito Santo, et in un quadro che è nel mezzo alto Gesù Cristo che risuscita, con i soldati tramortiti intorno al sepolcro in diverse attitudini, e che scortano con gagliarda e bella maniera. Da una banda fece Santo Stefano e dall'altra San Giorgio in due nicchie; da basso fece San Giovanni limosinario che dà la limosina a un poverello nudo et ha a canto la Carità, e dall'altro lato Santo Alberto frate carmelitano in mezzo alla Loica et alla Prudenza; e nella tavola grande fece ultimamente a fresco Cristo morto con le Marie.
Avendo Francesco fatto amicizia con Piero di Marcone orefice fiorentino, e divenutogli compare, fece alla comare e moglie di esso Piero, dopo il parto, un presente d'un bellissimo disegno, per dipignerlo in un di que' tondi nei quali si porta da mangiare alle donne di parto. Nel quale disegno era in un partimento riquadrato et accomodato sotto e sopra, con bellissime figure, la vita dell'uomo, cioè tutte l'età della vita umana, che posavano ciascuna sopra diversi festoni appropriati a quella età secondo il tempo. Nel quale bizzarro spartimento erano accomodati in due ovati bislunghi la figura del sole e della luna, e nel mezzo Isais città d'Egitto che dinanzi al tempio della dea Pallade dimandava sapienza; quasi volendo mostrare che ai nati figliuoli si doverebbe inanzi ad ogni altra cosa pregare sapienza e bontà. Questo disegno tenne poi sempre Piero così caro, come fusse stato, anzi come era, una bellissima gioia.
Non molto dopo, avendo scritto il detto Piero et altri amici a Francesco che avrebbe fatto bene a tornare alla patria, perciò che si teneva per fermo che sarebbe stato adoperato dal signor duca Cosimo, che non aveva maestri intorno se non lunghi et irresoluti, si risolvé finalmente (confidando anco molto nel favore di Messer Alamanno fratello del Cardinale e zio del Duca) a tornarsene a Fiorenza. E così venuto, prima che altro tentasse, dipinse al detto Messer Alamanno Salviati un bellissimo quadro di Nostra Donna, il quale lavorò in una stanza che teneva nell'Opera di Santa Maria del Fiore Francesco dal Prato, il quale allora di orefice e maestro di tausia s'era dato a gettare figurette di bronzo et a dipignere con suo molto utile et onore. Nel medesimo luogo dico, il quale stava colui, come ufficiale sopra i legnami dell'Opera, ritrasse Francesco l'amico suo Piero di Marcone et Aveduto del Cegia Vaiaio e suo amicissimo, il quale Aveduto, oltre a molte altre cose che ha di mano di Francesco, ha il ritratto di lui stesso fatto a olio e di sua mano naturalissimo. Il sopra detto quadro di Nostra Donna, essendo, finito che fu, in bottega del Tasso intagliatore di legname et allora architettore di palazzo, fu veduto da molti e lodato infinitamente. Ma quello che anco più lo fece tenere pittura rara, si fu che il Tasso, il quale soleva biasimare quasi ogni cosa, la lodava senza fine, e, che fu più, disse a Messer Pierfrancesco maiordomo che sarebbe stato ottimamente fatto che il Duca avesse dato da lavorare a Francesco alcuna cosa d'importanza. Il quale Messer Pierfrancesco e Cristofano Rinieri, che avevano gli orecchi del Duca, fecero sì fatto ufficio, che parlando Messer Alamanno a sua eccellenza e dicendogli che Francesco desiderava che gli fusse dato a dipignere il salotto dell'udienza, che è dinanzi alla capella del palazzo ducale, e che non si curava d'altro pagamento, ella si contentò che ciò gli fusse conceduto. Per che, avendo Francesco fatto in disegni piccoli il trionfo e molte storie de' fatti di Furio Camillo, si mise a fare lo spartimento di quel salotto, secondo le rotture dei vani delle finestre e delle porte, che sono quali più alte e quali più basse. E non fu piccola difficultà ridurre il detto spartimento in modo che avesse ordine e non guastasse le storie. Nella faccia dove è la porta per la quale si entra nel salotto rimanevano due vani grandi divisi dalla porta; dirimpetto a questa, dove sono le tre finestre che guardano in piazza ne rimanevano quattro, ma non più larghi che circa tre braccia l'uno. Nella testa che è a man ritta entrando, dove sono due finestre che rispondono similmente in piazza, da un altro lato erano tre vani simili, cioè di tre braccia circa, e nella testa, che è a man manca dirimpetto a questa, essendo la porta di marmo che entra nella capella et una finestra con una grata di bronzo, non rimaneva se non un vano grande da potervi accommodare cosa di momento. In questa facciata adunque della capella dentro a un ornamento di pilastri corinti che reggono un architrave, il quale ha uno sfondato di sotto dove pendono due ricchissimi festoni e due pendagli di variate frutte molto bene contrafatte e sopra cui siede un putto ignudo che tiene l'arme ducale, cioè di casa Medici e Tolledo, fece due storie: a man ritta Camillo che comanda che quel maestro di scuola sia dato in preda a' fanciulli suoi scolari, e nell'altra il medesimo, che mentre l'esercito combatte et il fuoco arde gli steccati et alloggiamenti del campo, rompe i Galli; et a canto dove seguita il medesimo ordine di pilastri fece grande quanto il vivo una Occasione che ha preso la Fortuna per lo crine, et alcune imprese di sua eccellenza, con molti ornamenti fatti con grazia maravigliosa. Nella facciata maggiore, dove sono due gran vani divisi dalla porta principale, fece due storie grandi e bellissime. Nella prima sono Galli, che pesando l'oro del tributo, vi aggiungono una spada, acciò sia il peso maggiore, e Camillo che sdegnato con la virtù dell'armi si libera dal tributo, la qual storia è bellissima, copiosa di figure, di paesi, d'antichità e di vasi benissimo et in diverse maniere finti d'oro e d'argento. Nell'altra storia a canto a questa è Camillo sopra il carro trionfale tirato da quattro cavalli, et in alto la Fama che lo corona. Dinanzi al carro sono sacerdoti con la statua della dea Giunone, con vasi in mano, molto riccamente abbigliati e con alcuni trofei e spoglie bellissime; d'intorno al carro sono infiniti prigioni in diverse attitudini, e dietro i soldati dell'esercito armati, fra i quali ritrasse Francesco se stesso tanto bene, che par vivo. Nel lontano dove passa il trionfo è una Roma molto bella, e sopra la porta è una Pace di chiaro scuro con certi prigioni, la quale abrucia l'armi; il che tutto fu fatto da Francesco con tanta diligenza e studio, che non può vedersi più bell'opra. Nell'altra faccia, che è volta a ponente, fece nel mezzo e ne' maggior vani in una nicchia Marte armato, e sotto quello una figura ignuda finta per un Gallo con la cresta in capo simile a quella de' galli naturali, et in un'altra nicchia Diana succinta di pelle, che si cava una freccia del turcasso, e con un cane. Ne' due canti di verso l'altre due facciate sono due Tempi, uno che aggiusta i pesi con le bilance e l'altro che tempra, versando l'acqua di due vasi l'uno nell'altro. Nell'ultima facciata, dirimpetto alla capella, la quale volta a tramontana, è da un canto a man ritta il sole figurato nel mo' che gli ... egizzii il mostrano, e dall'altro la luna nel medesimo modo; nel mezzo è il Favore finto in un giovane ignudo in cima alla ruota, et in mezzo da un lato all'Invidia, all'Odio et alla Maladicenza e dall'altro agli Onori, al Diletto et a tutte l'altre cose descritte da Luciano. Sopra le finestre è un fregio tutto pieno di bellissimi ignudi, grandi quanto il vivo et in diverse forme et attitudini, con alcune storie similmente de' fatti di Camillo, e dirimpetto alla Pace, che arde l'arme, è il fiume Arno che avendo un corno di dovizia abbondantissimo, scuopre (alzando con una mano un panno) una Fiorenza e la grandezza de' suoi pontefici e gli eroi di casa Medici. Vi fece oltre di ciò un basamento che gira intorno a queste storie e nicchie con alcuni termini di femina che reggono festoni, e nel mezzo sono certi ovati con storie di popoli che adornano una Sfinge et il fiume Arno. Mise Francesco in fare quest'opera tutta quella diligenza e studio che è possibile, e la condusse felicemente ancora che avesse molte contrarietà, per lasciar nella patria un'opra degna di sé e di tanto prencipe.